paoloquercia

Nel mondo post – americano

In BRICs, Editoriali, Globalizzazione, Politica estera on gennaio 16, 2010 at 1:46 pm

di Paolo Quercia

Il mondo post-americano, la crisi della globalizzazione e il ritorno di Westfalia

Quando un domani si scriverà la storia dei nostri giorni, il periodo di vent’anni che va dal 1989 al 2009 verrà con molta probabilità identificato come uno spazio di transizione tra il vecchio ordine costruito attorno alla contrapposizione bipolare Washington – Mosca e nuove forme di equilibrio che ancora tardano ad emergere. Questo ventennio di transizione sarà ricordato principalmente per due fattori: il primo è rappresentato dall’enorme velocizzazione delle relazioni internazionali, fenomeno che è stato descritto come l’esplosione del fattore tempo, a lungo compresso nella rigidità estrema della guerra fredda e anch’esso liberato dalla caduta della cortina di ferro. Il secondo, è quello del processo di ridefinizione dei rapporti di potere globali, caratterizzati prima dal tentativo solitario di egemonia globale americana basato sull’esportazione del cosmopolitismo di mercato e sull’interventismo liberale e successivamente dall’emergere di nuove potenze regionali che mettono in discussione tanto l’egemonia americana quanto la possibilità di costruire un ordine internazionale basato sul paradigma postmoderno della globalizzazione.

L’esplosione del fattore temporale e la riduzione di quello spaziale, appariva essere negli anni novanta un fattore di vantaggio strategico dell’Occidente nei confronti del resto del mondo. In un sistema in cui l’egemonia americano-occidentale non conosceva rivali possibili, rendere più piccolo il mondo e più veloci le forme d’integrazione avrebbe dovuto portare ad una rapida occidentalizzazione del pianeta trasformando la superiorità occidentale in predominio: abbandonando il sistema internazionale westfaliano basato sulle sovranità statali e riducendo la funzione dei confini ed il potere di filtro dei sistemi statali la globalizzazione avrebbe pensato ad “aprire” le società chiuse, creare interessi economici privati transnazionali di mercato, fare emergere le società civili, trasformare economie di sussistenza in società di consumatori globali, lasciare fluire capitali, esportare modelli politico-costituzionali. I sistemi politici autoritari sarebbero stati trasformati dall’interno dalle forze globali dell’economia e dalla attrazione culturale del modello liberaldemocratico. In alcuni casi, violando il principio tradizionale supremo dell’ordine internazionale del divieto di uso della forza per intervenire negli affari interni di un paese sovrano, le forze meccaniche della globalizzazione avrebbero ricevuto un aiuto dalle dottrine politiche dell’interventismo militare umanitario per l’esportazione della democrazia attraverso l’uso della forza (Kosovo e Iraq).

L’esplosione del fattore temporale, la riduzione spaziale dei confini del mondo, l’esportazione del modello occidentale per mezzo dell’economia (e occasionalmente della forza ) sono stati alcuni dei paradigmi internazionali dominanti degli anni novanta, paradigmi che in buona parte hanno prodotto un favoloso decennio di crescita economico del sistema mondo. Pochi altri decenni della storia hanno ridotto così significativamente e in un tempo tanto breve distanze secolari tra popoli e civiltà. Espressioni come “fine della storia” o “flat world” sono state utilizzate per descrivere questa nuova fase delle relazioni internazionali; un’epoca che sembrava dovesse garantire progressivamente ai paesi dell’Occidente una solida rendita di posizione e ai paesi in via di sviluppo un chiaro percorso di emancipazione dalla povertà e di progresso. Russia e Cina, due grandi potenziali rivali globali degli Stati Uniti, sarebbero progressivamente evolute verso forme politiche liberaldemocratiche e post-moderne ed in questo modo non avrebbero conteso agli USA il nuovo ordine internazionale. Al mondo islamico sarebbe stato offerto un vantaggioso percorso di modernizzazione sociale e democratizzazione che avrebbe consentito alle società mediorientali un enorme balzo in avanti che avrebbe comportato tanto un processo di laicizzazione quanto uno di modernizzazione.

