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I Balcani tornano fluidi. E’ un bene o un male ?

In Balcani on agosto 22, 2006 at 10:06 pm

di Paolo Quercia

Sedici anni dopo il mitico 1989, i Balcani non hanno ancora raggiunto l’anno zero, quello della ritrovata stabilità politica, della fine delle conflittualità, dello sviluppo economico integrato e della possibile integrazione europea.
Il duemilasei ha definitivamente archiviato il quinquennio 1999 – 2005, gli anni “del Patto d’immobilità” che avevano congelato la situazione geopolitica dei Balcani in attesa di una pacificazione che sarebbe dovuta giungere dall’esterno, trainata da uno sviluppo economico e sociale attivato da ONG e donors internazionali. Ciò non è avvenuto e le vicende dei Balcani hanno ripreso il proprio corso. Nel luglio 2006, ponendo fine ad un decennio di ambiguità, il Montenegro ha tenuto il proprio referendum per l’indipendenza, completando – con il consenso dell’Unione Europea – la propria separazione da Belgrado; in Kosovo le Nazioni Unite hanno iniziato il conto alla rovescia per il proprio ritiro e contemporaneamente hanno aperto a Vienna i colloqui per trovare un’impossibile soluzione negoziale tra Pristina e Belgrado sulle forme di autonomia o d’indipendenza del Kosovo.

Gli sviluppi geopolitici in Montenegro e in Kosovo che sono avvenuti nella prima metà del 2006 hanno riattivato quel processo di ridefinizione dei confini e di costituzione delle statualità che era stato congelato per alcuni anni. Tuttavia, non è ancora ben chiaro verso dove questa nuova fluidità geopolitica condurrà la regione e che effetto avrà sulla sua stabilità nel medio periodo. Per quanto riguarda il Montenegro è chiaro che il processo di separazione dalla Serbia è oramai completato e verosimilmente irreversibile. Non è ancora esattamente chiaro, invece, quale sviluppo economico, politico e sociale seguirà il Montenegro nel prossimo decennio, se i prossimi anni vedranno diminuire o aumentare il divario tra gli standard locali e quelli europei, se Podgorica rappresenterà per la regione un fattore di stabilità ed un produttore di sicurezza o meno: i prossimi cinque anni consentiranno meglio di capire che tipo di affare l’Unione europea ha fatto nel sostenere l’indipendenza del Montenegro.

Diversa è la situazione del Kosovo, ove le incognite sono ancora molteplici. Innanzitutto non è ancora evidente ove approderà il processo negoziale di definizione dello status che le Nazioni Unite hanno aperto a Vienna nel gennaio 2006 e che si dovrebbe concludere entro l’anno. La soluzione più probabile sembrerebbe quella di un’indipendenza condizionata, ma la risoluta opposizione della Serbia – che costringerebbe le Nazioni Unite ad intentare la strada pericolosa di un’indipendenza imposta contro la volontà di Belgrado – e le  difficoltà che l’Unione Europea sta incontrando per trovare consensi e risorse con cui sostituire con una propria missione l’ormai logora e screditata missione UN, lasciano intravedere scenari più complessi. E’ verosimile che allo scadere dell’anno (che coincide con la scadenza del mandato del Rappresentate speciale delle Nazioni Unite per i negoziati sul Kosovo Athissari e con quello dello stesso Segretario Generale Kofi Hannan) si dovrà nuovamente ricorrere all’arte della dilazione, per guadagnare ulteriore tempo e per attendere gli esiti e le conseguenze delle elezioni politiche (anticipate) che si terranno in  Serbia. Con il pericolo però che la mancanza di una decisione sullo status futuro entro la fine dell’anno esporrà nuovamente il Kosovo al rischio di disordini e di violenze come già avvenne nel marzo 2004.

Non bisogna infine dimenticare che i nuovi scenari che si disegnano in Montenegro e in Kosovo condizioneranno i futuri sviluppi politici della Serbia, facilitandone o ostacolandone la transizione verso un sistema politico di piena democrazia di mercato e, successivamente,    verso l’integrazione europea. Ovviamente lo stato della democrazia di Belgrado non potrà non avere conseguenze indirette sulla Bosnia Erzegovina, il cui futuro come stato unitario resta ancora incerto.

