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L’ultimo sassone di Bodendorf

In Balcani on novembre 20, 2000 at 8:43 am

di Paolo Quercia

Le case del villaggio di Bodendorf sono ancora tutte lì, allineate lungo i bordi della strada che va da Kronstadt (Brasov) a Schassburg (Sighisoara), nel cuore di quella zona della Romania che i colonizzatori sassoni chiamarono Siebenbürgen. Molte di esse sono ormai ridotte a macerie, con i tetti cadenti e le mura scrostate. Mani ignote hanno sottratto infissi, finestre e quant’altro c’era d’asportabile, ma il villaggio continua a mostrare la sua inconfondibile caratteristica architettonica d’insediamento sassone sviluppatosi attorno alla chiesa fortificata, come si addiceva ad un posto di frontiera in una terra di frontiera.

Le chiavi del grande portone di legno, unico varco nelle bianche e tozze mura che cingono interamente la chiesa del Cinquecento, sono custodite da uno dei pochi tedeschi rimasti in paese, un vecchio signore alto e magro, che mentre fa da guida racconta con tristezza il declino della comunità e spiega che ormai la messa in tedesco la viene a dire un prete solamente una volta al mese. Salendo le insicure scale di legno, si arriva alla galleria. Per terra i banchi caduti e, tra la sporcizia, pagine strappate di libri di preghiera stampati in caratteri gotici.

Dopo il 1945 molti tedeschi compromessi con il nazionalsocialismo fuggirono dal Paese. Quelli rimasti si trovarono prigionieri del comunismo nazionalista romeno. Da tale prigione alcuni riuscirono a scappare verso la metà degli anni Ottanta, quando Ceaucescu, per procurarsi un po’ di valuta pregiata, non esitò a imporre alla Germania un «riscatto» di 15 mila marchi per ciascuno dei 10 mila visti che concedette per alcuni anni. Ma la grande fuga avvenne dopo la caduta di Ceaucescu, nei primi mesi del Novanta, quando le frontiere furono aperte per la prima volta dopo decenni: c’è chi ha visto i contadini sassoni ammassarsi a migliaia lungo i binari della stazione di Sighisoara, interi villaggi impacchettati con tutte le loro masserizie. Interi villaggi che piangevano e cantavano in tedesco le canzoni della patria, mentre attendevano il treno che li avrebbe portati via da quelle città, nate sassoni, e da quella terra che avevano lavorato per generazioni e che non avevano abbandonato neanche nei momenti più tragici della loro storia. Erano sopravvissuti a tutte le grandi tragedie di questo secolo, compresa la sorte che toccò ai molti tedeschi romeni che furono deportati in Unione Sovietica per espiare, come schiavi ai lavori forzati, la colpa del loro supporto ai nazionalsocialisti. Ma non sono sopravvissuti alla follia quotidiana del comunismo di Ceaucescu, che assunse il suo più folle volto verso la metà degli anni Ottanta.

Anche il vecchio custode era scappato in Germania, ma è stato l’unico a tornare, non essendo riuscito né a integrarsi né a far soldi: almeno qui può morire tra le sue povere cose e nella sua terra. Dice che due sole famiglie tedesche sono rimaste a Bodendorf, oltre a lui.

Eccola, una di queste famiglie. Bussando alla loro porta, fanno subito entrare nel cortile. Facce grosse da contadini con occhi azzurri e capelli biondi. Con orgoglio conducono il visitatore in cantina, dove su di un architrave è incisa la data di costruzione della casa: 1799. Offrono la loro uva e spiegano, scuotendo la testa, che la Romania non si è ancora accorta di aver perso, con l’esodo della comunità tedesca, un pezzo importante della propria storia. Dicono che nessuno tornerà più dalla Germania a vivere qui perché, anche se in Romania ci sono buone leggi e si potrebbe vivere bene, nessuno le rispetta. “I vostri vicini, sono tedeschi?” chiedo. «No, loro sono partiti, ora c’è una famiglia di zingari. Sono partiti tutti, anche il prete».

Sbirciamo tra le fessure del portone della antica casa sassone abitata dagli zingari e subito una vecchia signora viene ad aprire: sorride, è gentile. La macchina fotografica diventa un  lasciapassare per entrare nel cortile. Si vede subito che questa famiglia ha trovato, tra le solide mura sassoni, la sua piccola felicità: tutti sorridono, anche i bambini che giocano a nascondino dietro il pozzo, anche la giovane mamma che si affaccia alla porta con l’immancabile neonato appeso al seno. La vecchia zingara subito si preoccupa di far sapere che ha tutte le carte, che tutto è in regola, che ha comprato la casa da un’altra persona, che a sua volta l’aveva comprata da chissà chi nel 1990. Chiede se voglio vedere le carte. Dico di no. Cosa importa? I proprietari non torneranno più, come hanno appena detto i vicini. Non tornerà più neanche il prete, che ha abbandonato la sua chiesa-fortezza ai turisti ed è partito per la Germania. Partito come tutti, verso quell’occidente dal quale erano venuti centinaia di anni fa ma dal quale sono stati forzatamente separati.

Così dopo oltre trenta generazioni la storia dei sassoni di Transilvania volge al termine. Se osservata dalle case diroccate di Bodendorf, la partenza dei tedeschi di Romania ha il carattere di un esodo. Ma in quest’Europa delle grandi migrazioni ha solo il sapore insignificante di una piccola e sconosciuta lacrima di dolore.

(pubblicato su Diario, anno 5 n. 46 del  novembre 2000).

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