Questi cambiamenti apparivano possibili poiché si ipotizzava che il nuovo sistema internazionale post guerra fredda fosse radicalmente diverso dai precedenti equilibri, non più costruito sul balance of power tradizionale e sul rispetto della sovranità ma sulle integrazioni transnazionali e sull’interferenza amministrativa interna . La certezza di essere entrati in una nuova fase della storia in cui le sovranità statali dei secoli passati potevano essere finalmente abbandonate divenne piuttosto diffusa e condivisa in molti ambienti politici, economici ed intellettuali americani ed europei al punto che, da più parti, si è annunciato il progressivo e imminente tramonto degli stessi Stati nazionali. C’è chi non ha esitato a celebrare la fine del sistema westfaliano, tramontato dopo soli tre secoli e mezzo di vita, glorificando il passaggio di potere (“power shift”) a tutta una serie di attori non statali: “i fondamenti del sistema westfaliano – stati territorialmente definiti dove ciò che conta è racchiuso all’interno dei confini ed un’unica autorità secolare governa ciascun territorio e lo rappresenta al di fuori dei suoi confini senza nessuna autorità superiore – stanno progressivamente dissolvendosi”, annunciava poco prima della guerra in Kosovo la prestigiosa rivista americana Foreign Affairs. Il tema che la globalizzazione avrebbe cambiato non solo i contenuti e la velocità delle relazioni internazionali ma la vera struttura stessa del sistema internazionale divenne un ragionamento accattivante e di moda nel corso degli anni novanta. Riviste come The Economist e influenti opinionisti come Thomas Friedman, (l’editorialista di politica estera del New York Times autore di due libri manifesto sul tema quali The world is flat e The Lexus and the Olive Tree) hanno a lungo contribuito ad accreditare questa erronea lettura della realtà internazionale. Non che la globalizzazione non abbia prodotto e non continui a produrre cambiamenti fondamentali nei paesi occidentali, nelle società di tutto il mondo e nel sistema internazionale. Ma oggi vi sono sufficienti elementi per affermare che sbagliata era l’analisi secondo cui la globalizzazione avrebbe prodotto un effetto sistemico, mutando le regole strutturali del sistema internazionale al punto tale da sciogliere gli Stati dall’obbligo di essere tali, ossia dal relazionarsi reciprocamente in funzione di una grammatica di logiche di potenza e di rapporti di forza tradizionali. Oggi scopriamo che molte delle analisi di autorevoli addetti ai lavori (quali ad esempio Friedman, Mathews, Cooper, Nye, Daalder ) erano accomunate, nella diversità delle posizioni, dal fatto di aver valutato sopravvalutato l’effetto sistemico della globalizzazione come fattore capace di modificare sostanzialmente la grammatica delle relazioni internazionali. Questo effetto non c’è stato, se non marginalmente, e la grande maggioranza degli Stati ha continuato a vedere il mondo in una logica di interessi nazionali, cercando di utilizzare la globalizzazione e le sue dinamiche come strumento per aumentare il proprio potere e rafforzare le proprie strutture statuali. Così come avviene da secoli, e così come avvenuto per le numerose altre globalizzazioni che sono avvenute nei secoli. Dobbiamo oggi concordare con il fatto che la globalizzazione, qualunque significato si voglia dare a questa parola, non è avvenuta in un vacuum bensì all’interno di un sistema tradizionale di relazioni tra Stati sovrani. E all’interno di questo sistema i vari Stati hanno risposto alle ondate della globalizzazione in maniera differente a secondo del livello raggiunto di sovranità/maturità del proprio sistema statale. Concordando con la tripartizione utilizzata da Nye, può essere utile distinguere tre differenti gruppi di paesi in funzione del rapporto tra globalizzazione e livello di maturità dei rispettivi sistemi: il mondo può essere diviso in un piccolo gruppo di Stati postmoderni, un consistente gruppo di Stati moderni ed un significativo gruppo di Stati premoderni. Gli Stati post-moderni, costituiti prevalentemente dai paesi europei, erano quelli maggiormente predisposti a recepire gli aspetti transnazionali della globalizzazione, aprendosi in maniera non selettiva alle sue forze e accelerando notevolmente i progetti integrazionisti dell’Unione europea (unione doganale, moneta unica, allargamento, trattato di Lisbona ecc.) verso la realizzazione di un sistema transnazionale postmoderno in cui convivono residui importanti di statualità nazionale . Gli Stati premoderni, Stati poveri, a debole sovranità e a bassa governance hanno invece subìto in toto la magnitudine della globalizzazione, che quasi ovunque ha accelerato i processi di destrutturazione dei sistemi statali premoderni, la cui debolezza e bassa legittimità non ha consentito loro di contrastare gli interessi dei numerosi emergenti attori non statali (dai warlords, ai cartelli di narcotrafficanti, alle multinazionali, alle Organizzazioni non governative, agli attori finanziari globali, ai media internazionali, fino ad organizzazioni come al-qaeda) con ciò contribuendo alla destrutturazione dei sistemi statali e ad aumentare il numero (o il rischio) di failed states e di aree del mondo prive di governabilità.

