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L’arresto di Karadzic

In Balcani, Serbia on luglio 23, 2008 at 3:29 pm

di Paolo Quercia

I Balcani ci hanno abituato ai paradossi. Nel giorno in cui il neo primo ministro del Kosovo indipendente Thaci incontrava a Washington il presidente americano Bush e a meno di due settimane dal ritorno al potere degli eredi del partito socialista di Milosevic, la giustizia serba mette le mani sul latitante del tribunale dell’Aia politicamente più pesante rimasto in circolazione: l’ex leader dei serbo bosniaci Radovan Karadzic.

L’arresto, è avvenuto a 13 anni dall’incriminazione di Karadzic e suona un po’ come un canto del cigno del tribunale dell’Aia a circa due anni dalla chiusura prevista dei suoi lavori. Karadzic non è stato catturato dai soldati della NATO, né localizzato dai funzionari delle Nazioni Unite e dalle numerose intelligence di tutti i paesi occidentali che battono la regione ormai da oltre un decennio. E’ stato arrestato a Belgrado dai servizi di sicurezza serbi nel momento in cui un nuovo governo ha ritenuto utile rischiare quanto meno la propria popolarità (il primo ministro Djindjic pagò con la vita una simile mossa politica) in un momento in cui Belgrado deve recuperare peso politico sul piano internazionale dopo l’indipendenza del Kosovo.

La posizione di isolamento politico non gioca difatti agli interessi di Belgrado che ha capito che la partita del Kosovo non è definitivamente chiusa e la nuova repubblica balcanica stenta a decollare tanto economicamente che politicamente. L’arresto di Karadzic e la sua eventuale estradizione all’Aia consente a Belgrado di avere in mano una merce di scambio con cui conquistare crediti politici da spendere – via Bruxelles – sul dossier kosovaro. Per questo stesso motivo, infatti, il governo serbo ha deciso di ripristinare nelle loro residenze solo gli ambasciatori serbi ritirati dai paesi europei. Pertanto l’arresto di Karadzic, più che una vittoria del Tribunale dell’Aia è una vittoria o una mossa vincente da parte del governo serbo e del Partito Democratico di Tadic.

E infatti la possibilità dell’arresto di Karadzic ha acquisito consistenza politica nel momento in cui il partito di Kostunica ha abbandonato le posizioni di governo e soprattutto a poche settimane dal rimpiazzo del capo della BIA (Bezbednosno-Informativna Agencija), i servizi di sicurezza serbi che nella riforma del 2002 furono separati dal Ministero dell’Interno e messi sotto la responsabilità del primo ministro. In questi anni Kostunica ha sempre voluto avere un suo uomo al vertice della BIA, reputando il controllo della struttura più importante di quello di molti ministeri. Il passaggio di Kostunica all’opposizione e la fresca nomina di un funzionario di polizia vicino al partito DS di Tadic (già segnalatosi all’epoca dell’operazione “Sciabola” con cui il governo serbo reagì contro la criminalità organizzata dopo la morte di Djindjic) hanno consentito l’arresto di Karadzic. Ciò è avvenuto in uno scenario in cui il Ministero dell’Interno, guidato da pochi giorni da un uomo del partito socialista, ha dichiarato la propria “non belligeranza” sottolineando come l’arresto sia avvenuto senza la sua collaborazione. Paradossi della politica balcanica.

L’arresto di Karadzic è dunque legato ai cambiamenti interni della politica serba e in qualche modo, è necessario riconoscerlo, rappresenta uno dei frutti della decisione di dare l’indipendenza unilaterale al Kosovo. E’ importante riflettere su questi aspetti dell’inattesa cattura dello psichiatra di Pale e anche su una certa banalità dei commenti con cui tale cattura è stata accolta sulla stampa per cui nell’arresto viene visto il trionfo del diritto (o addirittura della giustizia) internazionale e vengono accusati i soggetti più svariati per la complicità nei 13 anni di latitanza.

E’ doveroso ricordare che i serbi di Bosnia non persero il conflitto militare della guerra di secessione jugoslava, ma al momento degli accordi di Dayton e dopo tre anni di inutili e terribili atrocità conservavano più o meno la stessa percentuale di territorio bosniaco che detenevano all’inizio del conflitto. La pace di Dayton fu raggiunta sia utilizzando la minaccia (in parte attuata) di più risoluti interventi militari da parte della NATO, ma soprattutto intavolando trattative di pace con un nemico non sconfitto e agendo sulla Serbia per convincere alla tregua i serbo-bosniaci. E’ chiaro che in un tale contesto non era possibile allo stesso tempo trattare la pace su posizioni di parità con il nemico (già macchiatosi degli episodi di genocidio di cui sarà poi imputato) e contestualmente processarlo per crimini di guerra. Il “diritto” a processare il nemico si ottiene attraverso la forza, politica e militare, di vincere sul campo costringendo gli avversari alla resa e trasformandone i leader politici in imputati. Questo insegna la storia, da Norimberga ai processi dell’Iraq post Saddam.

Se Milosevic non avesse deciso nel 1999 di incendiare il Kosovo reagendo con brutalità contro i civili agli atti di terrorismo compiuti dall’UCK, di tentare di resistere alla NATO venendone sconfitto, difficilmente i responsabili dei crimini in Bosnia Erzegovina sarebbero potuto essere affidati alla giustizia internazionale. La cattura di Karadzic non sfugge a questa regola. Sia come sia, oggi Karadzic è nelle mani delle autorità serbe, in attesa – verosimilmente – di essere estradato all’Aia.

La cattura dell’ex leader dei serbi di Bosnia è stata accolta da feste in strada a Saraievo, da molta indifferenza – e qualche incidente a Belgrado – e con un certa apprensione e disappunto a Pristina: Jeremic, il ministro degli Esteri serbo in visita a Bruxelles lo stesso giorno della cattura di Karadzic, dopo aver incassato i complimenti di NATO, USA e UE, si affrettava a ribadire che la Serbia mai cederà un millimetro di territorio kosovaro. Nella logica balcanica dei contrapposti nazionalismi autosostenentisi, c’è da scommettere che molti kosovari – ma probabilmente anche alcuni musulmano-bosniaci – avrebbero preferito che la Serbia fosse rimasta ancora a lungo – almeno fino al definitivo consolidamento dell’indipendenza del Kosovo – uno stato paria nella comunità internazionale. La cattura di Karadzic è uno degli ultimi pegni che Belgrado è disposta a pagare alla comunità internazionale per essere definitivamente riammessa con pari dignità nel contesto regionale..

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