Segnali positivi giungono invece dall’Albania e dalla Macedonia, ove le elezioni politiche hanno prodotto avvicendamenti democratici ed entrambi i paesi sembrano aver definitivamente archiviato le rispettive crisi del 1997 e del 2001 e l’alternanza democratica dei governi e delle coalizioni sembra essere divenuta una prassi consolidata.

Se il cuore dei Balcani – Serbia, Kosovo, Montenegro, Bosnia Erzegovina – resta ancora sospeso nella sua incompiuta transizione, si assiste contemporaneamente ad uno stallo delle capacità dell’Unione Europea di fungere da forza di attrazione. Sempre più difficilmente Bruxelles riesce a nascondere che l’attuale crisi dell’Unione Europea è in gran parte dovuta proprio ad una crisi di saturazione da allargamento dei propri confini e che a pagare le conseguenze di questa situazione saranno quei paesi dell’Europa Sud Orientale che – per differenti motivi – sono rimasti indietro nel cammino dell’integrazione europea (Serbia e Kosovo, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Macedonia e Albania). Dopo l’ingresso pressoché certo di Romania e Bulgaria e quello probabile della Croazia, è verosimile che i confini della UE non verranno più modificati per due o tre lustri  e i paesi dei Balcani occidentali dovranno trovare propri endogeni equilibri politici, economici e di sicurezza anche indipendenti – seppur complementari – con quelli dell’Unione Europea.

In tale scenario un ruolo fondamentale potrebbe essere giocato dalla Turchia, paese anch’esso impegnato in una – per motivi diversi – difficile marcia di avvicinamento alla UE. Ad oggi i cammini verso l’integrazione europea dei Balcani occidentali e della Turchia pur paralleli  nei tempi sono totalmente separati nella sostanza. Sarebbe invece auspicabile un ruolo più assertivo di Ankara nei Balcani soprattutto nel campo economico e infrastrutturale. I corridoi X° ed VIII°, ad esempio – che giacciono dimenticati in quanto appendici dei Trans-European-Networks terminanti nella turbolenta, montuosa ed economicamente depressa penisola balcanica – acquisterebbero centralità geopolitica, una nuova dimensione logistica e potenzialità economiche se fossero, anche con piccole modifiche e bretelle supplementari, collegati con la Turchia almeno sino al Bosforo.

Un’integrazione funzionale tra la Turchia e i paesi dei Balcani occidentali contribuirebbe, in questi termini, alla creazione di un’area di sviluppo economico e di libero scambio esterna all’Unione Europea, con essa integrata e con essa destinata a fondersi nel medio – lungo periodo; tale area di circa 80 milioni di persone avrebbe maggiori possibilità di autosostenibilità economica e produrrebbe un superiore sviluppo sociale rispetto a ciò che  potrebbe realizzarsi nei singoli paesi dei Balcani occidentali qualora venissero lasciati un’enclave ai margini dell’integrazione europea; infine, una tale area garantirebbe anche economie di scala sufficienti a favorire un’ulteriore crescita e circolazione intra-regionale degli Investimenti Diretti Esteri per una delocalizzazione che sia non solo produttiva ma comporti anche un’internazionalizzazione dei mercati.

In tale scenario di integrazione progressiva tra Turchia e Balcani occidentali in vista del futuro allargamento europeo, un ruolo chiave di cerniera geopolitica e geoeconomica verrebbe rappresentato dalla Bulgaria che, una volta divenuta membro dell’Unione Europea, costituirebbe il ponte tra quella parte dell’Europa Sud Orientale membra della UE e quella che ne resterà temporaneamente esclusa. Attraverso i suoi confini occidentali con la Serbia e quelli orientali con la Turchia, Sofia verrà a rappresentare il limes tra Balcani occidentali, Unione Europea ed Ankara. Un collegamento funzionale terrestre tra Adriatico, Danubio e Bosforo che potrebbe rivelarsi un’importante rendita di posizione geopolitica.

 

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