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Se l’Economist è “unfit” a predire il futuro…

In Editoriali, Globalizzazione, Internazionalizzazione on novembre 10, 2009 at 5:17 pm

di Paolo Quercia

Introduzione del volume “Fare Italia nel Mondo. Le sfide post-globali delle nuove relazioni internazionali”. Marsilio 2009

«The Economist», tuttora prestigioso settimanale internazionale,
è solito pubblicare alla fine di ogni anno un numero speciale dedicato
alle prospettive mondiali politiche ed economiche per l’anno
entrante. Nell’edizione «The World in 2009» il lettore ha avuto
la sorpresa di trovare, un po’ nascosto all’interno della rivista, un
editoriale dell’editore Daniel Franklin dal titolo About 2008: sorry.
Telling it how it wasn’t. Per la prima volta nella storia di un grande
giornale, che ha un secolo e mezzo di vita ed è considerato la bibbia
della global ruling class («Die Zeit»), si è avuta la necessità di
ammettere pubblicamente di aver mancato le previsioni più importanti
per l’anno a venire, nel flat world postglobale.

Sintomo dello
spirito dei tempi non è tanto il fatto che gli anonimi guru britannici
dell’«Economist» abbiano mancato di prevedere l’invasione russa
della Georgia o la decisione del Canada di mantenere i propri soldati
nella turbolenta provincia afghana di Kandahar, né che avessero
scommesso sulla vittoria di Hillary Clinton in America, di Ken
Livingston a Londra e di Prodi in Italia. Lo spirito dei tempi incerti
in cui vivono le nostre società, e quindi necessariamente le relazioni
internazionali, è evidente in due importantissime previsioni fallite
dagli analisti del gruppo dell’«Economist» per il 2008: nessun accenno
all’imminente fallimento delle maggiori banche americane e
alla dirompente crisi finanziaria che avrebbe colpito il mondo intero
aprendo una nuova fase delle relazioni internazionali e della stessa
globalizzazione; e invece, piena fiducia nei meccanismi del mercato
del petrolio e dell’attività di cartello dell’opec, che nel corso del

2008 sarebbero riusciti a tenere il prezzo medio dell’oro nero entro
gli 80 dollari.
Nel 2008 finanza e petrolio – due delle dimensioni chiave del mondo
globalizzato ed economizzato di cui «The Economist» è non solo
cantore ma anche attivo sostenitore – sono sfuggite agli schermi dei
radar del magazine «probably read by more presidents, prime ministers
and chief executives around the world than any other» («Vanity
Fair»). A nostro parere non si tratta solo di erronee previsioni, in
cui ogni analista e ogni giornale può cadere, ma piuttosto di un fatto
sintomatico dei mutamenti dello spirito dei tempi. Quando persino
la rivista bandiera del mondo globale (punta intellettuale avanzata di
un modello di società globale internazionale basata su un mix di libero
mercato mondiale e social change libertario, basati entrambi sull’affermazione
dei paradigmi dell’economia su quelli della politica)
manca di prevedere eventi che dovrebbero essere fondamentali nella
propria Weltanschauung, è davvero necessario fermarsi a riflettere. È
un’ulteriore conferma che anche i migliori sostenitori ideologici e i
programmatori del software culturale del mondo globalizzato hanno
perso contatto con la realtà e con quel sano realismo politico che
una volta caratterizzava il mondo anglosassone. Il mondo è davvero
finito out of control come pronosticava Brzezinski? L’Occidente può
ancora mantenere una guidance sul mondo senza puntare a trasformarlo
a propria immagine e somiglianza? Nella presente ricerca non
ci sono risposte a questi interrogativi, ma piuttosto un tentativo di
analisi dei processi di trasformazione del sistema mondo che evolve
verso ignote forme di equilibrio. Che sembra non vadano nella direzione
a noi conveniente, proprio al termine di un ventennio in cui
l’Occidente aveva a disposizione ampi margini di risorse e di tempo
per stabilizzare il sistema internazionale e renderlo maggiormente favorevole
ai nostri sistemi valoriali e ai nostri interessi.
In questo mondo sempre più frammentato e incerto l’Italia ha un
suo ruolo importante da giocare. A patto che sia capace di trovare
la volontà, recuperare le risorse e cogliere le opportunità per uscire
dalla nicchia di potenza marginale e in declino che si è ritagliata negli
ultimi tre lustri, per tornare a rivestire una posizione più consona a
quella spettante a un paese di antica civiltà e grandi potenzialità.

 

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