paoloquercia

La Serbia è già cambiata

In Serbia on giugno 18, 2008 at 11:07 pm

di Paolo Quercia

Le conseguenze dell’indipendenza del Kosovo nell’ex Jugoslavia, dalla Slovenia alla Macedonia. Le maggiori novità si osservano in campo serbo, dove si sta strutturando un fronte antieuropeo, nazionalista e populista.

1. I circa dieci milioni di serbi che vivono nella penisola balcanica si trovano oggi sparsi in cinque Stati della regione. Cinque nuovi Stati la cui indipendenza è stata raggiunta recentemente, nel corso delle guerre di dissoluzione della ex Jugoslavia (1991-1999). La maggioranza della popolazione serba (poco più di 6 milioni) vive in Serbia 1, dove rappresenta circa l’82% della popolazione. La più grande minoranza serba fuori dai confini della Serbia si trova in Bosnia-Erzegovina, dove i serbi sono circa il 37% della popolazione, poco più di un milione e 700 mila. Una forte presenza serba si ha anche nel Montenegro, dove i cittadini che anche dopo la secessione da Belgrado continuano a definirsi «serbi» sono circa il 30% della popolazione (200 mila circa). Minoranze più piccole ma storicamente significative di serbi vivono anche in Croazia e in Kosovo, dove rappresentano circa il 5% della popolazione. Fuori dalla Serbia vive dunque, come minoranza nazionale, circa un terzo della popolazione serba della penisola balcanica.

La proclamazione dell’indipendenza del Kosovo e l’avvio del processo di riconoscimento del nuovo Stato da parte di alcuni paesi della comunità internazionale rappresenta sicuramente un evento spartiacque per il futuro della Serbia, per le comunità serbe della regione e per i rapporti tra Belgrado e le proprie minoranze.

2. Il Kosovo è giunto alla proclamazione d’indipendenza dopo un lungo percorso, la cui fase finale è iniziata con l’intervento militare del 1999. Il traguardo è stato raggiunto con la decisione presa dai paesi occidentali del Gruppo di contatto (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania) di concedere l’indipendenza al Kosovo in assenza di un (sicuramente impossibile) accordo con Belgrado e soprattutto in mancanza del parere favorevole del Consiglio di Sicurezza. Come per tutti gli Stati neo-nati, anche il Kosovo ha iniziato un suo travagliato percorso di riconoscimenti bilaterali che, pur se non indispensabili per la sua esistenza, testimoniano il gradimento politico mondiale a questa nuova operazione di State building. Al termine di questo processo si potrà tracciare la mappa geopolitica del «mondo possibile di Prisˇtina». A circa un mese dalla dichiarazione d’indipendenza, il Kosovo è stato riconosciuto ufficialmente da 27 paesi su 192 membri delle Nazioni Unite.

Molto particolare è la geopolitica dei riconoscimenti. Dal punto di vista cronologico il primo paese del mondo a riconoscere il Kosovo è stato il Costa Rica, anticipando di un giorno gli Stati Uniti d’America, il grande sponsor politico dell’indipendenza. Il primo paese europeo ad annunciare il riconoscimento è stato la Francia, il primo paese islamico l’Afghanistan, subito seguito da Albania e Turchia. Nelle settimane successive si sono aggiunti numerosi altri riconoscimenti, nella stragrande maggioranza di paesi europei. Il filo rosso geopolitico che unisce i paesi che hanno deciso di riconoscere il Kosovo è l’euroatlantismo, in quanto il 70% dei paesi che apriranno una propria ambasciata a Prisˇtina è membro dell’Unione europea o della Nato o di entrambe le organizzazioni.

