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Il futuro della Turchia: tra crisi dell’allargamento europeo e l’ascesa di una potenza regionale

In Europa, Turchia on novembre 30, 2009 at 4:56 pm

di Paolo Quercia

La Commissione delle comunità europee ha pubblicato nel mese scorso il nuovo rapporto sullo stato di avanzamento delle riforme in Turchia e sulle principali sfide dell’incerto cammino dell’inclusione di Ankara nell’Unione europea. La situazione rispetto all’anno precedente conferma la sostanziale situazione di stallo in cui versa l’intero processo e la tendenza ad un costante e progressivo sdoppiamento dei percorsi politici di Bruxelles e di Ankara. La Turchia nel frattempo sta sempre più calandosi nei panni di nuova potenza regionale mediorientale ed in parte euroasiatica, un ruolo che discuteremo più oltre e che offre un mix di opportunità e di rischi per la classe politica turca e che non può non avere importanti conseguenze sui rapporti tra Turchia e UE.

Dei 33 capitoli negoziali che costituiscono il percorso giuridico amministrativo ad ostacoli che separa Ankara dall’ingresso dell’Unione, solo undici su trentatrè risultano essere stati aperti e solo 1 di questi undici è stato (provvisoriamente) chiuso. Il principale problema è naturalmente di natura politica ed ancora costituito dalla Decisione – tuttora in vigore – presa dalla Commissione nel Dicembre 2006 con la quale si dichiaravano “non apribili” alcuni capitoli chiave a causa della irrisolta questione cipriota, ovvero l’embargo turco esistente per i veicoli e natanti provenienti da Cipro che non possono atterrare o attraccare in territorio turco. L’ingresso di Cipro nell’Unione europea e la mancata risoluzione della questione di Cipro Nord ha de facto provocato un rallentamento dei negoziati inserendovi il cuneo dei capitoli non apribili. Questo cuneo congela anche la velocità dell’avanzamento degli altri negoziati e può essere rimosso solo attraverso un negoziato politico diretto tra l’Unione europea e la Turchia.

È per questo motivo che ampio spazio alle attività bilaterali UE – Turchia sono riservati al Enhanced political dialogue, che mira ad affrontare i problemi ostativi all’allargamento che impediscono ad Ankara di procedere nella direzione dell’ingresso nella UE. Ma la complessità e peculiarità dell’allargamento della Turchia e della sua particolare posizione geopolitica eccentrica rispetto alla Ue emerge con chiarezza dal fatto che all’interno del Enhanced political dialogue non c’è solamente la questione degli acquis comunitari, ma comprende questioni di politica estera extra UE ed in particolare le relazioni della Turchia con paesi come l’Iran e l’Iraq e il ruolo regionale esercitato da Ankara nell’area mediorientale e caucasica. Una partita complessa che si aggancia al progressivo riposizionamento strategico della Turchia verso il Medio Oriente e l’area euroasiatica, in parziale detrimento del rapporto strategico con la UE.

