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Vent’anni senza muro

In Editoriali on novembre 9, 2009 at 3:19 pm

di Paolo Quercia

Il nove novembre di vent’anni fa veniva giù uno dei simboli più odiosi e ripugnanti dell’esperienza del comunismo europeo. Non che la costruzione del muro di Berlino rappresenti la peggiore delle nefandezze che il comunismo abbia prodotto nell’Europa dell’Est. I 155 chilometri di cemento che a Berlino hanno diviso per quasi trent’anni quartieri, strade, piazze e famiglie, non potrebbero mai competere con la grande varietà di scientifica oppressione politica, sociale, economica che il comunismo ha prodotto nei gulag, nelle fabbriche, nelle caserme della STASI, nel controllo oppressivo di ogni forma di espressione di libertà e di pensiero.

Ma la particolare ripugnanza di quel muro risiede nel fatto che esso divenne presto la plastica metafora di quello che ogni regime comunista finiva inevitabilmente a rappresentare per la propria popolazione, ossia una forma di regime carcerario a cielo aperto. Il muro, dunque, non come strumento di protezione, ma come vallo per arginare la fuga in massa della popolazione dal regime fantoccio dell’Est in mano ai sovietici verso quella magica striscia di libertà, quella Berlino Ovest assediata ma porta d’ingresso dell’Occidente libero. Nel 1961, al momento in cui si iniziò la costruzione del muro, milioni di tedeschi dell’Est avevano silenziosamente già trovato la strada per passare illegalmente la frontiera, mettendo in seria crisi il regime e soprattutto dimostrando che quand’anche ogni forma di espressione e di partecipazione politica viene abolita, i popoli oppressi possono ancora “votare con i piedi” abbandonando alla prima occasione, ed anche a costo della vita, i propri aguzzini. Quest’esodo di enormi proporzioni dalla Germania comunista alla Germania libera e verso l’Occidente non creava solo problemi materiali al regime della DDR ma rappresentava anche una forma dannosissima per la propaganda del comunismo. Come è possibile che in milioni sfidano la morte per abbandonare quello che viene propagandato come il paradiso dei lavoratori e il regno della giustizia sociale e del progresso economico? La fuga andava arrestata per poter mantenere in piedi la credibilità residuale della propaganda. I due mondi andavano separati di netto, con due muri e una striscia della morte in mezzo sorvegliata notte e giorno da cecchini armati con licenza di uccidere. E la costruzione del muro pagò, almeno dal punto di vista della logica del terrore e della propaganda ideologica. Con il muro, fuggire da Berlino Est era divenuta un’operazione da arditi che solo pochi temerari o disperati potevano tentare. Dalla costruzione del muro fino al suo crollo almeno 5.000 persone riuscirono a fuggire mentre circa 500 trovarono la morte sotto il piombo dei VOPOS. Ad essi si uniscono quelli che riuscirono a superare il muro in altro modo, come merce di scambio di un turpe commercio che il governo della DDR aveva messo su con quello di Bonn con la vendita dei “prigionieri politici” ossia quelli incarcerati per reati d’opinione. Non prima di aver scontato tre anni di lavori forzati, trattative segrete consentivano alla Germania Ovest di comprare propri connazionali ad un prezzo oscillante tra i 40.000 e i 120.000 marchi. Oltre 15.000 ostaggi furono riscattati alla libertà con questo triste mercanteggio.

Ma il fenomeno più entusiasmante della triste storia del muro di Berlino, quello che ci ricorda dell’insopprimibile anelito per la libertà che è presente in ogni uomo, è quello del numero di soldati della DDR che decisero di approfittare del proprio ruolo di guardiani del regime per abbandonarlo saltando dall’altra parte del confine. Furono 568 quelli che scavalcarono il muro che avrebbero dovuto sorvegliare mentre diverse migliaia quelli che attraversarono il confine in altri punti tra il 13 agosto 1961 e il novembre 1989. Oggi, in un mondo inflazionato da icone ed immagini spesso insignificanti o banali, è difficile pensare ad una foto che possa al meglio rendere visivamente il senso del concetto di “libertà”. Eppure ce ne è una che viene da Berlino incredibilmente bella e significativa, che supera forse quella del ragazzo cinese davanti alla colonna di carri armati a Piazza Tiananmen. È la foto di un ignoto soldato della DDR che, messo lì a sorvegliare la costruzione del muro, decide di prendere la rincorsa e saltare il filo spinato prima che la costruzione del muro lo condanni per sempre ad un destino al tempo stesso di vittima e di aguzzino. È una foto incredibile, in bianco e nero, stranamente poco diffusa e conosciuta ma che andrebbe in questo anniversario ripensata come il vero motivo del perché è stato giusto combattere la divisione dell’Europa e aiutare i popoli dell’Est a vincere la perversione ideologica del comunismo. Al tempo stesso, è oggi in un certo modo malinconico pensare che nei vent’anni che hanno seguito la caduta del muro è difficile trovare un’altra foto che possa visivamente rendere la gioia e l’orgoglio di avere visto crollare il muro di Berlino con tutto il suo carico di ingiustizie e di ineguaglianze.

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