È invece significativo notare che ad oggi nessun paese arabo ha riconosciuto il Kosovo 2, mentre solo 5 dei 57 membri dell’Organizzazione della Conferenza islamica hanno stabilito relazioni bilaterali con Prisˇtina (Albania, Turchia, Afghanistan, Senegal, Malesia). Su tale mancanza sicuramente pesa da un lato il timore che questioni di autodeterminazione su base etnica possano essere sollevate in Africa o in Asia – continenti in cui i confini esistenti sono incompatibili con il concetto europeo di minoranza nazionale e di Stato nazionale – ma forse anche la percezione che l’indipendenza del Kosovo è il risultato di un processo di americanizzazione di una popolazione potenzialmente islamica3.

Una differente ma possibile discriminante religiosa nella mappa dei riconoscimenti è anche ravvisabile nell’atteggiamento dei paesi cristiano ortodossi che, allineati con Mosca e Belgrado, stentano a riconoscere il Kosovo. Sino ad oggi tutti i paesi di cultura cristiana che hanno riconosciuto il Kosovo come Stato indipendente sono cattolici o protestanti.

Un altro elemento particolarmente significativo è che stentano ad arrivare i riconoscimenti dei paesi della regione, soprattutto quelli degli Stati della ex Jugoslavia. Per il momento solo la Slovenia ha riconosciuto il Kosovo, un atto in parte voluto in parte dovuto a causa del semestre di presidenza dell’Unione Europea esercitato da Lubiana. Sicuramente un atto costoso. La Slovenia è uno dei paesi che maggiormente ha investito in tutta la ex Jugoslavia e in particolare in Serbia. Tra tutti gli investitori stranieri la Slovenia è il paese che possiede il maggior numero di società a capitale estero in Serbia e vi segue Usa e Russia per valore degli investimenti effettuati. Inoltre, la Slovenia è entrata nel sistema economico serbo (e montengrino) con alcuni investimenti strategici in settori importanti quali quello finanziario (Nova Ljubljanska Banka), quello della grande distribuzione (Mercator, Merkur), oltre alla privatizzazione di numerose industrie di Stato, specialmente nel settore metallurgico. Dal 2000 al 2005 la Slovenia ha investito in Serbia oltre 500 milioni di euro, un sesto di tutti gli investimenti esteri 4.

Per questi motivi economici, ma anche per motivi storici e geopolitici che condannano Lubiana ad avere necessità di relazioni bilaterali con Belgrado, la Slovenia avrebbe preferito avere il profilo più basso possibile sulla questione. Forse anche per questi motivi Lubiana ha tentato di diffondere la sensazione che la propria posizione era già scritta e legata agli impegni multilaterali con Washington e Bruxelles. Anche le «fughe» di verbali diplomatici dal ministero degli Esteri di Lubiana, che confermerebbero la posizione di vassallaggio della Slovenia (ma in realtà di tutta l’Unione Europea) rispetto a Washington 5, potrebbero essere volutamente delle forme di autotutela per gli interessi economici sloveni in Serbia. Nonostante ciò, la Slovenia, rispetto agli altri paesi della ex Jugoslavia, rischia di pagare le maggiori conseguenze delle ritorsioni che la Serbia deciderà di attuare nei prossimi mesi.

Tra gli altri paesi della regione, la tendenza diffusa oscilla tra l’aperta contrarietà al nuovo Stato e il prudente temporeggiamento che probabilmente produrrà una seconda ondata di riconoscimenti durante il semestre francese di presidenza dell’Unione, se non interverranno gravi complicazioni diplomatiche o di sicurezza. Apertamente contrari o impossibilitati a riconoscere l’indipendenza del Kosovo sono la Romania, la Grecia e la Bosnia-Erzegovina. La Bosnia-Erzegovina per via del veto della componente serba, la Grecia per i collegamenti con la questione cipriota e la Romania per un doppio timore, interno nei confronti della minoranza ungherese ed esterno per la salvaguardia dell’integrità territoriale del secondo Stato romeno europeo, la Moldova.