Diverso appare essere stato l’effetto che la globalizzazione ha avuto sulla restante categoria di paesi: se possiamo dire che la globalizzazione ha depotenziato la sovranità degli Stati postmoderni e indebolito ulteriormente il potere pubblico in quelli premoderni, diversa è la questione per quanto riguarda gli stati che possiamo definire moderni o protomoderni quali ad esempio possono essere considerate tutte e quattro le grandi potenze emergenti come la Cina, la Russia, il Brasile e in un certa misura l’India . Per questi paesi la globalizzazione degli anni 2000, e ancora di più quella del decennio successivo, ha comportato non solo benefici di natura economica dovuti al sempre maggiore inserimento nei circuiti dell’economia internazionale ma ha anche rappresentato al tempo stesso un’occasione di rafforzamento delle strutture statali e di aumento della potenza. Ciò non deve stupire qualora si considerano valide e sostenibili le tesi neorealiste secondo cui il potere di uno Stato è funzione di due variabili, da un lato il potere reale di una nazione (ricchezze, risorse e ogni altro tipo di asset) e dall’altro la capacità e la forza del sistema statale. In altre parole è l’apparato statale che ha l’onere di estrarre dalla ricchezza nazionale una serie di risorse (necessariamente una frazione di esse) e trasformarle in capacità di potere, che può all’occorrenza essere convogliata nel sistema internazionale. Più forte è lo Stato , più capace esso è di estrarre dalla ricchezza nazionale (materiale ed immateriale) potenza nazionale ed essere quindi in grado di trasformare la ricchezza in potere. Questa è la grande differenza tra uno Stato ed una azienda multinazionale. Una multinazionale potrà anche accumulare ricchezza in maniera superiore al PIL di uno Stato ma la mancanza degli attributi statali non le consentirà mai di raggiungere il livello di potere di uno Stato sovrano. Stati come la Cina, il Brasile, la Russia e l’India – in buona misura non ancora entrati in una fase statuale postmoderna – hanno trovato nella globalizzazione un’ottimale combinazione di fattori che ha gettato le basi affinché possano emergere, con tutte le contraddizioni di giganti in transizione, come rafforzate potenze mondiali.

Per gli Usa, invece, il decennio della globalizzazione ha rappresentato un caso differente per via della peculiarità della potenza americana e dell’essere in virtù della sua posizione egemonica, al tempo stesso dentro e fuori la globalizzazione . Il primo decennio globale è grosso modo venuto a coincidere con gli interessi americani post guerra fredda per cui l’apertura del mondo ai grandi flussi commerciali e finanziari e la convergenza sul modello liberaldemocratico si conciliavano in buona parte con il mantenimento di un egemonia morbida degli Usa nel mondo unipolare, corretta con il principio dell’esportazione attiva della democrazia che poteva arrivare fino all’interventismo umanitario. Il predominio dell’America nel mondo globale si sarebbe costruito non attraverso un confronto muscolare con le potenze rivali ma attraverso un’esportazione dei valori americani, assecondando così politicamente e militarmente l’azione delle forze della globalizzazione. L’area in cui estendere l’influenza americana diviene un’area vastissima, che va dall’Europa orientale all’Asia Centrale attraverso l’intero Medio Oriente. Da questo punto di vista, a partire dagli anni novanta, la politica estera americana diviene sempre meno prevedibile, apparentemente non più condizionata da vincoli geopolitici o da un confronto con una potenza rivale ma fortemente ispirata dall’opportunità di ottenere un definitivo predominio nel mondo senza dover assumere gli oneri di una politica estera imperiale; il nuovo assetto unipolare e globale si sarebbe costituito raccogliendo i frutti della convergenza globale, con gli Usa che avrebbero assunto un ruolo di guardiano notturno della globalizzazione. Un ruolo non invasivo, generalmente improntato al laissez faire, ma ispirato a fungere da parametro della moralità del sistema internazionale, intervenendo all’occorrenza con la forza per sanzionare i comportamenti antisistema (sia compiuti a livello internazionale o all’interno dei confini statali). L’architettura di questo nuovo sistema prende forma negli anni novanta sotto le due presidenze Clinton e prevede il perseguimento degli interessi americani attraverso l’internazionalizzazione espansiva dei valori liberali occidentali in un mondo globale. Nelle aspettative americane la logica globale si univa alle necessità della potenza, in quanto un mondo economicamente e socialmente interconnesso avrebbe consentito più difficilmente l’emersione di nuove potenze mondiali. Questa, almeno, era la speranza americana. Uno degli strumenti per raggiungere questa egemonia soft nel mondo globale si basava dunque sulla strategia di aumentare il livello di interferenza negli affari interni di molti paesi, assecondando e contribuendo ad accelerare ulteriormente il processo in corso di una quanto più rapida e diretta esposizione delle più diverse società ai valori e agli interessi economici occidentali.

