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La primavera dei Balcani è nelle urne di Belgrado e Skopje

In Balcani, Serbia on aprile 30, 2008 at 5:10 pm

di Paolo Quercia

La primavera nei Balcani avrà il segno di importanti elezioni politiche che si terranno in Serbia e in Macedonia. Entrambe queste consultazioni elettorali sono in qualche modo legate alla nascita unilaterale del nuovo stato del Kosovo. Questo evento ha provocato infatti conseguenze politiche di varia natura in tutta la regione, ma le più significative si sono avute in Serbia e in Macedonia. In Serbia il DSS di Kostunica ha deciso di porre fine alla conflittuale esperienza di governo con i democratici del Presidente Tadic, utilizzando come argomento di contenzioso il rapporto con l’Unione europea che Kostunica e i radicali vorrebbe fosse interrotto a causa del riconoscimento del Kosovo da parte di numerosi paesi della UE. In Macedonia l’indipendenza del Kosovo ha provocato il distacco del partito albanese di governo DPA, costringendo l’esecutivo di minoranza guidato dal VMRO – DPMNE a scegliere la strada delle elezioni anticipate per tentare di ottenere attraverso il voto un rafforzamento delle posizioni del suo esecutivo.

I sondaggi elettorali a Belgrado dipingono uno scenario non particolarmente favorevole al partito del Presidente della Repubblica Tadic e in generale al blocco liberal-democratico che la sua figura può catalizzare. E’ possibile stimare cha al voto si recheranno tra i 4 milioni e i 4,5 milioni di serbi su 6,7 milioni di aventi diritto, confermando l’alto tasso di astensionismo tipico del sistema politico serbo  (4,5 milioni al secondo turno delle presidenziali del 2008, 4 milioni alle politiche del 2007, 3,1 milioni alle presidenziali del 2004, 3,8 milioni alle politiche del 2003). Questi 4 milioni di votanti si distribuiranno sui 4 o 5 partiti (o alleanze elettorali) che supereranno lo sbarramento del 5%, verosimilmente l’SRS di Nikolic, i DS di Tadic, i DSS di Kostunica, l’SPS e l’LDP[1]. Di questi cinque partiti due (SRS e SPS) sono considerate potenzialmente forze anti-sistema, ovverosia forze ostili ai cambiamenti politici che si sono verificati in Serbia a partire dalla caduta di Milosevic nel 2000. Se il partito socialista riuscirà a superare lo sbarramento del 5% queste due forze dovrebbero raggiungere assieme circa il 40% dei voti. I DS e l’LDP rappresentano invece l’anima occidentale della Serbia e unite dovrebbero raccogliere circa il 35% dei voti. L’ago della bilancia tra questi due blocchi sarà ancora una volta costituito dai DSS/NS di Kostunica che dovrebbero raccogliere poco più di mezzo milione di voti (attorno al 10%) ma che in virtù della disinibita politica dell’attuale primo ministro, sono in grado di allearsi in coalizioni governative tanto con i radicali quanto con i democratici. Se i sondaggi sono corretti, a causa dell’enorme trend di crescita dei radicali,  dell’inaspettato  “ritorno” dei socialisti, e dell’indebolimento progressivo del partito di Kostunica viene sempre più prospettandosi l’eventualità che i DSS potranno avere più potere da una coalizione con radicali e socialisti che da una con i democratici. Paradossalmente il leader dei DSS Kostunica e quello dei radicali Nikolic hanno l’uno bisogno dell’altro. Nikolic “copre” Kostunica sul fronte del nazionalismo spinto e sul irredentismo ad oltranza per il Kosovo, evitando di essere scavalcato sui temi nazional-patriottici; al contrario, Kostunica porta in dote a Nikolic, oltre che a circa mezzo milione di voti necessari al raggiungere il 51%, l’esperienza di un partito democratico di governo capace di “sdoganare” attraverso un’alleanza di garanzia gli ex sostenitori di Seselj e Milosevic.

