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Sul patriottismo etico, il realismo delle democrazie e l’Europa

In Editoriali, Europa, Politica estera on febbraio 18, 2010 at 3:38 pm

di Paolo Quercia


“Dire che la forza è a volte necessaria non è un appello al cinismo ma un riconoscimento della Storia, delle imperfezioni dell’uomo, dei limiti della ragione”. Le parole del nuovo premio Nobel per la Pace, il presidente americano Barack Obama, risuonano ancora nei saloni in stile art nouveau della palazzina a due piani che dal 1905 è sede dell’Istituto Nobel, il quartier generale del Comitato che da oltre un secolo premia coloro che “hanno fatto il possibile per favorire la fratellanza tra i popoli, l’abolizione o riduzione degli eserciti o promosso congressi per il raggiungimento della pace”. Il cuore del discorso fatto ad Oslo dal presidente americano in occasione dell’accettazione del premio Nobel per la pace 2010 ruota tutto attorno al dilemma dell’uso della forza da parte delle democrazie, nonché sulla vera natura delle relazioni internazionali, la questione dell’irrisolto rapporto tra guerra e pace e il problema dello uso della forza (anche se il presidente americano sembra usare senza alcun pudore il concetto puro e semplice di guerra) come strumento per raggiungere la pace. Sono temi classici, ricorrenti nella storia dei popoli e negli affari internazionali e nei secoli è stata oggetto delle riflessioni di numerosi pensatori, filosofi, statisti, religiosi e militari che hanno formulato le dottrine più diverse nel tentativo ora di regolare, ora di proibire, ora di legittimare con leggi, trattati e accordi la forza distruttiva e primitiva della violenza e della guerra. Temi che non hanno raggiunto una definitiva soluzione nel mondo democratico se il vincitore del premio Nobel per la pace nell’anno di grazia 2010 sente il bisogno di ricordare al mondo – con un discorso improntato ad un sano realismo sconfinante a tratti nel cinismo – che, oggi come sessant’anni fa, gli Stati Uniti d’America sono chiamati ad assicurare la sicurezza globale con “il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostri armi”. Una tale visione prevede necessariamente una morale democratica che include l’uso della forza non solo quando essa è ritenuta “necessaria” ma anche quando appare “moralmente giustificata”. È un terreno scivoloso e pericoloso quello rivendicato  dal presidente americano, che quantomeno testimonia che – a sessantacinque anni dalla fine della guerra mondiale e a vent’anni dal termnine della guerra fredda – questi temi restano di scottante attualità e necessariamente al centro della riflessione sugli affari internazionali. Una riflessione che si impone a maggior ragione nel momento in cui l’amministrazione americana decide di rafforzare con 30.000 uomini il contingente militare in Afghanistan, intensificando l’impegno militare ben oltre il limite della legittima difesa o dell’ingerenza umanitaria limite quest’ultimo già scarsamente compatibile con la Carta delle Nazioni Unite. La dottrina Obama sull’uso della forza conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che ancora oggi il campo delle relazioni internazionali continua ad essere considerato un sistema sui generis, in cui la comunità internazionale non riesce ad affrancarsi da un livello primitivo di socializzazione. Esso resta tutt’oggi un mondo in cui de facto non esistono vincoli giuridici efficaci all’uso della forza e in cui l’equilibrio del sistema internazionale è ancora in gran parte costruito, in maniera precaria, in buona parte attraverso l’incontro/scontro degli interessi vitali delle nazioni. Interessi che, quand’anche riescono a confrontarsi e ricomporsi nei fori multilaterali, essi continuano ad essere ispirati dagli interessi interni degli attori statali sovrani (superiorem non recognescens), scatole di storia, territorio, tradizioni, lingue, culture e interessi economici specifici e diversi. La dottrina si è a lungo confrontata sulla natura delle relazioni internazionali, sostanzialmente dividendosi – con nomi ed affiliazioni diverse – tra idealisti e realisti. La scuola tradizionale politica del realismo parte proprio dall’assunto che i principali attori del sistema internazionale sono in primo luogo gli Stati e che la grammatica delle loro relazioni è costituita prevalentemente dagli interessi o dai vincoli specifici che in gran parte sottendono i loro comportamenti; comportamenti che in molti casi sono razionali o comunque razionalmente osservabili e – seppur con grande approssimazione – misurabili. Ad essa si è tradizionalmente contrapposta, almeno a livello teorico, la scuola di origine americana del cosiddetto idealismo, che rifiuta l’approccio realista in nome dell’affermazione di una visione valoriale (occidentale) del mondo e che conseguentemente tende a sottrarre agli stati il primato dell’ordine internazionale, mirando a sostituire le categorie della realpolitik con quelle dei diritti dell’uomo, dell’esportazione della democrazia, della moralità dei fini della politica estera, dei suoi mezzi e, in ultima analisi, del perseguimento dell’obiettivo della pace democratica, anche attraverso una postura estera offensiva. Agli occhi degli idealisti ciò è giustificabile dal fatto che poiché la gran parte del sistema internazionale è composto da Stati non occidentali che non condividono o addirittura negano il nostro sistema valoriale, il mondo sarà sempre destinato a vivere in un potenziale conflitto le cui cause in ultima analisi sono interne. Pertanto si insiste sulla necessità dello scardinamento del tradizionale sistema westfaliano al fine portare mutamenti socioeconomici all’interno dei vari stati membri della comunità internazionale. L’idealismo liberale in buona parte si propone di raggiungere tale obiettivo attraverso l’erosione del principio di sovranità statuale, sia attraverso la globalizzazione economica, sia con la promozione nel sistema internazionale di una serie di nuovi attori e soggetti attivabili (individui, minoranze, organizzazioni sovranazionali, gruppi economici privati ecc.) portatori di interessi sostanzialmente transnazionali e diversi da quelli statali. Ove il realismo vede un mondo di stati sovrani, espressioni di culture ed assetti socio economici differenti e sospesi in un precario equilibrio di contrapposizione di forze e di potere, l’idealismo vede l’equilibrio del sistema mondo come un obiettivo da raggiungere attraverso l’esportazione della democrazia; esportazione perseguibile sia attraverso l’interventismo militare a fini umanitari, sia con la promozione di mutamenti sociali, raggiungibili in buona parte con la creazione di società aperte in cui gli individui possano essere lasciati liberi di desiderare un modello politico occidentale. La vera natura delle teorie neo-idealiste è da cercare proprio nel fatto che esse tendono a distinguere gli Stati non tanto in funzione del loro comportamento nel sistema internazionale, quanto piuttosto indagando la natura interna dei sistemi politici e dividendoli in stati buoni o cattivi in funzione della corrispondenza o meno con il sistema valoriale di riferimento. La vera caratteristica del neo-idealismo di matrice occidentale è quella di tendere a forzare – in virtù della sua forza morale – le membrane tra interno ed esterno e discendere in quel dominio tradizionalmente riservato agli stati sovrani. Questa tendenza ha preso corpo già durante il secondo dopoguerra ma ha avuto un’accelerazione rilevantissima dopo la fine della guerra fredda per via del dispiegarsi delle forze economiche e sociali della globalizzazione che hanno prodotto nuove forme di integrazione economica del sistema mondo, dimostrando che una riduzione dei meccanismi della regolamentazione e del potere normativo degli stati (che in ultima analisi si basa su una diminuzione della loro sovranità) consente una maggiore produzione di ricchezza su base mondiale.

