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L’Alta poltrona di un Unione piccola

In Europa on ottobre 29, 2009 at 4:06 pm

di Paolo Quercia


In attesa che il Trattato di Lisbona possa entrare in vigore ottenendo anche l’ultima sofferta  ratifica, quella ceca, il vertice dei Capi di stato e di governo in corso a Bruxelles offrirà sicuramente una prima occasione d’informale confronto tra i big europei per iniziare a muovere i primi passi della complessa partita politica e nazionale che porterà nelle prossime settimane a ridurre a pochi nomi la rosa dei candidati alle due principali poltrone della nuova UE: quella del Presidente dell’Unione e quella dell’Alto Rappresentate per la politica estera e di sicurezza comune (PESC). L’accordo di massima dovrebbe essere quello di una spartizione delle due cariche tra le due grandi famiglie politiche europee, quella socialista e quella popolare, con i socialisti che sono saldamente orientati a mettere le mani sul posto di Mr. PESC lasciando ai popolari la Presidenza. Per riempire con nomi concrete queste due posizioni chiave i governi e gli eurogruppi affilano le armi per la battaglia che porterà ad identificare, all’interno di un’ampissima ufficiosa rosa di nomi, il super Presidente e il super Ministro degli esteri. Comprensibilmente, quasi tutti i candidati di peso negano ufficialmente di essere in lizza per le due super-posizioni in quanto la partita è estremamente delicata ed alto è il rischio di finire politicamente bruciati nel corso di un processo di selezione che sembra essere caratterizzato tanto dalla volatilità di una lotteria a premi quanto dalla tristezza di una lottizzazione europartitocratica. In queste settimane gli “sherpa” di europopolari e eurosocialisti portano avanti complesse, informali e poco entusiasmanti negoziazioni dalle quali filtrano alla stampa un vortice di nomi poco noti alla maggioranza dei cittadini europei ma pescati dal grande parcheggio di ex vip dell’europolitica, ex ministri, primi ministri o presidenti. Il merito di molti dei quali è quello di essere politici di paesi medio-piccoli apparentemente portatori di interessi nazionali poco significativi e quindi spendibili con un ruolo di mediatori tra le varie fazioni e tribù europee, ovverosia quel miscuglio di nazionalità, cordate politiche, gruppi di interessi e scetticismi o radicalismi europei. Apparentemente sembra una caccia ad una specie di Euro-Karzai, un politico navigato e scaltro capace con le sue doti di venditore di tappeti di tenere insieme uno stato che esiste più sulla carta che nella realtà.

In tale scenario fa eccezione la “candidatura” dell’ex premier Blair, una candidatura di rottura, che vede difatti il partito laburista inglese non rispettare l’ordine di scuderia del PSE di puntare sulla politica estera mirando con una candidatura di peso alla figura del Presidente con l’obiettivo di ipotecare così buona parte dell’evoluzione futura dell’Unione europea. Un’eventuale nomina di Blair alla Presidenza dell’Unione marginalizzerebbe difatti anche il ruolo di Mr. PESC spingendo verso uno scenario in cui la UE tende ad essere più uno strumento delle politiche estere degli stati membri piuttosto che un reale produttore autonomo di politica estera. È anche per questo che è in fermento il fronte anti-Blair, promosso in particolare da Spagna, Paesi Bassi, Olanda e Lussemburgo. Un blocco che ha già trovato nel lussemburghese Junker un buon portavoce che afferma che Blair non è un buon candidato per il PPE in quanto quello giusto deve essere sia un unificatore che un vero europeista.

L’Italia per il momento sta a guardare, ma sembra sempre più chiaro che alle ambizioni di potenza europee pare oggi mancare non solo una chiara legittimazione dal basso ma anche una vera classe di eurostatisti capaci di portare il cuore dell’Europa oltre gli ostacoli insormontabili degli interessi particolari e dei meccanismi burocratici e partitocratrici europei.

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