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Sistemi d’impresa e sistemi diplomatici. Quali prospettive per il rilancio del ruolo dell’Italia nel mondo

In Internazionalizzazione on novembre 18, 2007 at 11:33 pm

di Paolo Quercia

Sono ormai anni che se ne parla e se ne discute in tutte le sedi. L’ultima, prestigiosa, è stata quella della Conferenza degli Ambasciatori del luglio scorso quando il neo presidente della Confindustria Montezemolo ha nuovamente indicato la rete estera delle ambasciate quale strumento di sviluppo del sistema economico industriale italiano all’estero. Un argomento non nuovo e che era già stato uno dei cavalli di battaglia dell’interim di Berlusconi alla Farnesina. Un argomento che resta di scottante attualità, sospeso tra la riforma del Ministero degli Esteri, quella dell’ex Commercio Estero e il riordino e la razionalizzazione degli Enti per l’internazionalizzazione delle imprese. Tale interesse su questa questione non è solo legato ai grandi interessi, sia pubblici che privati, che ruotano attorno alle tematiche dell’internazionalizzazione delle imprese italiane ma è anche giustificato dal fatto che essa rappresenta uno dei nodi cruciali del dibattito su quello che è oramai stato etichettato con il brutto appellativo di “sistema paese”. Vale la pena riflettere meglio su cosa si vuole intendere con tale termine. Il presupposto che ruota attorno a tale concetto è quello per cui l’Italia sarebbe un paese ricco di risorse, professionalità, capacità, ingegno, capitali, tecnologie, cultura industriale e imprenditoriale ma mancherebbe dell’organizzazione amministrativa e istituzionale per valorizzare e promuovere al meglio all’estero tali risorse. Ci sono gli elementi fondanti del sistema ma mancherebbe un principio ordinatore che permetta la costituzione di un sistema capace di produrre quella massa critica che ci consentirebbe di sviluppare strategicamente le imprese italiane sui nuovi e dinamici mercati esteri. Probabilmente in tale “teorema” c’è una buona parte di verità anche se forse sarebbe più opportuno riflettere sul paradosso che la debolezza del sistema Italia non è dovuta all’assenza di un sistema paese bensì dalla eccessiva presenza e sovrapposizione di sistemi che – a vario titolo – ambiscono a rappresentare autonomamente il nostro paese all’estero. E’ importante notare che una pluralità di sistemi è essa stessa una ricchezza, a patto però che tali sistemi siano operanti in perfetta sintonia, ciascuno caratterizzato da una specializzazione funzionale per venire incontro a ben precise necessità imprenditoriali e integrandosi automaticamente con gli altri. Forse uno dei problemi nel nostro paese è proprio la sovrapposizione di competenze e interessi tra i vari sistemi d’impresa e la mancanza di quello che potrebbe essere definito un “sistema dei sistemi”. Tale sovrapposizione di sistemi riguarda i sistemi istituzionali della pubblica amministrazione sia a livello centrale che locale, ma anche – e spesso si evita di ricordarlo – il settore privato associativo. E’ inutile soffermarsi sui danni che tale inflazione di sistemi produce in tema di spreco di risorse, concorrenza per la rappresentatività, incapacità di produrre sufficiente massa critica, elaborazione di politiche contrastanti, azioni di lobbying alternative eccetera. Uno dei passi necessari per creare un efficiente sistema paese all’estero consiste proprio nell’iniziare a fare ordine – e in alcuni casi pulizia – in casa soprattutto attraverso una oculata politica di accorpamenti e specializzazioni.

Una tale razionalizzazione dei sistemi esistenti si intreccia con le recenti riforme della Pubblica amministrazione che, soprattutto per quanto riguarda i nuovi ruoli attribuiti alle regioni, produce una ulteriore confusione nelle relazioni economiche internazionali del nostro paese. Da un lato, piuttosto che riadattare il vecchio ministero del commercio estero alle nuove sfide dell’economia internazionale, si è ben pensato di farlo scomparire, sfigurandola all’interno del ministero dell’industria, dall’altro è iniziata una vera e propria gara di ogni regione italiana per creare o rafforzare un proprio status internazionale, specialmente ma non solo, in campo economico. La piega che l’attuale dibattito sul federalismo prenderà nel prossimo futuro determinerà se il nuovo ruolo delle regioni all’estero risulterà in un guadagno complessivo della capacità di penetrazione del sistema paese o in una sua diminuzione.

