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Lo stallo politico a Belgrado. La Serbia tra voglia d’Europa, la rivincita di Slobo e la paura dei radicali.

In Serbia on maggio 30, 2008 at 5:06 pm

di Paolo Quercia

Dopo il voto dell’11 maggio i negoziati politici a Belgrado sono in corso da diverse settimane. La commissione elettorale centrale serba ha ufficializzato i risultati delle elezioni politiche nella notte del 20 maggio. Il primo partito serbo resta il Parito Radicale (SRS) di Nikolic/Šešelj con oltre 1.200.000 voti, circa il 30% dell’elettorato serbo mentre la coalizione con la maggioranza relativa è quella denominata “Per una Serbia Europea”, un cartello di 5 partiti (DS, G17 Plus, SPO, LSV, SDP) guidato dai DS del Presidente Boris Tadic che ha raccolto quasi 1.600.000 voti (38%). L’SRS e la coalzione guidata dai DS sono confermati essere i due principali motori politici della Serbia. Il fronte radicale porta a casa 78 seggi mentre quello democratico filo Europeo ne ottiene 102. La soglia minima per formare un governo è di 127 seggi, per cui fondamentale diviene il gioco delle alleanze allargate. Il blocco dei DS può contare sui 13 seggi dell’LDP, il partito libertario di Jovanovic (5,2%) e sui 7 voti dei partiti delle minoranze (4 seggi per gli ungheresi della Voivodina, 2 seggi per i Bosniacchi del Sangiaccato e 1 seggio per gli Albanesi della Vallata di Preševo). Ma anche in questo formato allargato in blocco di Tadic non riesce a formare un nuovo esecutivo, fermandosi a 122 seggi. La difficoltà per i DS, i loro alleati e gli altri partiti politicamente omogenei è dovuta ad un duplice fattore: il buon risultato dei radicali (che consolidano una crescita costante dal 2004 ad oggi che li ha visti salire dal 20% al 30% dei consensi); il ritorno dei socialisiti che – in alleanza con altri partiti anch’essi provenienti dal gruppo politico su cui ruotava il potere di Milosevic – sono riusciti a raccogliere un insperato successo che gli ha garantito, con circa l’8% dei voti, ben 20 seggi. Il “soccorso rosso” dei socialisti è riuscito a tamponare la costante caduta di consensi di Kostunica, il cui partito DSS è caduto dal 16% all’11% dei voti.

Quello che è accaduto alle ultime elezioni politiche serbe merita di essere analizzato più attentamente. Lo sganciamento dei DSS dal blocco democratico e lo spostamento verso le posizioni più nostalgiche e radicali verso cui Kostunica ha spinto il suo partito negli ultimi mesi e soprattutto dopo l’indipendenza del Kosovo non è servito ad arginare la perdita dei consensi del suo partito, bensì a completare lo sdoganamento dei partiti uffcialmente e ideologicamente legati all’era Milosevic, ovverosia i radicali e i socialisti, proiettandoli potenzialmente al governo attraverso varie strade.

Ricordiamo che il governo serbo cadde proprio conseguentemente alla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo quando Kostunica fece passare in parlamento, contro i propri alleati,  e con i voti di radicali e socialisti una mozione di condanna dell’Unione europea per avere favorito e facilitato l’indipendenza del Kosovo. Nella mozione si puntava altresì a fermare il percorso di avvicinamento della Serbia verso l’Ue fin quando i paesi dell’Unione non avessero disconosciuto l’indipendenza del Kosovo e riconosciuto il principio d’integrità territoriale della Serbia. La mossa di Kostunica e i suoi flirt con i paria della politica estera serba, radicali e socialisti, era legata ai complessi giochi di potere serbi e all’eterno confronto per la leadership politica del paese e per il controllo delle sue risorse economiche esistente tra DS e DSS. Kostunica, con un partito in continuo indebolimento, puntava a raggiungere un obiettivo molto chiaro: non voler essere il Primo Ministro in carica a dover gestire la perdita del Kosovo, reputando che questa coincidenza avrebbe segnato la sua fine politica. Di qui la volontà/necessità di rovesciare il suo stesso governo con Tadic, porre fine all’emorragia di voti dal suo partito tanto verso i radicali quanto verso i DS, presentarsi come “colui che dice no” all’indipendenza e tesaurizzare politicamente il malcontento per la perdita del Kosovo in nuovi consensi. Questa strategia, se vittoriosa, avrebbe poi portato un Kostunica rafforzato dal voto nazionalista a poter giocare una politica dei due forni, costringendo i DS sotto la minaccia di portare al governo radicali e socialisti a formare una nuova coalizione a forte egemonia DSS. Se questa strada non sarebbe stata praticabile, avrebbe rotto gli indugi e portato al governo SRS e SPS, sempre con l’obiettivo di avera la fetta più grande della torta di governo. Un gioco che si basava sull’assunto che solo i DSS potevano puntare su minime distanze politiche con entrambi i blocchi escludentisi.

Ma Kostunica ha probabilemnte fatto male i calcoli e sottovalutato due fattori: da un lato l’ottima tenuta, nonostante il Kosovo, dei partiti liberaldemocratici e la forza dell’idea europea che ha mobilitato l’anima marcatamente occidentalista del paese. Dall’altro lato il successo di socialisti e radicali che ha tolto ai DSS sia voti, sia il ruolo strategico di essere l’unico partito pivot tra i due blocchi culturali serbi, quello pro occidentale e quello nazionalista. Il successo dei socialisti, infatti, pone in concorrenza questo partito con i DSS come alleato integrabile in una coalizione a guida DS. Le febbrili trattative di queste settimane ruotano tutte attorno al partito socialista per verificare se – nonostante tutto – gli eredi di Milosevic non sono in definitiva compatibili con i partiti che sono nati dal fronte anti-Milosevic e che, dopo la breve rivoluzione di piazza del’ottobre 2000, consegnarono all’Aia, nel giugno 2001, il leader dei socialisti serbi. Allora fu proprio Djndic, il predecessore di Tadic, a consegnare all’Aja Milosevic contro la volontà di Kostunica.