È abbastanza chiaro che all’interno del grande disegno della globalizzazione lo Stato sovrano e lo Stato nazione rappresentavano due ingombranti ostacoli sulla strada della sua realizzazione. Lo espresse in maniera piuttosto chiara e netta già agli inizi degli anni novanta Strobe Talbott, il diplomatico democratico americano che diverrà Deputy State Secretary durante le due presidenze Clinton . In un articolo sulla rivista Time dal titolo “America Abroad: the birth of the global nation” Talbott vedeva per gli Usa la possibilità di cessare di essere un semplice Stato e di divenire quella che egli definisce una nazione globale ovverosia quella nazione che – potremmo dire – pone fine alla Storia delle nazioni, la cui crescente numerosità ed il cui inappagabile egoismo rende il mondo ingovernabile e conflittuale. Per la prima volta nella storia del mondo si apre per una specifica nazione la possibilità di prendere la guida della politica globale multilaterale senza dar vita ad un nuovo impero, ma fermando la macchina della Storia e spingendo il mondo verso il piano inclinato della pax americana basata su un’integrazione pacifica e globale. Talbott vede nell’affermarsi dell’interventismo umanitario uno degli strumenti con cui accompagnare questo processo ed individua nell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza di consentire alle truppe della coalizione di proteggere i Curdi nell’Iraq settentrionale (aprile 1991), una fondamentale e sostanziale accettazione di questo principio a livello multilaterale. Gli anni delle due presidenze Clinton, che caratterizzarono il decennio, videro una sempre maggiore internalizzazione della politica estera americana, ossia un fenomeno di svalutazione della politica estera tradizionale ed un “political shift” verso i domestic issues, propri e altrui. Gli Usa erano entrati nel terreno delle soft politics degli anni novanta, una lunga finestra di assenza dalla politica e di predominio dell’economia, che avrebbe visto gli Stati Uniti non preoccuparsi attivamente dei processi di costruzione di una realistica nuova architettura di potere mondiale di tipo tradizionale ma piuttosto disinteressarsi della politica estera, compiacersi nella propria prosperità e dedicarsi ad un uso dello strumento militare più come congegno per modificare assetti interni a singoli Stati che come vero strumento strategico di politica di sicurezza internazionale (in questa logica possono essere inquadrati molti degli interventi militari degli anni novanta, Haiti, Somalia, Bosnia Erzegovina, Kosovo). La strategia internazionale americana degli anni novanta – il decennio d’oro in cui dovevano essere colti i dividendi della vittoria nella guerra fredda – è stata in buona parte ispirata da quelli che possiamo definire intellettuali globalisti americani; un gruppo non omogeneo, formato tanto da intellettuali di ispirazione democratica che repubblicana, accomunati nel credere che nel ventennio apertosi dopo la fine della guerra fredda gli interessi nazionali americani si sarebbero potuti conseguire senza la necessità di porre in essere una tradizionale politica estera basata sulla conquista del potere in un mondo di Stati sovrani. È interessante constatare che a causa degli attentati terroristici dell’undici settembre, le teorie globaliste antiwestfaliane hanno continuato a sopravvivere sotto nuove forme nel contesto neocons e nelle due presidenze Bush, con la grande differenza che il dichiarato scioglimento dai vincoli del sistema westfaliano veniva fatto risalire a dopo l’11 settembre e veniva utilizzato in termini di “mani libere” contro il terrorismo. Se la guerra preventiva in Kosovo di Clinton portava i segni dell’interventismo umanitario, quella di Bush in Iraq i segni della lotta al terrorismo e alle armi di proliferazione di massa. Entrambe vennero giustificate con il principio di esportazione della democrazia ed entrambe furono due guerre di natura antiwestfaliana, concepite in una logica globale, realizzate demolendo due stati sovrani, e lasciando sul terreno gravi problemi di governance tuttora aperti.