Semplificando, possiamo distinguere due visioni mentali della politica tra gli Stati: quella realista, basata sulla visione del mondo così come è, imperniata sul primato degli Stati sovrani, sullo studio delle regole scritte e soprattutto non scritte con cui essi dialogano attraverso processi politici che, in ultima analisi, fanno affidamento sulla possibilità del ricorso all’uso della forza. E quella idealista, basata sul primato valoriale dell’occidente e sulla portata universale dei suoi valori, a cui devono ispirarsi tanto le regole del sistema internazionale quanto le società interne degli Stati membri della comunità internazionale. La conseguenza di queste distinzioni fa si che una concezione realista del mondo porta a ragionare maggiormente in termini di politica estera, mettendo l’accento prevalentemente sugli stati sovrani mentre la visione idealista del mondo mira più allo studio delle relazioni internazionali in quanti tali, in parte deterritorializzate e rese sovranazionali grazie alla convergenza dei differenti sistemi paesi e delle regole del sistema internazionale attorno agli stessi paradigmi politici ed economici.

Queste due differenti visioni degli affari internazionali tendono a produrre approcci diversi alla pratica delle relazioni internazionali e alle scelte politiche militari che compiono i leader mondiali. Ma questa divisione in buona parte è teorica e politica, mentre da un punto di vista pratico è quasi sempre accaduto che le grandi scelte di politica estera sono sostanzialmente il prodotto di una visione realista del mondo, in alcuni casi corretta o spiegata attraverso dosi più o meno massicce di idealismo. Fermo restando che realismo e idealismo sono intrecciati in modalità e quantità differenti nelle opzioni di politica estera di ogni Stato del pianeta, è evidente che la dialettica più estrema tra realismo e idealismo è una caratteristica prevalentemente tipica delle opzioni di politica dei paesi democratici. Sono prevalentemente i paesi democratici quelli in cui, in forza dell’esistenza di una pubblica opinione informata, di un sistema informativo pluralista e di una dialettica parlamentare, la politica estera viene ad essere inclusa nella sfera della morale e, in un modo o nell’altro, finisce per includere dosi più o meno massicce di idealismo democratico. Eppure, quando sono in ballo interessi rilevanti di natura economica o di sicurezza, gli Stati democratici abbandonano spesso ogni diversità morale della propria condotta internazionale e, sia che perseguano una politica estera idealista o una realista, finiscono spesso per agire con mezzi tutt’altro che rispettosi dei principi di democrazia e diritto con vigono in patria, comportandosi alla stregua di un qualsiasi regime autoritario. Ciò è dovuto al fatto che, al di là di ogni credo politico, spesso sono i vincoli politici, gli interessi contingenti, le ristrette opzioni possibili e le limitatezze delle risorse a determinare il corso degli eventi. Non si spiegherebbe altrimenti l’anomalia americana dell’ultimo decennio che ha visto i neoconservatori perseguire una agenda politica improntata all’idealismo dell’esportazione della democrazia mentre l’avvio della presidenza Obama sembra improntato – dalla prudenza dimostrata nel non ingerire negli affari interni iraniani fino alla decisione di aumentare i militari per assicurare gli obiettivi per un disimpegno in Afghansitan – ad un realismo molto pragmatico e davvero poco idealista. Ma gli Stati Uniti d’America, l’ultima superpotenza in un mondo non più unipolare ma ancora non  multipolare, rappresentano in un certo qual modo un caso a sé, chiamati come sono ad esercitare un ruolo che trascende quello di ogni altro paese. La vera questione dei mezzi e dei fini della politica estera delle democrazie è prevalentemente un fatto europeo. L’Europa è il continente che storicamente più ha sofferto delle distruzioni portate dalle guerre e dagli eserciti, che è stata campo di battaglia di due devastanti conflitti mondiali e in cui la cortina di ferro ha privato per oltre mezzo secolo una gran parte della popolazione europea della propria libertà e dei propri diritti umani. Al tempo stesso è stato in Europa che si