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La politica ai tempi del G20

In Globalizzazione, Politica estera on febbraio 28, 2009 at 3:34 pm

di Paolo Quercia

Il trentacinquesimo vertice del G8 si terrà in Italia nel luglio di quest’anno, in un momento storico particolarmente complesso per l’economia del pianeta, ovverosia nel mezzo della più grave crisi economico finanziaria dal dopoguerra ad oggi. Da molte parti ormai si mette in dubbio la reale effettività di questo forum costituito all’epoca della Guerra Fredda (ed allargato alla Russia nel 1999) quando le più importanti economie del mondo erano tutte democrazie occidentali basate su sistemi di libero mercato. Paradossalmente la caduta del muro di Berlino, la “fine della storia” e il trionfo della globalizzazione mondiale basata su un modello estremizzato del capitalismo occidentale (definito da alcuni turbocapitalismo) ha finito per produrre un mondo sempre meno basato sull’egemonia politico ed economica globale delle due sponde dell’Atlantico. A partire dagli anni novanta, il processo di redistribuzione della potenza politica verso i paesi emergenti si è fatto sempre più significativo. La parabola della Cina rappresenta il caso più evidente di tale fenomeno.

Pechino si è inserita al quarto posto della graduatoria delle economie più industrializzate dopo aver superato il PIL pro capite della Gran Bretagna ed è oramai imminente il superamento della Germania, che la precede ancora di poco. Tale sorpasso avverrà probabilmente nel corso del 2009, a meno che il rallentamento dell’economia cinese registrato a fine 2008 non diventi significativo. Ma tale processo non riguarda solo la Cina. Al Canada, che vantava un tempo il settimo prodotto interno lordo mondiale pro capite, si stanno avvicinando la Russia e Brasile, l’India ha da poco realizzato il sorpasso sulla Corea del Sud. È un fenomeno che un politologo indiano-americano, Fareed Zakaria, ha definito come “the rise of the rest”, ovverosia quel processo – forse inarrestabile – che vede quantomeno da più di un decennio il mondo meno industrializzato crescere a ritmi impensabili per l’Occidente. Tra i 124 paesi del mondo in cui le economie nel 2006 e nel 2007 sono cresciute di oltre 4 punti percentuali i paesi industrializzati si contano sul palmo di una mano, mentre ben trenta di essi sono paesi africani. Ma questa generalizzata crescita del resto del mondo è naturalmente un fenomeno altamente asimmetrico. Ossia, ed è la cosa più importante, nel blocco dei 124 paesi emergenti vi sono un pugno di Stati non solo capaci di emergere dal sottosviluppo economico ma potenzialmente in grado di elevarsi al ruolo di potenze politiche ed economiche regionali o persino mondiali, sfidando l’unipolarismo americano e il sistema economico mondiale costruito dall’Occidente.

Se si guarda ad esempio alle analisi del Boston Consulting Group sui 100 big challangers, ossia sulle cento multinazionali non occidentali che mettono in discussione la leadership dei grandi gruppi industriali occidentali, si osserva che ben 41 di queste aziende sono cinesi, 20 sono indiane, 13 brasiliane, 7 messicane e 6 russe.

A queste potenze emergenti, che qualcuno ha voluto accomunare nel termine di BRIC’s ma che sono ben lungi da rappresentare un blocco o un asse,  l’Occidente guarda con un misto di stupore e sospetto, rendendosi conto che i nuovi emergenti equilibri economici iniziano già a non coincidere più con gli assetti di potere mondiali usciti diciotto anni fa dalla guerra fredda. E sono inoltre sensibilmente difformi da quelli su cui fu costruito l’ordine internazionale dopo il secondo conflitto mondiale. Certo, l’Occidente geopolitico controlla ancora all’incirca i 2/3 della ricchezza planetaria, uno dei principali elementi materiali necessario per costruire la potenza politica, ma adesso fronteggia un gruppo di Paesi cosiddetti emergenti che produce già il 20% del reddito mondiale, cresce da diversi anni ad una velocità significativamente superiore ed include almeno 4 o 5 potenze nascenti o di ritorno che portano a presagire ulteriori e più radicali cambi negli assetti mondiali di potere.

