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L’indipendenza del Kosovo e le sue conseguenze regionali

In Balcani, Kosovo on ottobre 30, 2008 at 5:13 pm

Di Paolo Quercia

Indipendenza del Kosovo : proseguono i riconoscimenti che giungono a quota 51. Con Macedonia, Montenegro ed Emirati Arabi Uniti

Tre nuovi stati hanno proceduto a riconoscere il Kosovo come stato indipendente nel mese di ottobre: Macedonia, Montenegro e Emirati Arabi Uniti. Pur trattandosi di paesi relativamente piccoli, nella geopolitica del Kosovo indipendente essi rivestono un’importanza strategica elevatissima. Macedonia e Montenegro innanzitutto, sono due stati confinanti ex jugoslavi che a lungo hanno esitato a riconoscere il Kosovo, in particolare per timore delle reazioni da parte di Belgrado (che difatti ha immediatamente espulso gli ambasciatori dei due paesi dalla Serbia). La loro decisione segnerà sicuramente una rottura profonda con Belgrado ed un deterioramento dei rapporti economici. Ma cosa importante per il Kosovo resta il fatto che con lo stabilimento di relazioni ufficiali con Macedonia e Montenegro, Pristina amplia notevolmente la propria contiguità territoriale. Difatti, fino allo scorso settembre, l’unico stato confinante che riconosceva il Kosovo indipendente era l’Albania, confine che passava attraverso una impervia e pericolosa regione di montagna di difficile attraversabilità. Ora attraverso il Montenegro il Kosovo “guadagna” un ulteriore accesso verso il Mare Adriatico mentre con il riconoscimento Macedone Pristina riesce ad “agganciarsi” a Bulgaria e Turchia che già avevano riconosciuto Pristina. In particolare con il riconoscimento di Skopje il Kosovo viene a trovarsi virtualmente agganciato al corridoio trans-europeo n.VIII (Albania – Macedonia – Bulgaria) che unisce il Mar Adriatico con il Mar Nero. Al di là dell’importanza geopolitica, il riconoscimento del Kosovo da parte di Macedonia e Montenegro viene ad assumere un importante valenza etnica. Sia in Macedonia che in Montenegro, difatti, vivono importanti comunità albanofone. Circa il 7% della popolazione in Montenegro e circa il 30% della popolazione in Macedonia, per un totale approssimativo di circa 700.000 persone. Fino ad oggi erano identificate come minoranze albanesi, ma lo stabilimento di relazioni ufficiali tra Pristina, Skopje e Podgorica porrà inevitabilmente il problema se si tratterà di minoranze “albanesi” o minoranze “kosovare” e quale dei due stati sarà principalmente coinvolto nella tutela delle proprie minoranze all’estero.

Anche il riconoscimento del Kosovo da parte degli Emirati Arabi Uniti riveste una particolare importanza geopolitica ed internazionale. Gli Emirati sono, difatti, il primo e sinora unico paese arabo a riconoscere il Kosovo come stato indipendente ed in tal modo – anche in funzione del potere finanziario concentrato negli EAU, rappresenteranno la principale finestra del Kosovo verso il mondo arabo (e islamico) e potrebbero diventare uno dei vettori chiave (oltre agli USA) della futura politica estera del Kosovo.

Bosnia Erzegovina. Verso l’espulsione del siriano Imad al-Husein.

Il 6 ottobre il leader de facto della comunità dei Mujaheddin della Bosnia Erzegovina, il siriano di cittadinanza bosniaca Imad al-Husein, più conosciuto con il nome di Abou Hamza è stato arrestato dalle forze di sicurezza e posto sotto custodia in un centro di detenzione per stranieri. Abou Hamza è stato membro dell’Esercito della Bosnia Erzegovina durante la guerra e al termine della stessa ha ottenuto la cittadinanza bosniaca. Lo scorso anno tale cittadinanza gli è stata ufficialmente ritirata in virtù di un processo di revisione delle nuove cittadinanze che il governo ha aperto nel 2007, processo in cui sono stati sottoposti a revisione le motivazioni di legalità della concessione delle cittadinanze nel periodo successivo al conflitto. Secondo il governo della Bosnia Erzegovina Abou Hamza aveva ottenuto la cittadinanza in maniera non conforme alla legge. Hamza si è appellato alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasbourgo e alla Corte costituzionale bosniaca, ma il suo arresto e detenzione lasciano intravedere un’imminente espulsione in Siria

