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Come la UE ha comprato la politica estera rumena

In Editoriali on giugno 3, 2010 at 3:05 pm

di Paolo Quercia

Nel 1989 la Romania era il paese dell’ex blocco comunista ove il disastro sociale ed economico legato al vecchio regime  aveva raggiunto i livelli più disonorevoli, intaccando nel profondo la struttura stessa dello stato, della società e della popolazione. A causa di questa eredità la transizione in Romania sarebbe stata lunga e onerosa e il raggiungimento degli standard di vita e di sicurezza dell’Unione europea un traguardo difficile da centrare in poco tempo, anche a causa delle mancanze strutturali della macchina-stato rumena.

Tale processo ha tuttavia subito una forte accelerazione a causa dei desideri geopolitici dell’Unione europea, un incompleto mercato comune con ambizioni di superstato governato da una tecnostruttura politicamente irresponsabile. I tempi dell’allargamento ad Est dell’Unione architettati negli anni novanta erano infatti basati non tanto sulle capacità dei nuovi membri di rispettare gli impegni e gli standard comunitari ma sull’ambizione europea di occupare il vuoto geopolitico lasciato dalla Russia dopo il dissolvimento del near abroad post sovietico. Un’ambizione legittima e forse politicamente opportuna, ma i cui costi non furono ben calcolati e soprattutto ben comunicati alle pubbliche opinioni.  L’ancoraggio dei paesi dell’Est al sistema occidentale fu sviluppato quasi come una vera e propria religione, quella dell’allargamento euro-atlantico, vendendo ai cittadini e alle leadership politiche occidentali e dei paesi dell’Est il concetto che i due allargamenti sarebbero dovuti necessariamente procedere di pari passo. In tal modo anche i costi dell’allargamento della NATO sarebbero stati compensati dal premio dell’ingresso nella Ue.

In questo contesto l’ingresso della Romania nella Ue – avvenuto 5 anni dopo il vertice di Praga in cui Bucarest venne invitata ad aderire alla NATO – ha poco o nulla a che fare con le capacità di Bruxelles di esercitare la giustizia, ridurre le ampie sacche di marginalità sociale e di criminalità, ridurre povertà e disoccupazione, esercitare insomma un effettivo rule of law. Non deve quindi stupire se lo screening dell’acquis comunitario è stato fatto con grande leggerezza e pressappochismo. L’obiettivo dei funzionari di Bruxelles era quello di comprare la politica estera rumena non riuscendo l’ibrida costruzione europea a porre in essere una politica estera comune di attrazione dei suoi vicini orientali. Invece che produrre egemonia l’Ue ha deciso di regalare passaporti comunitari. Alcuni lo chiamano il soft power dell’Europa, ma altro non è che la dimostrazione dell’incapacità di status internazionale dell’Unione europea. L’internalizzazione dei problemi e la trasformazione di essi in una questione interna, divisibile asimmetricamente tra tutti gli stati membri, è la strategia con cui l’Ue ha cercato di risolvere i problemi legati all’eredità del comunismo nei territori dietro l’ex cortina di ferro. E’ la stessa strategia che Giuliano Amato aveva proposto per risolvere il problema del Kosovo, annetterlo nella Ue entro il 2014. E’ la visione di grandi strateghi o la testimonianza del livello di depravazione della politica estera dell’Unione che utilizza lo strumento dell’allargamento dei propri confini come arma impropria per raggiungere uno status di politica estera che altrimenti non potrebbe avere? Quale che sia la risposta, quello che è evidente è che questo modo di intendere la politica estera dell’Unione europea crea pericolosi vasi comunicanti che scaricano i costi delle proprie ambizioni geopolitiche sulla vita ordinaria dei cittadini dell’Unione europea.

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