Se si osserva la parabola della percentuale del PIL mondiale prodotta dall’Occidente negli ultimi trent’anni è possibile sviluppare alcune interessanti considerazioni. Gli anni ottanta sono stati i grandi anni di crescita dell’Occidente nel mondo. Nel 1992, a pochi anni dalla vittoria della Guerra Fredda le economie industrializzate Occidentali producevano quasi l’84% del PIL mondiale; poco più di 10 anni prima, nel 1980, gli stessi paesi si fermavano sotto il 70%.

La globalizzazione degli anni novanta ha sparigliato le carte. Nuovi attori sono emersi sulla scena mondiale ed Europa e Giappone, in particolare, hanno iniziato a non riuscire più a tenere il passo della crescita dell’economia mondo, avviando così il processo di perdita di rilevanza su scala mondiale. Solo gli USA continuavano a crescere in maniera importante, raccogliendo, così come i paesi emergenti, una buona parte dei dividendi del processo di globalizzazione. Dal 1992 al 1998, nonostante l’economia mondo crescesse in maniera sempre più forte, gli USA hanno continuato addirittura ad aumentare la propria quota di PIL mondiale, passata dal 26% del 1992 al 29% del 1998. Il decennio successivo però racconta un’altra storia. Anche la quota americana di PIL mondiale ha iniziato a decrescere, ritornando sotto i livelli del 1992. Se osserviamo oggi il peso dell’Occidente complessivamente, non possiamo non constatare il processo di progressiva riduzione del peso dei paesi industrializzati sul sistema mondiale rispetto ai due decenni precedenti. Dopo la vittoria nella Guerra Fredda e due decenni di “occidentalizzazione” del mondo i paesi industrializzati tornano ai valori di rilevanza economica mondiale su cui erano già attestati nel 1980.

Percentuali del PIL dell’Occidente e di altri paesi sul PIL mondiale nel periodo 1980 – 2007

2007

1998

1992

1980

Economie avanzate occidentali[1] 70% 79,9% 83,6% 69%
Stati Uniti 25,2% 29% 26% 23,6%
Giappone 8% 12,9% 15,5% 8,9%
Cina 6% 3% 1,7% 2,6%
Germania 6% 7,3% 8,5% 7,0%
Gran Bretagna 5,1% 4,8% 4,4% 4,5%
Francia 4,7% 4,9% 5,6% 5,8%
Italia 3,8% 4% 5,2% 3,9%
Spagna 2,6% 2% 2,3% 2,2%
Canada 2,6% 2% 2,5% 1,9%
Brasile 2,4% 2,8% 1,7% 1,3%
Russia 2,3% 0,9% 0,3% n.a.
India 1,9% 1,3% 1,1% 1,4%

Beninteso, la semplice crescita economica del mondo non industrializzato non rappresenta di per sé un costo o un danno per i paesi Occidentali. Anzi, lo sviluppo dell’economia mondiale apre nuovi mercati e consente di cogliere nuove opportunità per le industrie di paesi ad economie mature molto prossime alla saturazione. Vi sono però due questioni importanti di cui tenere conto. Da una lato il fatto che la crescita delle economie emergenti in un sistema aperto di concorrenza globale porta inevitabilmente ad un processo di deindustrializzazione dell’Occidente a causa del differenziale di competitività. Processo che deve essere gestito con ristrutturazioni industriale di non sempre facile realizzazione e dai, economici e sociali, non trascurabili. Dall’altro, e forse è il fattore più importante, occorre tener presente che una prolungata crescita economica porta inevitabilmente nel medio periodo ad una maggiore assertività di tipo politico che, nel lungo periodo, può tradursi nello sviluppo di ambizioni e progetti concreti volti ad aumentare il potenziale militare.