Se oggi si parla dell’ascesa di un mondo postamericano e del declino degli Usa, ciò è in buona parte la conseguenza delle politiche globaliste democratiche e neocons susseguitesi negli Stati Uniti nel ventennio che si è aperto con la caduta del muro di Berlino e si è chiuso con l’esplosione della crisi economico finanziaria americana. Oggi gli americani sono tornati a parlare di ritorno della Storia , anche se forse sarebbe più onesto ammettere che la Storia non se ne era mai andata, così come la geopolitica. Ma nel ventennio in cui gli americani hanno pensato di vivere e operare al di fuori della Storia, una serie di paesi di antica civiltà, e quindi di antica memoria, hanno continuato a lavorare per costruire le basi della propria ascesa nel sistema internazionale. The rise of the rest, come definisce Faared Zakaria questo fenomeno, avviene in particolare nel continente asiatico, dove Cina e India stanno gradualmente riportando il proprio peso mondiale ai livelli che ricoprivano nel XVIII secolo prima dell’avvento del colonialismo europeo. A Cina e India si aggiungono Russia e Brasile come altre potenze regionali in ascesa. Nessuna di esse potrà contestare il primato mondiale agli Stati Uniti ma la redistribuzione della potenza economica dall’Occidente verso l’Oriente ha già creato un mondo economicamente multipolare. Nel 2009 la Cina è riuscita a superare la Germania come volume delle esportazioni divenendo prima paese esportatore del mondo. Nello stesso anno il mercato interno cinese superava quello statunitense per numero di autovetture vendute . Il finanziamento in quote sempre più crescenti da parte della Cina del debito pubblico americano, con cui gli Usa sono riusciti a finanziare gli impegni militari degli ultimi anni e a tenere artificialmente alto il tenore di vita del paese, rivestono di un importante significato politico la crescente ricchezza cinese. Anche per questo motivo la distribuzione della potenza economica dall’Occidente verso l’Oriente è un processo che non potrà non aumentare nei prossimi anni. Questo processo è tanto il frutto di errori di strategia internazionale e di governo della globalizzazione, quanto rappresenta la conseguenza necessaria del fatto che il mondo occidentale postmoderno sembra aver raggiunto tanto i limiti strutturali della propria crescita industriale quanto quelli ideali della propria ragion d’essere. La domanda che ci si deve porre oggi è se e come la ricchezza economica che l’Asia sta accumulando verrà trasformata in potenza politica. Per adesso, la lezione migliore da tenere a mente è che, mentre l’occidente parla di mitiche formule multilaterali di governance della globalizzazione, la crescita dei BRICs ha dimostrato che la combinazione di globalizzazione economica unita a forme di statualità moderna (che consente una globalizzazione strumentale e selettiva) si sono dimostrate essere il modo più efficiente di gestione delle sfide globali, consentendo l’estrazione della potenza dalla ricchezza .