Per tornare al punto iniziale delle ambasciate come strumento di penetrazione commerciale è necessario a mio avviso fare una distinzione tra livello micro e livello macro. E’ fuori ombra di dubbio che il primo dei sistemi che dovrebbe coordinare e pilotare gli altri sistemi impresa del paese nelle relazioni economiche internazionali dovrebbe essere il Ministero degli Affari Esteri. Tuttavia, senza un incremento delle risorse economiche a disposizione e senza l’inserimento nella sua struttura di personale esterno che possieda le competenze economiche e commerciali necessarie, tale attività può essere efficacemente svolta solo a livello macro, ossia di coordinamento generale e di ponderazione degli interessi economici nel più ampio canestro degli interessi nazionali. L’accentramento di competenze micro nel campo delle relazioni economiche internazionali nel Ministero degli Affari Esteri rischierebbe di creare un pericoloso collo di bottiglia istituzionale che fornirebbe alibi alla proliferazione non coordinata di sistemi alternativi. E’ allora il momento di chiedersi qual è il livello d’operatività che deve essere fatto proprio dal Ministero “politico” e se l’istituzione incaricata di formulare ed attuare le linee di politica estera italiana sia anche la più indicata a svolgere il quotidiano lavoro a livello micro di coordinamento, affiancamento, formazione, sostegno, promozione e finanziamento  delle imprese e dei sistemi d’impresa italiani all’estero.  Credo che, nell’attuale situazione italiana sia doveroso e necessario delegare l’organizzazione e la gestione micro dei sistemi d’impresa – con il concorso degli enti internazionalistici –  ad   istituzioni specifiche che non abbiano altri fini se non la promozione delle imprenditoria italiana all’estero e che non possono non avere il rango di Ministero. Tale istituzione dovrebbe avere il compito primario, attraverso l’elaborazione di specifiche politiche, di coagulare i micro interessi imprenditoriali italiani in una serie di reti di rapporti bilaterali con gli altri paesi e le altre aree del mondo mirando innanzitutto ad assemblare e organizzare – a partire dal patrimonio disperso di Piccole e Medie imprese – la “multinazionale Italia” affermando nei principali mercati una presenza quantitativa e qualitativa di peso. Tale differenziazione tra una fase micro di creazione del sistema Italia e quella macro del suo inserimento politico nelle relazioni internazionali è necessaria essendo l’organizzazione della multinazionale Italia  un complesso fenomeno di ingegneria industriale che necessita un elevato livello di specializzazione istituzionale. A mio avviso la creazione di un Ministero per le Relazioni Economiche Internazionali svolgerebbe al meglio tale funzione e consentirebbe la creazione di un capitale geopoliticamente coerente di interessi economici consolidati e di medio periodo costituti grazie all’azione costante di un Ministero ad hoc. Tale patrimonio diverrebbe poi la risorsa che il mondo economico porterebbe in dote a chi ha la primaria responsabilità istituzionale di dirigere la politica estera nazionale. Tale capitale mercantili, costruito a livello micro da istituzioni ed enti specializzati, potrebbe diventare anche un efficace strumento di politica estera che sarebbe poi politicamente gestito e condizionato a livello macro dal Ministero degli Affari Esteri, soprattutto in un momento in cui il tradizionale strumento della cooperazione allo sviluppo sembra ridurre il suo peso quale elemento delle relazioni internazionali. L’obiezione che le principali e le più importanti economie del mondo non hanno dei ministeri specifici incaricati della gestione delle relazioni economiche internazionali non implica necessariamente che ciò non sia opportuno per l’Italia. E’ superfluo ricordare la particolarità e l’eccezione che il nostro paese rappresenta sul piano delle economie industriali avanzate, con un sistema molto più frazionato e frammentato in cui sono proprio le piccole e le medie imprese a costituire il cuore del sistema produttivo nazionale. Una situazione diversamente riscontrabile in altre economie avanzate che procedono invece massicciamente nella loro penetrazione economica all’estero attraverso massicci investimenti diretti esteri.

Per concludere, tornando alla situazione di molteplicità dei sistemi presenti, è opportuno non dimenticare che le imprese devono imparare a conoscere e a utilizzare non solo il sistema Italia all’estero ma anche i sistemi esteri in Italia, ovverosia la rete di centinaia di ambasciate e consolati estere presenti in Italia che operano attraverso le rispettive sezioni commerciali o aziende speciali. Difatti, nelle relazioni economiche bilaterali tra due paesi esiste un’ampia gamma di interessi coincidenti che potrebbero indifferentemente essere svolti sia dalle nostre ambasciate all’estero che dalle ambasciate estere in Italia, che possono collegare in maniera diretta il nostro paese con le agenzie di attrazione degli investimenti esteri e con i settori produttivi nazionali.

In questa breve discussione attorno al dibattito sul sistema paese ho usato più volte la brutta espressione “sistema paese”. Me ne voglio allora scusare con i lettori chiudendo con un invito “linguistico” a tutti coloro che si occupano di queste problematiche: smettiamola di continuare a parlare di sistema paese. Se uno degli scopi di questo dibattito è proprio quello di superare l’approccio localistico-paesano è importante iniziare anche dalla terminologia. Ricordiamoci che siamo una nazione e preferiamo allora parlare di interessi nazionali organizzati nel Sistema Italia.

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