Per il voto serbo dell’11 maggio saranno importanti anche i voti delle minoranze etniche il cui peso, di circa 800 mila voti, potrebbe fare la differenza, anche se in parte rientrano già nel patrimonio politico dei DS di Tadic. Resta invece ancora oscuro il ruolo della Russia e quali siano le preferenze politiche di Mosca per l’esito elettorale. L’ambiguità di Mosca è legata ad alcuni interessi divergenti russi nei Balcani, alcuni di natura politico – strategica, altri di natura economica. Se prevarranno quelli di natura politico – strategica Mosca tenderà a spendere il proprio mini ritorno politico nei Balcani in chiave anti NATO, favorendo allora l’ascesa politica dei radicali, la destabilizzazione politica dei Balcani, e la definitiva archiviazione del dossier dell’integrazione atlantica della Serbia. Se invece a Mosca prevarranno gli interessi economici energetici balcanici[2] i russi dovranno tenere una politica balcanica più moderata, puntando molto più su Kostunica che su Nikolic, o addirittura puntando a trovare un modus vivendi anche in caso di una vittoria di Tadic, per il momento ancora tatticamente ostruzionistico sui progetti energetici russi ma che potrebbe cambiare linea dopo l’11 maggio, passata la strumentalizzazione ad uso politico di ogni grande questione nazionale. E’ chiaro che se la Russia ha interesse a rafforzare la propria posizione energetica ed economica nei Balcani non può spingere la Serbia verso il modello belorusso, trasformandola in un’enclave politica e militare in un’Europa balcanica oramai incardinata in direzione delle istituzioni euro-atlantiche. Gli interessi economici russi nella regione, soprattutto in campo energetico, sarebbero danneggiati da scelte isolazionistiche o apertamente conflittuali con i propri vicini, in quanto la Serbia ha un ruolo importante solo se collegata con i paesi contermini e parte di una rete di hub che la vedono anello centrale di una lunga catena. Paradossalmente, i due obiettivi di Mosca sono alternativi. Sarà interessante vedere se prevarranno le scelte di carattere economico o quelle di carattere politico – militare.

Resta infine complessa e potenzialmente pericolosa la questione del voto dei Serbi del Kosovo. Anche il Presidente Tadic si è pronunciato affinché i serbi del Kosovo votino alle elezioni politiche con seggi e organizzazione logistica e di sicurezza garantita dallo stato serbo. Il voto dei Serbi del Kosovo alle elezioni politiche serbe non è una novità ma in passato è avvenuto prima della formale indipendenza del Kosovo, quando la ex provincia era ancora sotto amministrazione internazionale e de jure sotto sovranità serba. Ora, dopo la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, la possibilità che Belgrado organizza con propri mezzi il voto in uno stato straniero – ancorché non riconosciuto dalla Serbia – desta numerosa perplessità e preoccupazione per la situazione di sicurezza interna del Kosovo. Il vero problema, infatti, non è costituito dal voto (tutti i serbi del Kosovo hanno il passaporto serbo e quindi il diritto di votare in Serbia[3]) ma piuttosto dall’esercizio da parte del Ministero degli Interni serbo delle funzioni organizzative delle elezioni sul territorio di uno stato straniero. La possibilità da parte di Belgrado di organizzare le elezioni anche sul territorio serbo è stata supportata dall’Ambasciatore russo presso le Nazioni Unite Vitaly Churkin, mentre è stata duramente condannata da quello americano Zalmay Khalizad che lo ha bollato come “inutile” ed “illegale”. UNMIK, da par suo, ha scelto una posizione pilatesca sulla questione dicendo che non sosterrà né ostacolerà l’organizzazione del voto sul territorio kosovaro.

Giochi di potere a Belgrado in caso di vittoria dei radicali

In tale scenario la divisione del lavoro tra radicali e DSS sembra già delinearsi. Il partito di Kostunica dovrebbe ottenere il ruolo di Primo Ministro, alcuni ministeri economici chiave e il Ministero degli Affari esteri. I radicali avrebbero invece già prenotato i ministeri legati alla  sicurezza nazionale, interni e difesa. Per quanto concerne il Ministero della Difesa il candidato di punta dei radicali è il generale Delic, già comandante della 549° Brigata motorizzata in Kosovo nel 1999 (responsabile per le aree di Prizren e Djakovica) da molti serbi considerato un eroe per essersi distinto nelle operazioni di contro guerriglia contro l’UCK e soprattutto per aver difeso, in seguito, Milosevic con efficaci testimonianze durante il processo dell’Aia. Nel 2004, pressioni americane costrinsero il governo serbo a mandare in pensione una serie di militari accusati di essere stati vicini a Milosevic o di aver costituito punti fondamentali dell’architettura della sua macchina da guerra. Tra di essi vi era anche Djelic che, anche per questo motivo personale, è ora in attesa della sua rivincita. Djelic è anche vicino a correnti serbe filo-russe e coltiva contatti con associazioni ed intellettuali russi sostenitori delle teorie euroasiatiche, che sostengono la necessità di un’alleanza politica continentale tra Russia, Germania ed Europa dell’Est in funzione antiamericana.

