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Cosa Resta dell’Asse del Male? Il ritorno alla Realpolitik dopo la retorica armata

In Iran, Politica estera on giugno 2, 2010 at 2:40 pm

di Paolo Quercia


Dopo appena un quinquennio la teoria statunitense della grande guerra senza quartiere all’Asse del Male volge al termine. La “teoria” dell’esistenza di un Asse del Male fu annunciata, agli americani e al mondo, pochi mesi dopo gli attentati del settembre 2001 dal Presidente George W. Bush nel corso dell’annuale discorso sullo stato dell’Unione del 29 gennaio 2002. Tre stati venivano identificati come nemici del nuovo corso americano: Iraq, Iran e Corea del Nord, accomunati dalla necessità di Washington di proseguire nella guerra al terrorismo internazionale una volta archiviata la guerra lampo in Afghanistan e inseriti in un contesto di uno scenario planetario ritenuto fuori controllo e caratterizzato da organizzazioni terroristiche, stati canaglia e proliferazione di armi di distruzione di massa. Un triumvirato del terrore davvero disomogeneo e politicamente improbabile, ma che veniva assimilato in un’unica alleanza, un “asse” così malvagio da ricordare semanticamente quello costruito attorno alla Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale.

Sei mesi dopo il discorso di Bush, il Sottosegretario di Stato John Bolton riprende, sviluppa e allarga il concetto dell’Asse del Male estendendolo ad altri tre presunti stati canaglia, la Libia, la Siria e Cuba. A questo punto è chiaro che l’Asse del Male non rappresenta un solido concetto strategico bensì sembra rispondere più ad una (tradizionale) necessità americana di ricondurre ad un unico soggetto esterno di produzione del male fenomeni diversi che affliggono la sicurezza statunitense e mondiale. Inoltre, la teoria dell’Asse del male risponde ad un’esigenza tattica per giustificare “ideologicamente” l’invasione dell’Iraq e portare finalmente al termine quel cambio di regime che gli americani avevano nel cassetto da ormai quindici anni e di cui avrebbe prevalentemente beneficiato l’alleato israeliano. Nella logica americana il controllo dell’Afghanistan non poteva essere il solo dividendo geo-politico della guerra internazionale al terrorismo. Mettere l’Iraq al centro di una grande strategia mondiale per la lotta al terrorismo in un mondo ancora scosso dagli attentati dell’undici settembre avrebbe consentito agli americani di cogliere l’occasione storica per tentare di ridisegnare gli assetti geo-politici del Medio Oriente, eliminare ogni dubbio sulle possibili aspirazioni di Saddam Hussein di fiancheggiatore del terrorismo internazionale e mandare un chiaro segnale ad ogni altro stato del mondo che avrebbe ambito a prendere il posto del distrutto regime dei talebani. Il controllo della Mesopotomia, attraverso una guerra tecnologica e la costruzione di un nuovo regime laico e filoamericano costituiva dunque la contropartita geopolitica che gli americani puntavano ad ottenere come risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre e alla sfida mossa dal fondamentalismo islamico. Infatti, ben presto la guerra all’Iraq viene riqualificata e piuttosto che essere la prima di una serie di guerre ai paesi nemici dell’asse del male, diviene la prima tappa di una strategia politica rivolta a tutto il Medio Oriente e mirante a promuovere una democratizzazione dei principali regimi islamici del mondo. E’ la strategia del Grande Medio Oriente che avrebbe dovuto fare perno proprio sul ricostruito e democratizzato Iraq post Saddam il cui cambio di regime avrebbe dovuto essere seguito da un effetto domino politico-diplomatico che si sarebbe dovuto estendere dal Nord Africa fino al Pakistan spingendo i numerosi regimi autoritari della regione ad avviare pacificamente processi di democratizzazione, che sarebbero stati premiati economicamente e finanziariamente dagli Stati Uniti d’America.

La teoria del Grande Medio Oriente fu accolta con grande freddezza da tutti i paesi islamici della regione, non solo quelli più integralisti ma anche quelli moderati ed anche da parte di un paese democratico, laico ed alleato degli americani quale la Turchia, estremamente preoccupato della destabilizzazione che tale politica potrebbe portare nella sua area. Ma la guerra in Iraq, piuttosto che ad un cambio di regime lasciò il posto ad una violenta guerra civile interna per fronteggiare la quale i 150.000 soldati americani presenti in teatro non sarebbero mai potuti bastare. Le gravi difficoltà incontrate dall’America in Iraq portarono ad abbandonare ben presto anche ogni velleitaria ipotesi di grande ri-sistemazione politica della regione del Medio Oriente. Inoltre, mano a mano che la posizione americana in Iraq continuava a complicarsi gli altri due paesi di quello che era stato definito l’Asse del Male, Iran e Corea del Nord, svilupparono congiuntamente la convinzione che avrebbero dovuto cogliere proprio quel momento di vantaggio strategico – in virtù  dell’impossibilità per gli Usa di aprire un nuovo fronte dopo quelli afgano ed iracheno – per progredire nella strada del ottenimento del nucleare e porsi così al sicuro da ogni possibile attacco statunitense anche per il futuro.