Bulgaria, Croazia 6 e Ungheria, pur se per il momento astenuti sulla questione del riconoscimento, verosimilmente modificheranno la propria posizione nel corso del 2008, procedendo al riconoscimento. Particolarmente difficile è invece la situazione per la Macedonia e per il Montenegro, estremamente prudenti sull’argomento a causa degli effetti che il riconoscimento potrà avere sulle proprie minoranze: quella serba in Montenegro e quella albanese in Macedonia. Per quanto riguarda la Macedonia, la dichiarazione d’indipendenza di Prisˇtina del 17 febbraio è stata accolta con gioia e festeggiamenti da parte della grande comunità albanofona con manifestazioni in piazza a Skopje e a Tetovo. Ali Ahmeti, leader del partito albanofono d’opposizione Dui, non ha perso l’occasione politica per omaggiare il «grande giorno» dell’indipendenza del Kosovo visitando le tombe dei guerriglieri albanesi morti nell’insurrezione antigovernativa del 2001 Prisˇtina 7, tracciando così un ambiguo parallelismo. Maggiore realismo è invece dimostrato dal Dpa, l’altro partito albanese macedone alleato di minoranza del governo e orientato su posizioni di riconoscimento graduale.

Uno dei motivi di cautela del governo macedone sul Kosovo è legato non solo al ricordo dell’insurrezione del 2001, nata per osmosi territoriale tra gruppi criminali e nazionalisti kosovari e macedoni, ma anche al problema della mancata demarcazione del confine tra Kosovo e Macedonia, che molti a Skopje vorrebbero fosse determinata prima dell’eventuale riconoscimento. Strana richiesta, probabilmente utile per guadagnare tempo, in quanto è tecnicamente difficile demarcare i confini con uno Stato che non si è ancora riconosciuto. Per la Macedonia, diversamente dalla Slovenia, gli effetti di eventuali ritorsioni da parte di Belgrado per il riconoscimento del Kosovo sarebbero legati non a ritorsioni sugli investimenti esteri bensì sul commercio bilaterale tra i due paesi, rifornendosi la Macedonia di numerosi prodotti di consumo dalla Serbia. Ad ogni modo, anche per la Macedonia, la normalizzazione delle frontiere con il Kosovo sarà un atto che diverrà sempre più necessario con il passare del tempo e che, specialmente dopo il summit Nato di Bucarest e la risoluzione del conflitto con la Grecia sulla denominazione dello Stato macedone, potrebbe essere completato entro il 2008. Se questo avverrà, dipenderà in buona parte dal fatto che la leadership politica macedone di orientamento nazionalista moderato si convincerà del fatto che il modo migliore per garantire i propri confini nordoccidentali, almeno nel medio periodo, sarà quello di riconoscere il Kosovo indipendente e di confidare nella capacità di Ico, Eulex e Nato di interdire attività ostili alla Macedonia che potrebbero partire dal territorio kosovaro.

3. Tra tutti i paesi della regione, le questioni più problematiche in relazione al riconoscimento del Kosovo sono rappresentate dalla Bosnia-Erzegovina e dal Montenegro. Questi due paesi sono accomunati dal fatto di ospitare entrambi due «minoranze» serbe numericamente molto forti e politicamente contrapposte al governo centrale. Non è un caso che in questi due paesi si sono avute le maggiori dimostrazioni di protesta contro l’indipendenza del Kosovo. A Banja Luka, «capitale» della Republika Srpska della Bosnia- Erzegovina, le manifestazioni antindipendenza del Kosovo sono state organizzate dalla rete di Ong serbe Spona, che si era già contraddistinta lo scorso autunno per le proteste di massa contro le riforme della costituzione di Dayton imposte dal rappresentante speciale Lajcˇak 8. Il messaggio di protesta dei nazionalisti serbi di Bosnia, che hanno manifestato in piazza Krajina a Banja Luka, non era tanto un messaggio di solidarietà rivolto ai serbi del Kosovo, bensì un messaggio di avvertimento al governo di Sarajevo di non procedere con il riconoscimento del Kosovo.