Sia in Serbia che in Europa e in America, molti ambienti sono preoccupati dalla possibilità che una vittoria dei radicali li metta al comando delle strutture di sicurezza, che potrebbero essere utilizzate tanto per fini politici interni quanto per destabilizzare la situazione in Kosovo. Occorre però considerare che i radicali, anche in caso di vittoria, dovranno fare dei compromessi e un complesso power sharing agreement, devolvendo al più tranquillizzante (per gli occidentali) DSS una serie di funzioni e ruoli chiave anche nel campo della sicurezza. Tali negoziazioni sono parzialmente già in corso ma assumeranno un reale connotato politico strategico solamente dopo le elezioni quando sarà chiaro il peso relativo delle varie forze. Per quanto riguarda le posizioni chiave per la sicurezza, visto che il Capo di Stato Maggiore della Difesa è di nomina presidenziale, particolarmente significative saranno le future nomine delle tre strutture di servizi della Serbia, quella afferente al Ministero degli interni, BIA e le due agenzie del Ministero della Difesa VBA e VOA. Anche se le nomine dei capi di queste agenzie resteranno di competenza dei rispettivi Ministri della Difesa e degli Interni, ruoli che potrebbero essere ricoperti da esponenti politici dei radicali, è prevedibile che le poltrone dei capi delle Agenzie saranno oggetto delle negoziazioni per la formazione del nuovo governo, così come è avvenuto nel lungo braccio di ferro Kostunica – Tadic per la formazione dell’esecutivo precedente. Kostunica, nel caso in cui riuscirà a mantenere un ruolo di governo, verosimilmente punterà a mantenere almeno il controllo sulla BIA, di gran lunga la più strategica e importante tra le agenzie di sicurezza serbe nonché importante struttura di potere.

La decisione dei radicali di puntare soprattutto sui ministeri della sicurezza è dovuta anche al fatto di una chiara mancanza di una generale cultura di governo ma soprattutto di uomini e di capacità gestionali, eccezion fatta per le forze di sicurezza ove, al contrario, l’SRS può contare su numerosi simpatizzanti e aderenti. Tuttavia, nel caso di un’ascesa al governo di una coalizione SRS – SPS –DSS/NS, il maggioritario partito radicale potrà utilizzare, per occupare i ruoli di governo e di sottogoverno, anche il bacino di esperienze politico – professionali del partito socialista, che porta con se l’eredità politico – gestionale non solo dell’era Milosevic ma anche del precedente regime socialista.

Prospettive per le elezioni in Macedonia

Le elezioni politiche in Macedonia si terranno il primo giugno, in seguito allo scioglimento del parlamento votato dai partiti della ex maggioranza. La decisione di andare al voto a due anni dalla scadenza ufficiale della legislatura è stata presa dal Primo Ministro macedone Gruevski in seguito a due significativi eventi politici per il paese. Da un lato il mancato invito ad aderire alla NATO a causa del veto greco per l’antica questione sul nome del paese; dall’altro la decisione del partito etnico albanese DPA di cogliere la questione dell’indipendenza del Kosovo per sollevare nuovamente la bandiera del nazionalismo albanese in Macedonia. Gruevski – in una mossa simile a quella giocata da Kostunica a Belgrado – ha deciso che era giunto il momento opportuno per tentare un rafforzamento del proprio esecutivo, giocando la carta del represso nazionalismo macedone, messo sotto pressione tanto dalla “infedeltà” della minoranza albanese quanto dalla “arroganza” del potente vicino greco. I sondaggi per il momento sembrano registrare un incremento di popolarità dell’VMRO-DPMNE (stimato attorno al 29%) mentre il principale partito d’opposizione, il partito socialista, verrebbe valutato attorno all’11%. Il DPA viene per il momento valutato in leggera crescita e si attesterebbe attorno all’8% mentre l’altro partito albanese, il DUI è in flessione ma ancora forte dell’11% delle preferenze di voto.


[1] Attualmente vi sono concreti dubbi che l’altra forza politica di ispirazione liberaldemocratica, quella denominata G17plus, riesca a superare la soglia di sbarramento. I sondaggi la attestano attorno al 4%.

[2] In particolare quelli legati agli accordi con Gazprom per la costruzione del ramo serbo del South Stream, la modernizzazione della NIS – il monopolista serbo del petrolio ora sul punto di diventare di proprietà russa – e la riattivazione del deposito sotterraneo di gas di Banatski Dvor.

[3] Tale diritto è stato espressamente riconosciuto anche dal Primo Ministro kosovaro Thaci.

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