Al momento non è possibile prevedere se gli eredi e i nostalgici di Slobodan Milosevic si accorderanno con la componente europeista e pro-occidentale della Serbia, se la paura dei radicali al potere e quella delle lotte di potere con Kostunica, spingeranno Tadic a superare il rubicone della politica serba e portare i socialisti al governo. Data l’imprevedibilità della politica serba, il livello di commistione tra politica ed affari e una latente crisi politica che dura da otto anni, nulla è da escludere. E’ impossibile in questa fase valutare anche l’eventuale prezzo pagabile ai socialisti, ma è verosimile che esso sarà pagato a Belgrado in termini di potere e di riabilitazione storica di Milosevic, all’Aia in termini di indagati, nei Balcani e in Kosovo in termini di irredentismo.

Il paradosso di questa fase politica serba sarà costituito dal fatto se i socialisti andranno al governo e si dimostreranno più pragmatici, meno nazionalisti e più malleabili di quanto non siano stati sino ad ora i democratici di Kostunica. Ciò non sarebbe una sorpresa per coloro che ritengono Milosevic e i socialisti solo parzialmente responsabile della carica di ultranazionalismo che ha portato la Jugoslavia a dissolversi nel sangue e la Serbia a finire nel vicolo cieco della guerra e della sconfitta. Secondo molti serbi Milosevic non fu un vero nazionalista, ma un picclo burocrate comunista divenuto, sotto le vicende della storia, uno scaltro e cinico mediatore tra le anime radicali e quelle moderate del partito comunista serbo.

Sia come sia, il problema di creare una valvola di sfogo democratica ai troppi nostalgici del passato totalitario jugoslavo e serbo esiste. Secondo alcuni l’assorbimento degli ex socialisti serbi nel sistema democratico parlamentare è una delle vie di uscita per la cronica instabilità politica serba e la perdita del Kosovo potrebbe fungere da anno zero per questa catarsi della coscienza collettiva del popolo serbo. E’ chiaro che il vero problema non è tanto rappresentato dai socialisti e dai loro alleati quanto dal partito radicale serbo, il vero serbatoio dell’ultranazionalismo e dell’irredentismo. L’ambiguità della figura del leader del radicali Nikolic non consente di valutare se tale processo di democratizzazione sia possibile anche per l’SRS. Le dichiarazioni di Nikolic di voler portare il suo partito ad un percorso simile a quello dell’HDZ in Croazia, ad una Sanaderizzazione della sua leadership, confliggono con le bordate lanciate da una cella dell’Aja dal vero leader del partito Seselj. Rinchiuso con accuse scarsamente documentate e che potrebbero portare presto al suo rilascio, si cimenta in invettive e sproloqui sulla politica serba. Nell’ultimo dei quali ha sostenuto che all’assasino del Primo Ministro serbo Djindic sia doveroso tributare gli stessi onori che vanno offerti a Gavrilo Princip il nazionalista serbo bosniaco che, propugnando l’annessione della Bosnia serba alla Serbia, uccise a Sarajevo Francesco Ferdinando d’Austria il 28 giugno 1914.

Se ai Democratici non riuscirà l’aggancio dei socialisti, o se esso non si rivelerà possibile per altri motivi, gli scenari sono solo due: o una crisi istituzionale o la formazione di un governo a guida Kostunica compsto da DSS, SRS e SPS. Tale governo rappresenta sicuramente un salto nel buio tanto per le conseguenze interne quanto per quelle regionali ma nessuno è in grado di stimare se si tratta di paure reali o di tipo ideologico/mediatico; ad ogni tale scenario è temuto da tutte le cancellerie europee, da molti serbi, dagli USA e non gradito neanche a Mosca. Paradossalemente, se non intervengono elementi esterni, esso rappresenta una delle alchimie politiche più probabili che l’acerba democrazia serba è in grado di produrre a 100 giorni dall’indipendenza unilaterale del Kosovo. Le manovre preparatorie per la formazione di tale coalizione prevedono prima la realizzione di accordi di coalizione di governo locale. E sembra che nei prossimi giorni un accordo di massima per governare Belgrado sarà raggiunto dai tre partiti. Se si farà l’accordo per Belgrado aumenteranno le probabilità che tale coalizione si materializzi, magari dopo una lunga crisi istituzionale, anche a livello di governo. Una coalizione che unirebbe i perdenti dell’era Milosevic (SRS e SPS) con i perdenti della lunga battaglia per il potere dell’era post Milosevic (DSS).  Un’eventuale coalizione che, pur all’insegna della sconfitta, è forse al momento l’unica che esprime contemporanemaente tutte e tre le anime politiche del popolo serbo: quella nazionalista (SRS), quella post-comunista (SPS) e quella democatica occidentale (DSS).

E’ inutile per il momento tracciare scenari o fare previsioni su queale possibile coalizione si materializzerà (Blocco democratico + minoranze e socialisti o DSS + radicali e socialisti) e quali eventuali conseguenze si potranno produrre per la Serbia e per i Balcani occidentali. Ancora una volta, da numerosi anni a questa parte, nella creazione di questo ennesimo nuovo governo la Serbia affronta nuovamente il dilemma tra identità nazionale, integrazione europea e conti con il proprio passato.

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