Tale posizione è stata esplicitata anche dal premier della Republika Srpska Milorad Dodik, che ha dato per scontato che i rappresentanti serbi presso il governo centrale non autorizzeranno mai il riconoscimento del Kosovo da parte della Bosnia-Erzegovina. Riconoscimento che non è una priorità neanche per i partiti bosniaci musulmani e per quelli della componente croata della federazione, i cui leader hanno mantenuto sino ad ora un atteggiamento prudente 9, certamente memori delle tensioni vissute dalla Bosnia-Erzegovina nello scorso autunno quando i partiti serbi minacciarono un referendum per la secessione in caso d’indipendenza del Kosovo. La peculiare situazione etnica della Bosnia-Erzegovina, i legami di dipendenza economica esistenti tra Republika Srpska e Serbia, le non celate ambizioni della componente croata di essere elevata a terzo gruppo etnico costituente della fondazione, sono tutti elementi che renderanno a lungo impraticabile se non impossibile la via del riconoscimento del Kosovo da parte della Bosnia-Erzegovina.

Anche per il Montenegro la questione del riconoscimento del Kosovo è di difficile soluzione. Almeno tre sono le differenti pressioni esterne che si confrontano per condizionare la scelta della piccola republica adriatica: quelle degli Stati Uniti d’America, paese promotore e sostenitore dell’indipendenza del Montenegro dalla Serbia, che spingono per il riconoscimento del Kosovo; quelle provenienti da Mosca, paese che negli ultimi anni ha massicciamente investito in Montenegro e che ha in mano molte leve economiche per condizionare la volontà di Podgorica; infine quelle di Belgrado, che può ancora fare riferimento ai numerosi legami tra Serbia e Montenegro sopravvissuti alla secessione consensuale, nonché sul filoserbismo di almeno un terzo della popolazione.

La posizione del Montenegro è ulteriormente complicata dalla presenza di una crescente minoranza albanofona, pari a circa il 7% della popolazione, che si è rivelata determinante per la vittoria degli indipendentisti nel referendum montenegrino. La difficoltà del governo montenegrino nel gestire le conseguenze dell’indipendenza del Kosovo è apparsa evidente quando il ministro dell’Interno di Podgorica ha sentito la necessità di invitare gli albanesi del Montenegro a festeggiare silenziosamente e in un quadro familiare l’indipendenza del Kosovo per non rischiare di causare incidenti collegati a manifestazioni di piazza 10. Nello stesso giorno dell’indipendenza del Montenegro, i dirigenti dei partiti pro serbi montenegrini organizzavano una manifestazione di militanti in Kosovo a Mitrovica Nord per portare la propria solidarietà ai serbi del Kosovo. Qualche giorno dopo la manifestazione di protesta dei montenegrini filoserbi si è svolta a Podgorica, attorno ai palazzi del parlamento e del governo, con l’obiettivo di dimostrare ai leader del paese la contrarietà di parte della popolazione all’indipendenza del Kosovo. In quest’occasione era presente anche una delegazione di serbi del Kosovo a sventolare, sotto la guida del leader nazionalista di Mitrovica Milan Ivanovic´, le bandiere di Serbia, Russia, Grecia e Spagna di fronte ai palazzi governativi montenegrini.

Il Montenegro è forse lo Stato della ex Jugoslavia maggiormente sospeso e indeciso circa i passi politici da prendere sulla questione del riconoscimento del Kosovo. Per la Serbia un «no» di Podgorica avrebbe un valore importantissimo dal punto di vista simbolico e geopolitico in quanto condannerebbe i kosovari a utilizzare il difficile confine con l’Albania settentrionale per raggiungere l’Adriatico e accrescerebbe l’effetto isolamento del Kosovo, uno degli obiettivi perseguiti da Belgrado.

