paoloquercia

Kosovo senza pace

In Balcani, Kosovo on febbraio 17, 2009 at 11:48 am

di Matteo Tacconi

A un anno dall’indipendenza è ancora uno stato a sovranità limitata

Compie proprio oggi un anno di vita, il Kosovo. Dodici mesi fa, il 17 febbraio 2008, il parlamento di Pristina proclamava l’indipendenza dalla Serbia con una dichiarazione unilaterale, eterodiretta da Washington e dai paesi dell’Ue.

Non tutti, però. Spagna, Slovacchia, Cipro, Romania e Grecia non seguirono gli altri partner comunitari e a tutt’oggi, temendo che lo “strappo” kosovaro si ripercuota sui propri territori alimentando spinte centrifughe, si rifiutano di riconoscere dignità diplomatica alla settima nazione sorta sulle ceneri dell’ex Jugoslavia. Lo stesso vale per la Russia, la Cina e molti dei 192 paesi con seggio alle Nazioni Unite. “Solo” 53 stati membri dell’Onu hanno infatti stretto legami diplomatici con Pristina.

Troppi? Pochi? Il punto è un altro. Il dibattito sull’indipendenza kosovara – operazione giuridica senza senso o questione inevitabile? – continua, certo. Ma la realtà dice due cose.

Dice, innanzitutto, che il Kosovo non tornerà mai più sotto la sovranità di Belgrado. E dice pure che il Kosovo “esiste”. È una nazione fragilissima, economicamente e politicamente. Uno stato a sovranità limitata. Ma bisogna comunque farci i conti

I tentacoli delle cosche

A un anno dall’indipendenza, la situazione sul campo rimane statica. I grandi problemi di sempre non sono stati risolti.

L’onnipotenza delle cosche mafiose, tanto per cominciare, continua a tartassare il paese. In Kosovo circolano i due terzi degli oppiacei provenienti dall’Afghanistan e diretti verso i mercati europei. Si tratta di una grande torta nelle mani delle cupole locali, che trovano un’importante sponda nell’élite politica. Per Paolo Quercia, firma della rivista Limes, l’indipendenza non ha smantellato tale circolo vizioso. «Questi equilibri sono frutto del “patto” del 1999 (anno che segnò la fine del conflitto, ndr) stipulato dalla comunità internazionale, dall’apparato criminale e dalla casta politica, sia serba che albanese». Aggiunge Quercia: «Anche se è esagerato bollare il Kosovo come il narcostato per eccellenza, visto che in tutte le economie in transizione si riscontrano queste problematiche, c’è da dire che dopo il 17 febbraio del 2008 la situazione non è cambiata. Né cambierà, a meno che non si spezzino le rendite di posizione. Ma nessuno, pare, ha voglia di farlo».

Anche il generale Fabio Mini, ex comandante della missione internazionale di peace-keeping in Kosovo (Kfor), mette l’accento su certe “contaminazioni”. «L’indipendenza ha portato benefici soprattutto all’élite che gestisce il potere, economico e politico». La possibilità di sradicare questo bubbone – ragiona il generale – «era quella di concentrarsi sullo sviluppo di un’economia pulita. Ma la chance è sfumata.

A rimetterci, per tutto questo, sono i cittadini. Albanesi e serbi, senza distinzioni ».

La Berlino dei Balcani

Verissimo. Con l’indipendenza, la consorteria politico-mafiosa del Kosovo si è messa in una botte di ferro. Ma la stragrande maggioranza dei due milioni e poco più di abitanti del Kosovo vive in condizioni difficilissime. I redditi sono bassi, la disoccupazione sfonda in molte aree la soglia del 50 per cento e contribuisce a perpetuare le tensioni etniche, che Pristina e Belgrado strumentalizzano a fini politici senza porsi grandi scrupoli. Specialmente a Mitrovica, la città che demarca etnicamente il Kosovo. Dai suoi quartieri settentrionali in su si concentra la metà dei 120mila serbi che vivono nel paese. Da quelli a sud fino al confine meridionale del paese, presenza monolitica di albanesi.

Nella “Berlino dei Balcani”, segnata in passato da numerose violenze, il dissapore reciproco continua a essere all’ordine del giorno e i due emisferi della città sono in tutto e per tutto universi paralleli. Dinaro, chiese ortodosse e alfabeto cirillico nella porzione serba. Euro, moschee, caratteri latini in quella che ricade sotto il controllo albanese. Oltrepassare i ponti sull’Ibar, il corso d’acqua che taglia l’abitato, e presentarsi nella tana del “nemico”, può rivelarsi un grande azzardo.

In gergo diplomatico, un quadro simile cade sotto la voce “conflitto congelato”.

Decongelarlo sembra una missione impossibile.

La Serbia di Boris Tadic, inseguendo il duplice obiettivo dell’integrazione in Europa e dell’opposizione alla perdita del Kosovo, mantiene volutamente un piede nell’ex provincia. E i politici albanesi di Pristina non hanno per ora né la forza, né forse l’interesse per rivendicare la piena sovranità su tutto il territorio nazionale.

Paolo Quercia: «L’impressione è che in Kosovo, al momento, si stia cercando di contenere i danni, di controllare che non venga oltrepassata una certa linea. I problemi strutturali e gli equilibri, di matrice etnica e politica, permangono».

Quasi tutto rimane fermo, insomma.

Europa in ritardo

Chi può sbriciolare le muraglie kosovare? In molti dicono che è l’Europa ad avere il pallino in mano. Bruxelles ha scomesso forte sulla missione Eulex, da poco attiva sul territorio, composta da poliziotti, magistrati e funzionari civili. Ma a dire il vero il contingente europeo ha pochi poteri e le sue funzioni, che si esplicano sostanzialmente nella supervisione dell’indipendenza, non risultano incisive.

«L’Europa prova a stimolare economia e tenore di vita. Ma c’è da dire che si è fortemente limitata, quando con il piano Ahtisaari (la road map per il Kosovo indipendenza, ndr) è stato deciso che Eulex non fosse una missione dal carattere invasivo ».

Ma è comunque l’Ue che può e deve giocare le sue carte. Non tanto a livello di tecnicismi sul campo. Serve la politica.

«Eulex ha risorse e funzioni limitate. È un problema, non una soluzione. L’Ue – afferma Fabio Mini – deve porsi un’altra priorità: integrare tutti i Balcani. E i parametri di Maastricht, in questo caso, non devono essere il punto di partenza, ma quello d’arrivo. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità, caricarci sulle spalle dei “quasi-stati” e portarli passo dopo passo in Europa. Ma stiamo rischiando di fare tardi, troppo tardi».

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