La Cina, ad esempio, dal 2000 al 2008 ha aumentato la propria spesa militare di oltre il 140% superando in termini assoluti paesi come la Germania, la Francia e il Giappone. La crescita militare di Pechino non è un dato isolato ma va contestualizzato in un trend mondiale: dal 2000 al 2008 le spese militari mondiali sono cresciute di ben il 38%. Un trend di crescita imponente che negli ultimi otto anni solo gli Stati Uniti hanno avuto ma che nel caso americano era in buona parte dovuto ai costi operativi dei conflitti in Iraq, Afghanistan oltre che a quelli per il rimpiazzo per usura bellica di una parte significativa dello strumento militare USA. Per la Cina esso ha invece rappresentato una scelta di militarizzazione in tempo di pace che sicuramente ha finito per aumentare il potenziale militare di Pechino migliorandone il peso politico globale.

Non può dunque stupire il fatto che parallelamente alla redistribuzione sostanziale della potenza politica si avvii un processo di trasformazione anche “formale” in senso multipolare degli equilibri in seno alle principali istituzioni internazionali che favorisca i paesi emergenti o le potenze di ritorno. Tale fenomeno è evidente anche nei processi di riforma delle organizzazioni ed istituzioni internazionali quali il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel dibattito sull’allargamento del G8 al G20 e nella richiesta di ristrutturazione delle maggiori Istituzioni Finanziarie Internazionali che attualmente sono dominate da americani ed europei.  La crisi finanziaria esplosa nell’autunno del 2008 funge da acceleratore di questo processo e potrebbe presto portare all’incorporazione permanente nel G8 almeno di alcuni paesi del G20, Brasile, Cina, India, Messico, Sud Africa in particolare. Un’altra opzione potrebbe essere quella di attribuire parte delle funzioni del G8 al G20, un percorso in parte preparato al summit G20 di Washington dello scorso anno, quando il livello delle rappresentanze è stato innalzato da quello dei Ministri economico finanziari a quello dei capi di stato e di governo. La presidenza britannica del G20 potrebbe ulteriormente accelerare tale processo nel corso del previsto summit di Londra dell’Aprile 2009.

Questi tre processi – crescita economica, ambizioni politiche, programmi di sviluppo militare – sono già in corso per la maggior parte dei paesi emergenti, in quanto la modifica negli equilibri economici mondiali avvenuta negli scorsi decenni e tutt’ora in corso ha prodotto un naturale desiderio nelle nascenti o rinascenti potenze di vedersi riconoscere uno status ed un’influenza superiori nella politica e nella gestione degli affari mondiali.

Alla luce di quanto sopra, plasticamente rappresentato dalla concorrenza del G20 al G8, è corretto parlare della progressiva affermazione di un nuovo mondo post-Occidentale?