4. Una delle conseguenze di maggiore significato della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo si è avuta sul sistema politico serbo. Tre, in particolare, sono stati gli elementi divisivi della coalizione di governo: la scelta tra una linea morbida e una intransigente per le possibili reazioni e ritorsioni, il grado desiderato di apparentamento di Belgrado con la Russia, nonché il rapporto da tenere con l’Unione Europea dopo il via libera di Bruxelles al riconoscimento. È soprattutto il futuro delle relazioni con l’Unione Europea che ha prodotto un’insanabile spaccatura tra le forze di governo e in particolare tra il partito del presidente Tadic´ e quello del premier Kosˇtunica. Il Dss di Kosˇtunica ha fatto approvare in parlamento, grazie ai voti dell’opposizione socialista e radicale, una risoluzione che impegna il governo serbo a condizionare l’integrazione nell’Europa al riconoscimento da parte dell’Ue che il Kosovo è Serbia. Visto che un numero consistente di paesi europei ha riconosciuto il Kosovo, tale risoluzione si pone come pietra tombale sul cammino d’integrazione europea di Belgrado.

Coerentemente, e probabilmente in applicazione di una precisa strategia sviluppata dopo le elezioni presidenziali, il premier Kosˇtunica, dopo aver provocato la spaccatura nel suo stesso governo, ha deciso di chiedere lo scioglimento del parlamento e di indire elezioni politiche per l’11 maggio 11. Tale mossa getta una luce sinistra sugli scenari che potrebbero uscire dalle urne serbe, soprattutto alla luce delle recentissime elezioni presidenziali che hanno confermato Boris Tadic´ presidente. L’elezione di Tadic´, che al ballottaggio ha sconfitto il leader del Partito radicale (Srs) Nikolic´, è stata accolta con grande entusiasmo in Europa come una grande vittoria della democrazia e dei valori occidentali. Tuttavia, un’attenta analisi dei voti dimostra che – al di là dell’elezione di Tadic´ – il vincitore delle elezioni è stato proprio il candidato del partito radicale.

Difatti il Partito radicale è in costante ascesa elettorale e circa un serbo su due ha votato per il vicepresidente del Srs. Negli ultimi cinque anni il partito radicale, con un programma basato in parte sul nazionalismo irredentista e in parte su politiche sociali e popolari, è riuscito a occupare uno spazio rilevantissimo e non marginale nella vita politica serba, come è testimoniato dal numero di voti conquistati dalle elezioni del 2004 ad oggi. La dote politica del Partito radicale al primo turno delle elezioni presidenziali del 2004 era poco meno di 1 milione di preferenze (che diventarono 1 milione e 400 mila al secondo turno). Alle elezioni politiche del 2007 l’Srs, già primo partito della Serbia, continua a crescere conquistando 200 mila voti in più e superando il Partito democratico di Tadic´ di 250 mila. Al primo turno delle elezioni presidenziali del 2008, quelle di poco precedenti la proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, l’Srs fa un ulteriore incredibile balzo in avanti raccogliendo mezzo milione di voti in più rispetto a un anno prima, avvicinandosi alla soglia dei due milioni di elettori. Soglia oltrepassata al secondo turno quando il partito radicale giunge a superare i 2 milioni di voti (2 milioni e 177 mila) su poco più di 4 milioni di elettori.

Dal 2004, anno del pogrom antiserbo in Kosovo, al 2008, anno dell’indipendenza del Kosovo, il Partito radicale serbo ha quasi raddoppiato – nonostante il proprio presidente Sˇesˇelj fosse e resti sotto processo all’Aia – i propri consensi passando dal 25% a quasi il 50% dell’elettorato serbo. La convergenza dei voti di un elettore serbo su due sul nome del vicepresidente radical-socialista Nikolic´ è avvenuta in buona parte a danno dell’elettorato del conservatore moderato Kosˇtunica e fa parte di un processo di semplificazione del quadro politico serbo attivato dalla perdita del Kosovo: da un lato il polo populista, antioccidentale e irredentista verso cui convergono i ceti sociali deboli, i nazionalisti, i radicali, i socialisti e parte dei conservatori moderati; dall’altro lato il blocco liberale e filoccidentale che, pur non favorevole alla perdita del Kosovo, ritiene di non voler sacrificare l’integrazione con i paesi europei cambiando rotta alla Serbia e orientandola verso Mosca o verso l’autarchia.