sono prodotti i nazionalismi e le ideologie totalitarie che hanno duramente segnato la storia del novecento. Oggi, la sopravvivenza dei valori europei democratici in sistema internazionale post-globale e post-occidentale rischia di mettere a dura prova il futuro della prosperità economica che sottende lo sviluppo democratico dell’Europa. Una serie di domande, apparentemente di difficile soluzione, attendono gli statisti europei nei prossimi anni. Nel sistema mondiale che si sta configurando, a quali principi e a quali obiettivi devono mirare le politiche estere delle democrazie europee? Con quali dosi di idealismo devono affrontare le sfide reali delle relazioni internazionali? L’approccio idealista alla politica estera quanti e quali “costi”  produce in termine di efficacia dell’azione esterna? Nel pagare questi “costi di minor efficacia”, le democrazie europee perderanno terreno nei confronti del pragmatismo americano o dei sistemi politici non democratici? Quali standard comportamentali devono le democrazie tenere nei confronti dei regimi dittatoriali e dei rogue states? In ultima analisi, esiste un approccio etico per la politica estera delle democrazie conciliabile con il mantenimento di democrazie prospere in un mondo non democratico?

Le risposte a questi interrogativi sono estremamente complesse e soprattutto non possono essere date né a livello teorico né a livello di singoli paesi. Una volta il blocco delle democrazie aveva una chiara identificazione nel sistema euroatlantico, che aveva il pregio di unire le due sponde dell’Atlantico e pressoché tutti i paesi occidentali in un’unica alleanza difensiva. Ciò offriva la preziosa semplificazione di unire in un unico concetto politico tanto il realismo della sicurezza quanto l’idealismo di difendersi e di reagire contro le minacce di un sistema politico disumano e aggressivo quale quello sovietico. “Siamo più forti perché siamo liberi” era lo slogan che forniva la quadratura del cerchio. Alla fine della Guerra fredda, parallelamente al fatto che l’Atlantico si è fatto più largo, è emersa una nuova differenziazione tra idealisti e realisti all’interno del campo democratico, contribuendo – in assenza del vincolo di una minaccia esterna – a rendere meno compatibili tra di loro le politiche estere dei paesi democratici e in parte contribuendo alla stessa impasse di alcuni disegni integrazionisti come quello europeo, chiaramente bloccato tra una visione maggiormente intergovernativa e una maggiormente sovranazionale. Esiste oggi la possibilità che il processo di integrazione europeo crei i presupposti di un patriottismo etico che funga da moltiplicatore di potenza degli interessi nazionali costruendo al tempo stesso anche una dimensione etica e valoriale di riferimento condiviso? Sicuramente tale possibilità e speranza esiste. Ma essa potrà essere realmente colta solo se l’Europa non rinnegherà la propria storica complessità. L’Europa deve essere lo spazio etico in cui le tante patrie europee possono misurare la propria identità storica all’interno di una cornice di cooperazione virtuosa. Una cooperazione fatta di regole e di principi minimi, costruiti non in forza di un pensiero debole e assimilatore ma recuperando valori millenari di libertà e unità. A questo processo ogni Patria d’Europa deve dare il proprio contributo unendo al realismo degli Stati l’idealismo dell’unità del continente. L’Europa non deve essere uno spogliatoio delle sovranità e delle identità, dove si entra come Stati e si esce come espressioni geografiche. I popoli europei hanno l’obbligo di mantenere le proprie radici e di portare nella casa europea le Patrie, piccole e grandi, ereditate dai propri avi. Solo così essi potranno dare al giovane disegno europeo quel senso del destino costruito nel corso dei secoli che a tratti è ancora visibile nelle capitali d’Europa e nell’animo delle democrazie del continente. È l’unico modo per costruire un’Europa che possa al tempo stesso essere reale ed ideale. E confrontarsi, con la forza del proprio realismo etico, con le potenze vecchie e nuove che stanno ridisegnando gli assi del potere del sistema mondiale.

Paolo Quercia

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