La progressiva ascesa di nuove potenze non comporterà naturalmente la fine della potenza americana ma dovrebbe riportare gli Stati Uniti all’interno di un sistema interstatuale fatto di vincoli e di costrizioni, di politica di potere su basa regionale, di alleanze tra Stati e di un necessario maggior rispetto per il principio di sovranità, che resta la base per un sistema internazionale stabile. Una volta preso atto del fatto che proseguire nel cammino della globalizzazione equivale a continuare ad accentuare la perdita di potere dell’Occidente e l’entropia del sistema mondo e che nell’attuale fase le politiche premianti sono quelle di un ritorno ai principi di nazionalità e di sovranità, sarebbe probabilmente un errore continuare sulla strada, tracciata dalle scorse presidenze, della destrutturazione del sistema internazionale. Ma il fattore Obama potrebbe modificare il corso delle cose. Il presidente americano possiede ancora una finestra di medio – breve periodo in cui poter disporre di significativi margini di manovra unipolari. Le prime mosse del presidente Obama in politica estera non lasciano tuttavia intravedere segnali di un significativo cambio di strategia. Un caso simbolico è stato rappresentato dal discorso pronunciato da Obama ad Oslo in occasione dell’assegnazione del premio Nobel per la pace al presidente americano. Il discorso di Obama è stato improntato ad un realismo a tratti sconfinante nel cinismo in cui, dopo aver ricordato il suo ruolo di comandante in capo di un esercito impegnato in due guerre, ribadisce per il futuro il ruolo degli Usa nell’assicurare la sicurezza globale con “il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostri armi”, nella convinzione che “dire che la forza è a volte necessaria non è un appello al cinismo ma un riconoscimento della Storia, delle imperfezioni dell’uomo, dei limiti della ragione”. Quello di Oslo non è stato un discorso sulla pace, bensì un discorso improntato sulla guerra, sostanzialmente incentrato sul diritto delle democrazie ad usare la forza e a muovere guerra per il raggiungimento delle proprie finalità democratiche. Sono concetti di routine per un presidente americano, concetti che avrebbe potuto pronunciare benissimo anche George Bush, ma che usati da Obama, in quella sede e nel momento in cui l’amministrazione americana decide di rafforzare con 30.000 uomini il contingente militare in Afghanistan, non lasciano intravedere radicali cambi di linea politica.

L’Italia nella crisi del globale postmoderno: tra la tentazione della rinuncia e la riscoperta dell’azione

Riassumendo. Il mondo della globalizzazione, in cui gli Stati sovrani perdono potere e controllo sulla ricchezza mondiale e sul territorio ha dimostrato di essere un mondo più pericoloso, conflittuale ed instabile del vecchio mondo costruito sull’equilibrio della contrapposizione tra Stati sovrani . Inoltre nel lungo periodo la globalizzazione ha dimostrato che in un mondo globale è sostanzialmente impossibile impedire un veloce e sostanziale trasferimento di ricchezza relativa dall’Occidente verso l’Oriente. Infine, molti degli Stati emergenti hanno conservato nella globalizzazione gli attributi della modernità consentendo loro di estrarre quote importanti di potenza dalla ricchezza acquisita con i meccanismi economici della globalizzazione. Al tempo stesso altre aree del mondo crollano nell’ingovernabilità e aumenta il numero degli Stati sull’orlo del fallimento in quanto la globalizzazione aumenta il numero e la quantità dei problemi e delle sfide che gravano sugli Stati, portando all’implosione le statualità più deboli. Il risultato di questi processi è che l’Occidente si trova inserito in una fase storica che vede aumentare le sfide alla sua sicurezza, sfide che provengono tanto dalle aree che implodono quanto dalle aree del mondo ove sorgono nuove potenze. Possiamo definire questa situazione come la crisi del sistema globale postmoderno occidentale. Ancora non sappiamo dove questa crisi porterà il sistema internazionale, se verso un sistema post-americano o post-globale. La grande incognita, difatti, è capire se e come gli Stati Uniti d’America riusciranno a riappropriarsi della globalizzazione sfuggita loro di mano e trasformatasi da un processo di supremazia soft ad un processo di rapido declino.

Ma come si pone e quale può essere il ruolo dell’Italia in questo contesto di crisi? A questa domanda ovviamente non è possibile dare risposte nette o fornire soluzioni. Ciò per tanti motivi e non ultimo in quanto il nostro paese per dimensioni e per ruolo subisce i cambiamenti internazionali in misura molto maggiore di quanto può essere capace di influenzarne la direzione. Tuttavia alcune considerazioni e alcune domande possono essere fatte sull’Italia nella crisi del globalismo.