Per contestualizzare il problema in termini più generali possiamo dire che tre sono dunque le dimensioni critiche del rapporto UE – Turchia. La prima, quella tecnico amministrativa, è legata alle difficoltà che nascono nel momento in cui un sistema statuale complesso come quello turco – costruito  per affrontare rilevanti minacce alla sicurezza tanto interne quanto internazionali – deve essere traslato all’interno dello specifico spazio comunitario europeo, ove i sistemi statuali – già molto diversi tra di loro – sono costruiti per resistere a sfide ed attacchi alla sicurezza nazionali molto meno vitali, frequenti ed estesi e sono quindi molto più sbilanciati sulla attuazione dei diritti, sulla qualità della democrazia e sullo stato di diritto effettivo. Da questa tensione tra standards europei e sfide mediorientali origina una parte dei problemi del percorso della Turchia verso l’Unione, problemi che vengono al pettine nel corso dell’attento scrutinio da parte della UE di alcune questioni estremamente delicate quali i diritti dell’uomo, la tutela delle minoranze, il divieto di torture e di trattamenti inumani, il sistema carcerario, la libertà d’opinione, d’espressione e d’assemblea. Tutti campi in cui la Turchia ha già raggiunto standard avanzati e compatibili con quelli di un sistema democratico, ma che necessitano di ulteriore avanzamento e stabilizzazione per poter raggiungere standards europei. Il secondo problema riguarda la questione aperta su Cipro e la non riconosciuta TRNC e i rapporti non totalmente stabilizzati con la Grecia (è ancora in vigore la dichiarazione del 1995 del parlamento secondo cui un eventuale estensione dei limiti delle acque territoriali greche verrebbe equiparato da parte turca ad un casus belli) che rappresentano un contino fattore di disequilibrio, una potenziale spada di Damocle politica che da un lato blocca alcuni capitoli negoziali, mentre dall’altro induce Ankara ad effettuare minori sforzi da parte turca e a pagare minori prezzi per avvicinarsi ad un allargamento che fin quando non viene risolto il nodo greco-cipriota resta sub iudice. La terza dimensione dei problemi riguarda la questione dei confini non europei della Turchia e delle crescenti relazioni che Ankara intrattiene con essi. I criteri di Copenaghen, tra le varie condizione che ponevano per l’apertura dei negoziati prevedevano la questione delle buone relazioni di vicinato con gli altri paesi membri e paesi dell’area dell’allargamento, ma la questione dei rapporti con paesi extra Ue erano praticamente non contemplata. La particolare posizione geopolitica della Turchia pone invece in una luce diversa la questione delle relazioni internazionali con paesi extra UE e si riflette nella scarsa performance del capitolo 31 dell’acquis comunitario legato alla politica estera di sicurezza e di difesa comune. A questo tema si collega in particolare il discorso relativo al rafforzamento delle relazioni di politica estera turche in direzione in prevalenza mediorientale e in parte euroasiatica. La Turchia sta difatti portando a compimento un processo di emersione come media potenza globale, processo che è in parte originato dall’accelerazione data dall’AKP alle direttrici extraeuropee della politica estera turca. Numerosi sono i segnali di questo fenomeno che molti hanno identificato come la ricerca da parte di Ankara di una “profondità strategica” nel mondo medio-orientale ed eurasiatico che era stato sacrificato nel periodo della guerra fredda e negli anni successivi dai partiti secolari e nazionalisti turchi, legati ad un’accezione delle relazioni internazionali più orientata a svolgere il compito di sentinella dell’Occidente al crocevia tra Africa, Asia e Medio Oriente, tutt’al più con qualche ambizione panturca verso le aree dell’Asia centrale culturalmente e linguisticamente affini. Il nuovo corso, che qualcuno ha voluto definire neo-ottomanesimo e di cui abbiamo già parlato in passato nell’Osservatorio Strategico, trae nuova linfa dall’accentuazione del potenziale serbatoio di risorse di politica estera offerto dal vasto ed internazionalmente scarsamente rappresentato mondo islamico. Questa strategia prevede l’elevazione dei rapporti con tutti i paesi confinanti della regione a rapporti di natura strategica, al punto che è oramai stata avviata la prassi di effettuare riunioni congiunte dei gabinetti di governo tanto con la Siria quanto con l’Iraq, mentre un tale metodo di lavoro si appresta ad essere inaugurato anche con la Russia. Inoltre, ad aumentare e a rafforzare il proprio ruolo di potenza regionale emergente la Turchia sta cercando di inserirsi con sempre maggiore forza come attore chiave e cruciale mediatore in due conflitti importantissimi internazionali, quello sul nucleare iraniano e quello israeliano – palestinese. Lo spazio che la Turchia sta tentando di occupare nell’area mediorientale non è solo legato alla reazione dal raffreddamento dei rapporti con la UE bensì l’accresciuto ruolo turco va sicuramente attribuito al venir meno dell’Iraq come potenza regionale e alla necessità/opportunità per Ankara di colmare questo vuoto, sia per interessi diretti sia per evitare che esso sia occupato da paesi ostili o dia origine a fenomeni di ulteriore frazionamento ed affermazioni di difficilmente controllabili attorni non statali o stati a bassa sovranità.

In questo scenario sempre più complesso ed articolato in cui la politica estera (e conseguentemente quella interna) è determinata sempre meno da Bruxelles e sempre più da Iraq e PKK, Libano, Israele e Hamas, Siria, Caucaso e Russia il gap tra Ankara da un lato e USA e UE dall’altro diviene sempre maggiore. Come per molti altri fenomeni delle relazioni internazionali globalizzate, questo allontanamento non si sta verificando tanto a causa del deterioramento delle relazioni della Turchia  con l’Europa e gli Usa (per i quali però fa eccezione la decisione strategica di guerra dell’Iraq), quanto per l’apertura di nuovi ponti con paesi e regioni che tradizionalmente erano marginali o addirittura ostili nel contesto della politica estera turca. Un esempio di questo processo è chiaramente individuabile nel paradosso dei rapporti economici commerciali tra Turchia, UE e resto del mondo. Nonostante nel 2008 la Turchia ulteriormente incrementato la sua quota di commercio estero con i paesi membri della UE, il peso della economico della UE nel interscambio con la Turchia continua a scendere. Nel 2007 la Turchia esporta verso la UE a 27 oltre il 56% delle sue esportazioni mondiali mentre nel 2008 questo valore è sceso al 47,9%. Uguale trend si è registrato per le importazioni della Turchia dai paesi della UE, passati dal 40,3% al 37%. Molti potranno sostenere che tali cali sono dovuti ad una maggiore riduzione delle economie europee rispetto ad altre economie mondiali che hanno approfittato della crisi per erodere quote di sfera economica europea. Tuttavia, in particolare se teniamo presente il valore delle importazioni turche dai paesi della UE vediamo che l’erosione delle quote di mercato europee è stato un fatto costante e continuo pressoché dall’ultimo decennio. Nel 1999 la Turchia acquistava dallo spazio economico europeo (che allora era più ristretto) circa il 55,4% delle proprie importazioni. Oggi questo valore in un decennio si è ridotto di circa un terzo, scendendo al 37% e ciò nonostante il progresso nel cammino d’integrazione europeo di Ankara. Sono dati significativi, che dovrebbero far riflettere tanto sulla nuova strada intrapresa dalla Turchia nelle nuove dinamiche internazionali quanto sulla non adeguatezza storica dei processi di allargamento ed evoluzione dell’Unione europea, sempre più in difficoltà nel cogliere opportunità ed evitare rischi degli scenari internazionali in costante e veloce evoluzione.

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