In realtà fare un bilancio di questi cinque anni è un operazione complessa ed articolata che deve necessariamente essere lasciata agli storici di domani, in quanto oggi sono per noi difficili da prevedere le conseguenze di medio lungo periodo di quanto accaduto nel periodo 2002 – 2007.  Tuttavia, alcune semplici considerazioni politiche possono essere fatte in questa sede. Con un Iraq in piena guerra civile ad oltre quattro anni dalla caduta di Saddam Hussein e con Iran e Corea del Nord usciti rafforzati dalla crisi, abbandonato ogni progetto di trasformazione democratica del Medio Oriente, la strategia americana post 11 settembre sembra aver prodotto risultati molto diversi rispetto a quelli pianificati dagli strateghi di Washington, al punto che, nello stesso partito repubblicano americano e tra gli analisti vicini all’area governativa è iniziato un dibattito di ripensamento della strategia di risposta al terrorismo internazionale e più in generale della politica estera del governo Bush. In particolare viene messa sotto accusa la strategia della guerra preventiva utilizzata dopo l’11 settembre e soprattutto viene reputato erroneo il tentativo di riprodurre contro il totalitarismo islamico la stessa strategia di rollback utilizzata nella guerra fredda contro il comunismo, senza però aver adeguatamente valutato le enormi differenze tra i due fenomeni. E soprattutto senza aver lavorato politicamente per portare attivamente dalla propria parte la maggioranza dei paesi islamici per impiegarli come alleati nella lotta contro Al-qaeda piuttosto che trattarli come presunti stati canaglia pronti ad alimentare il terrorismo internazionale.

Ma nel bilancio politico che dovrà essere tracciato della reazione americana all’undici settembre non andranno tuttavia sottovalutati alcuni importanti effetti raggiunti come conseguenza della politica americana in questi anni quali la sconfitta del regime talebano, l’avviamento del processo di State building a Kabul, la dispersione della rete terrorista che si era annidata in Afghanistan ma anche il “ravvedimento” indotto nel regime libico, avviatosi sulla strada di un processo di apertura verso l’Occidente.

Oggi è opportuno riflettere sul fatto che ben poco rimane in piedi della retorica armata annunciata con la dottrina dell’Asse del Male. Posta sotto accusa tanto da parte dei democratici quanto da un crescente numero di repubblicani, anche se non è stata ufficialmente archiviata essa è stata nei fatti messa da parte con il rapporto Baker del dicembre 2006 che annunciava, pur senza individuare limiti temporali, l’obiettivo di un progressivo disimpegno delle truppe americane dall’Iraq. Nel frattempo gli Usa iniziano a dialogare di progetti concreti con gli ex membri dell’Asse del Male, muovendo i primi passi con Teheran per discutere della stabilizzazione dell’Iraq e con Pyongyang per la riconversione del programma nucleare coreano.

Con la fine della politica dell’Asse del Male l’America si avvia a ritrovare l’originario realismo della sua politica estera preparandosi a sconfessare quello strano connubio tra la teoria della guerra preventiva “repubblicana” e quella “democratica” di esportazione della democrazia che ha caratterizzato la strategia di Gorge W. Bush a partire dal 2002 ad oggi trovando di fatto un ampio consenso bipartisan in patria. Le difficoltà militari in Iraq e le necessità della gestione dell’ordine mondiale, incluso il bisogno di non dare a Russia e Cina nuovi vantaggi geopolitici sugli Stati Uniti, stanno spingendo l’America a ritrovare una politica estera più tradizionale, realistica, limitata nella portata degli obiettivi ma al tempo stesso basata su fermi punti di forza. E’ il ritorno del realismo e del primato dell’interesse nazionale.

  1. “Cosa Resta dell’Asse del Male? Il ritorno alla Realpolitik dopo la retorica armata La ragione nazionale” was a good read and also I ended
    up being extremely glad to discover the article.
    Thanks a lot,Anastasia

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