Occhi puntati sulla destabilizzazione della Bosnia Erzegovina dopo l’indipendenza del Kosovo

La riapertura della questione della Bosnia Erzegovina dopo l’indipendenza del Kosovo è stato a lungo un argomento tabù. Nessuno nelle cancellerie occidentali e nella diplomazia internazionale ne  ha parlato volentieri sino ad oggi. Si è tentato di costruire un cordone sanitario diplomatico attorno alle sortite offensive e le retromarce tattiche del Primo Ministro serbo bosniaco Dodik circa un possibile referendum per la secessione della Repubblica Srpska dopo l’indipendenza del Kosovo. Ma la questione resta una delle più spinose tuttora aperte nei Balcani. Il 22 ottobre due diplomatici internazionali che hanno avuto un ruolo chiave nelle vicende della Bosnia – l’architetto degli accordi di Dayton ed ex inviato americano per i Balcani Richard Holbrooke e l’ex Alto Rappresentante delle Nazioni Unite per la Bosnia Erzegovina – hanno dichiarato pubblicamente le loro preoccupazioni per un aggravarsi della situazione interna della Bosnia Erzegovina. Il rischio da loro identificato è legato ad un ipotetico piano da parte di Belgrado con il supporto di Mosca, per creare le condizioni di fatto di una secessione della Bosnia serba dalla Bosnia Erzegovina. Tale rischio sarebbe aggravato dal fatto che gli Stati Uniti hanno abbandonato i Balcani a sé stessi anche a causa delle imminenti elezioni presidenziali, mentre l’Europa è divisa ed incapace ad agire con efficacia nello scenario balcanico ed in particolare a stabilizzare la Bosnia Erzegovina. L’uomo chiave di tale scenario di possibile nuova crisi balcanica sarebbe Dodik che, al potere dal 2006, alterna una strategia di irredentismo e collaborazione. La sua strategia sarebbe quella di lavorare sotterraneamente affinché la Repubblica Srpska venga a trovarsi un una posizione di possibile secessione se si venissero a realizzarsi alcune condizioni esterne ed internazionali.  Tali preoccupazioni espresse ad alto livello diplomatico altro non sono che la presa d’atto di un deterioramento della situazione politica ed etnica interna alla Bosnia Erzegovina, deterioramento che è in corso almeno dal 2005 e che si è particolarmente aggravata nel 2008 dopo l’indipendenza del Kosovo. Ad ogni elezione, politica o locale, i movimenti nazionalisti di entrambi i fronti hanno sempre più radicalizzato le rispettive posizione e il consenso degli elettori si è sempre più spostato su piattaforme nazionaliste. Tale tendenza è evidente anche nel campo bosniaco, dalle cui fila si è distinto particolarmente il membro bosniaco della Presidenza tripartita Haris Silajdzic, a detta di molti responsabile assieme a Dodik del deterioramento della situazione interna.

A tale recrudescenza dello scontro nazionalista nella Bosnia Erzegovina si sommano gli errori enormi fatti dalla comunità internazionale nella decennale gestione del paese. Una gestione che nel timore di lasciare spazio a politiche etniche ha ingessato la Bosnia creando uno stato non funzionate, un mostro basato sulla iper-burocrazia, i finanziamenti internazionali, un eccessivo controllo statale, veti politici, apartheid etnico e la lottizzazione su base nazionale. Una macchina stato che, al di là delle contrapposizioni politiche,  è incapace di produrre decisioni effettive anche nei campi più tecnici.

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