Di crisi o declino dell’Occidente  – o del capitalismo – si parla periodicamente e ciclicamente e molto spesso in passato tali valutazioni si sono rivelate palesemente infondate. Ora se ne parla con sempre più frequenza e quasi certezza. È interessante osservare che in Cina tale dibattito nasce addirittura nella seconda metà degli anni ottanta quando gli strateghi e i consiglieri politici cinesi di Deng Xiaoping già intravedevano la fine del mondo bipolare, il declino statunitense e l’affermarsi della Cina come potenza mondiale. Il forte elemento di novità oggi è costituito certamente dall’emergere dell’Asia e rappresenta sicuramente un fenomeno di lungo periodo e una delle più ampie sfide che l’Europa e gli USA si troveranno ad affrontare nei prossimi decenni. Per quanto riguarda l’Europa, dal punto di vista economico, la sfida alla leadership mondiale non è una novità nella storia del nostro Continente. L’Europa ha infatti dovuto fronteggiare già in passato l’affermarsi di potenze extra europee, da quella americana fino al sorgere di altre potenze economiche regionali che di volta in volta hanno messo a dura prova la competitività del Vecchio Continente. È il caso del Giappone, della Corea del Sud, di Taiwan ed altri Paesi ancora. Ma è chiaro che l’emergere in Asia di due nuove grandi superpotenze come la Cina e l’India pone questa volta questioni diverse a causa della stazza “imperiale” di questi Stati dotati di vastissimi territori, capacità militari e soprattutto di una sovrabbondanza di popolazione capace allo stesso tempo di fungere da forza lavoro in eccedenza a basso costo e da ampio mercato di consumo interno. Cina ed India, così come Russia e Brasile, sono rimaste fuori dall’economia mondiale per l’intero ventesimo secolo. Con il completamento del dispiegamento delle reti della globalizzazione su scala mondiale, questi giganti un tempo dormienti sono riusciti a riproporsi come fondamentali attori nella competizione planetaria basata sulla logica della “mondo piatto” raccontata da Thomas Friedman, uno dei più lucidi cantori della globalizzazione e dei suoi effetti.

Pur essendo ancora, e probabilmente destinati a rimanerlo per almeno un altro paio di decenni, l’unica vera superpotenza mondiale, gli Stati Uniti stanno incontrando già oggi resistenze progressivamente maggiori nel perseguimento dei propri interessi nazionali proprio a causa della crescita geopolitica dei Paesi emergenti unita allo stallo economico e politico dei propri tradizionali alleati tradizionali. In parte, il fenomeno è imputabile allo stesso successo incontrato dall’America nell’esportare il proprio sistema economico liberoscambista, integrando nella globalizzazione tutti i principali avversari di un tempo e le culture più diverse. Successo che si è affermato con particolare dinamismo soprattutto negli anni Novanta, spinto dal turbo-capitalismo di matrice anglosassone mosso anche dalla convinzione che la globalizzazione del mondo avrebbe radicalmente modificato le società dall’interno, trasformando gli avversari di un tempo in partners economici prima e in alleati poi. In realtà, si è potuto osservare che questo processo è molto più articolato e complesso di quanto in molti pensarono agli inizi degli anni novanta, e che molti paesi emergenti hanno utilizzato le opportunità e i benefici della globalizzazione importando selettivamente solo alcuni aspetti dei modelli socio-economici occidentali. Ciò allo scopo non di contribuire a scrivere la “fine della storia” bensì per rafforzare le proprie identità politiche, ideologiche, culturali, religiose, geopolitiche ecc, anche in senso antagonista rispetto agli interessi degli Stati Uniti e dei loro tradizionali alleati Occidentali.

La grande sfida che si apre ora per l’Occidente è quella non tanto di contenere lo sviluppo economico dell’Asia quanto quello di assicurare che tale sviluppo economico sia il più possibile ricompresso all’interno di una comune cornice politica e di sicurezza, come avvenuto in passato con l’inserimento nell’Occidente politico di paesi quali la Germania, l’Italia, la Spagna, la Turchia, il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan. Una grande sfide che deve innanzitutto fare i conti con il complesso incrocio tra le conseguenze del ventennio della turbo-globalizzazione con quelle che produrrà l’attuale, gravissima crisi finanziaria ed economica. Crisi che, forse per la prima volta nella storia del mondo, è una crisi globale che colpisce le economie di pressoché tutti i paesi, in declino o emergenti e non è dato premere in che modo si rifletterà sugli assetti geopolitici e geoeconomici mondiali.


[1] Con la definizione di economie avanzate occidentali si intende il gruppo composto dai seguenti paesi: Australia, Austria, Belgio, Canada, Cipro, Corea del Sud, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Germania, Giappone, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi,  Portogallo, Regno Unito, Singapore, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Taiwan. Nelle statistiche sono computati anche i dati di Hong Kong SAR.

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