Innanzitutto è necessario considerare che il nostro paese è estremamente esposto, probabilmente molto più di altri paesi occidentali, agli effetti prodotti dai cambiamenti globali. Come paese manifatturiero subiamo più di molti altri la concorrenza di paesi a basso costo del lavoro e bassi standard sociali e ambientali. Per posizione geografica siamo in prima linea nel subire direttamente tutte le situazioni di crisi che avvengono in quell’arco di instabilità che ci circonda e che va dal Maghreb ai Balcani. Molte di esse, come le guerre etniche in Jugoslavia, le migrazioni incontrollate provenienti dall’Africa Sub-sahariana e le minacce del terrorismo fondamentalista sono fenomeni prodotti dagli effetti della globalizzazione sul nostro near abroad. Eppure, per uno dei paradossi della globalizzazione, nel mentre il nostro estero vicino deteriorava ed implodeva in numerosi punti negli ultimi vent’anni (guerra civile in Algeria, implosione dell’Albania, guerra in Bosnia Erzegovina, secessione del Montenegro dalla Serbia, intervento in Kosovo, guerra civile in Macedonia, guerra in Iraq, conflitto libanese, guerra in Georgia) la nostra politica estera andava incontro ad un significativo processo di deterritorializzazione, orientandosi sempre meno in funzione degli interessi geopolitici diretti e sempre più in funzione degli interessi di quello che, in un passato volume di Limes, abbiamo definito essere l’estero rilevante . Il risultato di questo fenomeno è che l’Italia è stata spesso assente in molti degli scenari di crisi e di rischio che si sono prodotti ai nostri confini e anche quando siamo intervenuti, sostanzialmente con lo strumento militare, lo abbiamo fatto prevalentemente in nome di logiche politiche multilaterali o globali e molto meno in funzione di interessi nazionali. Abbiamo partecipato alla guerra in Kosovo per mantenere il nostro rango non nei Balcani, ma nell’Unione europea e nella NATO. Così come partecipiamo, in maniera sempre maggiore, all’impegno militare in Afghanistan non in ragione di una politica verso l’Asia centrale e la regione afgano-pakistana ma nuovamente in funzione della NATO e del rapporto bilaterale con gli USA. Sostanzialmente per motivi simili abbiamo dato vita ad UNIFIL, non in funzione di complesse strategie di presenza nello scacchiere mediorientale ma piuttosto in ragione di mantenere un rango nel palazzo di vetro e magari evitare una riforma del Consiglio di Sicurezza da cui siamo penalizzati. C’è una chiara confusione tra strumenti della politica estera e di sicurezza e finalità della politica estera e di sicurezza. Se NATO, UN e UE divengono i fini e non gli strumenti di una politica estera italiana non c’è da lamentarsi quando poi si è costretti a registrare l’irrilevanza politica dell’Italia nel nostro near abroad, Balcani e Mediterraneo in particolare. I Balcani si sono sfasciati e ricomposti in maniera sostanzialmente indipendente dalle nostre preferenze politiche, anche se ci siamo addossati una parte significativa di costi di pacificazione e ricostruzione. Ed i Balcani sono un’area tutto sommato periferica nei grandi scenari mondiali. La nostra influenza nel Mediterraneo è ovviamente molto più basso, non potendo minimamente avvicinarci al livello di influenza dispiegato da stakeholders extra regionali come Usa, Regno Unito e Francia o regionali come Turchia, Egitto, Iran o Arabia Saudita.

Da un punto di vista italiano particolarmente preoccupante è il livello di globalizzazione raggiunto dalla NATO, sia in termini di estensione territoriale che in termini di ampliamento dei dossier di sicurezza. Da un alleanza difensiva e regionale è divenuta un security provider di portata globale. La crisi della globalizzazione, il ritorno della geopolitica, e magari un ritorno di minacce alla sicurezza in Europa comporterà un ritorno ad una NATO atlantica? Oppure la presenza continuata e strutturata in Asia centrale aprirà le porte ad un allargamento dell’Alleanza a democrazie asiatiche come il Giappone o l’India, oppure all’Australia? In questo caso, il ruolo dell’Italia nella NATO, risulterà accresciuto o diminuito?