Dietro l’autoscioglimento del governo Kosˇtunica c’è verosimilmente la scelta del leader dei Dss di recuperare parte del perduto consenso popolare e, se le condizioni politiche lo consentiranno, di mettersi a capo di un governo assieme ai socialisti e ai radicali. Se così avverrà, la Serbia entrerà in una nuova e incerta fase politica. Verosimilmente il Dss di Kosˇtunica correrà alle elezioni assieme al partito Nuova Serbia di Velimir Ilic´, di stampo nazional-populista. Ma dopo le elezioni previste per maggio, il partito del premier dimissionario sarà pronto per sdoganare il Partito radicale serbo portandolo al governo.

Le principali conseguenze della perdita del Kosovo, dunque, per adesso si sono avute non a Mitrovica, Sˇtrpce, nella Republika Srpska o nel Montenegro settentrionale, bensì a Belgrado. Il governo non ha retto alla prova del Kosovo e ha demandato all’elettorato serbo l’indicazione di come reagire alla perdita territoriale. Se saranno confermate le ultime tendenze elettorali, la Serbia avrà nuovamente formazioni nazionaliste radicali al governo, seppure con un profilo più moderato e in coalizione con un partito conservatore democratico come il Dss. È evidente che per la posta in gioco e per la rinnovata fluidità della scena politica serba, le elezioni di maggio rappresenteranno il più importante test politico dalla caduta di Milosˇevic´ a oggi. Solo dopo le elezioni la Serbia deciderà se e come sanzionare gli Stati che hanno riconosciuto il Kosovo e se proseguire il proprio percorso di adesione verso l’Unione Europea. È probabile che anche il processo dei riconoscimenti subirà una battuta d’arresto per qualche mese.

1. Statistical Office of the Republic of Serbia webrzs.statserb.sr.gov.yu/axd/en/Zip/CensusBook1.pdf

2. Ventidue sono i paesi membri della Lega Araba. Tra essi uno dei più inclini a riconoscere il Kosovo in un prossimo futuro potrebbe essere l’Arabia Saudita.

3[1]. Secondo l’opinione dell’autore, una delle motivazioni che hanno indotto gli Stati Uniti d’America a sostenere l’Uçk ed entrare attivamente nel confronto tra kosovari albanesi e serbi è proprio da rintracciare nella strategia americana degli anni novanta di contrasto attivo alle politiche di alcuni paesi islamici che sostenevano militarmente popolazioni islamiche in lotta per l’autodeterminazione.

4. V. Cvorkov, Slovenes and Croats Forge Foreign Investment Path, ottobre 2005, Institute for War and Peace Reporting, http://www.iwpr.net

5. Sui quotidiani sloveni vi è anche stato un acceso dibattito circa le presunte istruzioni date da Washington alla Slovenia su modalità e tempi del riconoscimento. Vedi gli articoli di Dnevnik riportati su Osservatorio Balcani del 29/1/2008.

[1]6. Il primo ministro croato Ivo Sanader ha anticipato che il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte di Zagabria potrebbe essere formalizzato nel mese di marzo, nonostante i segnali provenienti da Belgrado che annunciano ritorsioni di carattere politico ed economico. Vedi Balkan Insight del 7/3/2008 http://www.balkaninsight.com

7. Vedi reportage di R. Karajkov, «Macedonia Quiet for Now on Kosovo’s Independence», Osservatorio Balcani, 22/2/2008.

8. Vedi P. More, «Bosnia-Herzegovina: Serbs Protest Imposed Reforms, but Is It Smoke or Fire?», Radio Free Europe, 30/10/2007.

9. Vedi A. Rossini, «Le reazioni della Bosnia alla dichiarazione del Kosovo», Osservatorio Balcani.

10. Si veda «Indépendance du Kosovo: le Monténégro entre minorité albanaise et partis pro-serbes», Vijesti, 16/2/08, Podgorica, riportato in Le Courrier des Balkans.

11. Si veda «Serbian government formally collapse», Balkan Insight, 10/3/2008

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