Estremamente complesso e confuso appare invece essere il quadrante dell’Unione europea, anche dopo l’adozione del Trattato di Lisbona. Come paese fondatore della Ue, ed ancora uno dei quattro maggiorenti dell’Unione, abbiamo in buona parte visto con gli anni scemare il nostro ruolo politico e capacità d’indirizzo delle politiche comuni. Ciò non è imputabile, come spesso si scrive, al fattore politico interno dovuto al livello più o meno alto di europeismo dei governi, quanto piuttosto ad un complesso molto più vasto di fattori. Tra di essi ritengo utile sottolineare quello che definirei come l’equivoco del multilateralismo europeo o le illusioni dell’Europa all’italiana. Purtroppo in Italia si è affermata, sia a destra che a sinistra, una cattiva cultura della politica estera e delle relazioni internazionali che porta spesso a fraintendere la vera natura del multilateralismo. La verità che dovremo comprendere è che il multilateralismo integrazionista della Ue non rappresenta la fine degli interessi nazionali dei paesi europei, ma al contrario ne finisce per rappresentare l’esaltazione. Abolire gli steccati tra sistemi diversi non vuol dire abolire i differenziali nazionali, anzi vuol dire metterli in diretta, e a volte violenta, competizione. Una competizione civile e democratica, ovviamente (come civili e democratici possono essere anche i rapporti tra Stati sovrani in presenza di confini) ma sempre una competizione tra sistemi nazionali. Il problema italiano in questo contesto è quello della percezione asimmetrica. L’Italia, diversamente da Francia, Regno Unito, Germania (per non parlare dei nuovi paesi membri dell’allargamento) vede nell’Unione europea non un luogo di più complessa sovranità in cui andare a portare il proprio interesse nazionale, bensì un luogo dove sbarazzarsi tanto della sovranità quanto degli interessi nazionali, nella speranza che qualcun altro commissari la nostra politica estera e di sicurezza e si faccia carico della definizione dei nostri interessi, tutelandoli per mezzo di strumenti comuni (come l’esercito europeo, la moneta europea, il corpo diplomatico europeo, il seggio unico alle NU ecc). Tutti utili strumenti che però sottengono e presuppongono capacità nazionali e rapporti di potenza tra gli Stati che creano tali strumenti multilaterali e ne determinano le regole d’utilizzo (regole che solitamente prevedono di poterne beneficiare in misura proporzionale a quanta capacità e non a quanta sovranità è stata trasferita). La verità è che l’Europa può effettivamente essere un moltiplicatore di potenza per gli Stati europei, e questa è la vera forza e il fascino dell’idea europea. E può diventarlo anche per l’Italia. Ma è importante tenere presente che lo può essere solo per quegli Stati che hanno i fondamentali nazionali a posto. È l’atteggiamento di europeismo da free-rider degli italiani che ci rende difficile far parte – o rientrare – nel direttorio europeo ristretto franco-tedesco-britannico. Se volessimo davvero rientrarvi, e l’evoluzione della Unione europea post Lisbona dovrebbe farci seriamente riflettere sulla necessità di farlo o meno, non basta aumentare i livelli di retorica europeista, oppure essere sempre disposti a cedere quote crescenti di sovranità in cambio di nulla (politica che al contrario riduce invece di accrescere la possibilità di contare in Europa). Se volessimo davvero contare in Europa, dovremmo rimetterci ad investire sulle nostre capacità nazionali, sull’efficienza dello Stato, sulla definizione degli interessi, dovremmo aumentare (e non diminuire!) le quote di PIL destinate ad esteri e difesa. Dovremmo ridonarci di una politica di cooperazione allo sviluppo aggiornata ai tempi e strumentale al raggiungimento di fini di politica estera. Dovremmo riscoprire una geopolitica nazionale da portare in dote alla Ue. In altre parole dovremmo prima pagare il pegno di tornare ad essere uno Stato nazionale. Scorciatoie non ne esistono. La via per contare a Bruxelles (ma sarebbe meglio dire la via per contare a Parigi, a Londra e a Berlino attraverso Bruxelles) passa per l’Italia e per la ridefinizione dei nostri interessi nazionali nell’estero vicino, Balcani e Mediterraneo in particolare, con proiezioni nell’africa Sub-Sahariana e nel sistema dei tre mari Mar Nero, Mar Rosso e Golfo Persico.
In altre parole, la morale che si può trarre dal ventennio trascorso apertosi con il crollo del muro di Berlino e conclusosi con il crollo del sistema bancario finanziario americano, è che essere vincenti nel multilaterale (così come essere vincenti nel globale) presuppone saper essere ancora più nazionali (sia nella consapevolezza che nella capacità), in quanto bisogna riuscire a tutelare i propri interessi in contesti con regole stringenti, con un numero maggiore di attori e privati degli schermi protettivi – fragili, demodè ma ancora utili – dei confini territoriali e della statualità. Ma fortunatamente per noi, che nazionalisti non sappiamo, non vogliamo e non possiamo esserlo, vi sono alcuni segnali che lasciano intravedere un ritorno ad un mondo più westfaliano che forse non ci chiederà questi sacrifici e speriamo potrà rallentare il declino della media potenza Italia.

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