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Destra, sinistra e interesse nazionale. Il falso mito della politica estera bipartizan

In Editoriali on giugno 4, 2010 at 3:15 pm

di Paolo Quercia

Gli anni novanta sono stati caratterizzati dal galoppante affermarsi di una serie di erroneità e falsità frutto di un pessimo incrocio tra presunto modernismo (il “nuovo” spirito dei tempi che cambiavano), malafede ideologica ed errate previsioni. Tra tali ingannevoli miti, uno che si è affermato con un certo successo nel nostro paese è quello della falsa teoria della necessità per l’Italia di dotarsi di una politica estera condivisa o bipartisan, per usare un brutto neologismo affermatosi proprio in quegli anni. Nel “nuovo mondo” internazionale degli anni novanta post muro di Berlino e nel “nuovo” panorama politico italiano post tangentopoli, tutte le grandi scelte internazionali dovevano convergere nel nome di un riscoperto e finalmente condiviso interesse nazionale o bene comune. Ma tale interesse comune – invece che essere frutto di un reale dibattito all’interno del paese e di una possibile convergenza tra le forze politiche che si confrontano su diverse visioni del ruolo dell’Italia nel mondo – si è preteso di costruirlo sulla scia del disimpegno, del disinteresse, del provincialismo, della delega rinunciataria, dell’abbandono della sovranità e dei suoi attributi, dell’improvvisazione emotiva e, non ultima, della mancanza di mezzi e risorse.

Al contrario, il campo della politica estera dei paesi che ambiscono a non essere irrilevanti nel contesto internazionale dovrebbe costituire il livello più politico e più elevato della sovranità democratica ed è necessario, giusto ed utile che esso sia sommamente divisivo delle posizioni delle principali forze politiche, nonché frutto di strategie e scelte decisionali contrapposte. Il modo con cui una nazione sta nel consesso delle nazioni, quali vettori di politica estera privilegia, come distribuisce le risorse sui vari scenari e come e a chi distribuisce i dividendi della politica estera non possono costituire scelte condivise una volta per tutte e delegate per sempre ma rappresentano precise scelte sociali ed economiche interne che necessariamente devono essere frutto di progettualità politiche differenti ed alternative.

Tre sono stati gli alibi con cui il nostro paese ha progressivamente ridotto e impoverito la propria dimensione internazionale, trasformandola in una visione tendenzialmente da pensiero unico, asettico e miope: la tecnocrazia, l’internazionalismo apolide e il determinismo ambientale-geopolitico. Quelle che in altre epoche – o in altri paesi – erano alte scelte politiche da cui potevano dipendere benessere, fortune e sicurezza nazionale, sono state in Italia progressivamente allontanate il più possibile verso livelli decisionali presunti neutri e politicamente irresponsabili. In Italia la convergenza bipartisan rischia di essere non il frutto di un ritrovato e condiviso sentimento nazionale bensì la somma di due debolezze, due abdicazioni ad esercitare quello che è il più alto e più difficile dei livelli di sovranità nazionale, ossia la gestione della politica estera in tempi di instabilità e ridistribuzione del potere su scala mondiale. In questo contesto, anche quelli che erano i tradizionali riferimenti della politica estera italiana, UE e NATO, sono stati ripensati e ricollocati – in maniera bipartisan – sotto forma di nuovi surrogati della sovranità e della responsabilità nazionale: invece di essere vissuti come mezzi per amplificare la politica estera di una media potenza in declino sono finiti per diventare, nell’assenza di una vera dialettica interna sul ruolo e sull’azione internazionale dell’Italia, dei veri e propri benchmark politici di convergenza, dei fini superiori sovranazionali (e quindi presuntamene dotati di maggiore legittimità e capacità) verso cui piegare quello che resta delle capacità internazionali del nostro paese.

Chi può essere contrario al parere dei “tecnici”, alle macro scelte politiche compiute dalla “comunità internazionale” e maturate nel seno delle Nazioni Unite, dell’Unione europea o di altri organismi internazionali e sovranazionali o, addirittura, alla geografia stessa?  Dietro alla convergenza bipartisan in politica estera c’è l’abbandono della possibilità di concepire una volontà politica di esistenza come nazione nel contesto delle nazioni (che imporrebbe scelte politiche contrapposte) e l’assunzione dell’inevitabilità dei destini della globalizzazione e del conseguente fine dello stato nazione.

E’ certamente vero che la turbo globalizzazione economica degli anni novanta ha costretto tutti i paesi a ripensare la propria sovranità e a fare i conti con l’emergere di nuovi attori e di nuove dinamicità, ma forse noi siamo stati il paese più pronto, frettoloso e desideroso di buttare alle ortiche alcune prerogative tipiche della statualità e alcuni strumenti di governo che hanno accompagnato gli  stati – nazione fin dalla loro nascita. L’abbiamo fatto però con lo spirito di una nazione vuota, stanca e in difficoltà sia economiche che di legittimità politiche utilizzando il pretesto della globalizzazione e degli obblighi internazionali (non delle scelte) per convergere, verso l’irrilevanza, la nostra postura internazionale. Ed ora che il picco della globalizzazione è superato e viviamo una fase di riflusso verso la sovranità statale, restiamo spiazzati ed a metà del guado. Non è che dobbiamo tornare noi italiani con i vecchi strumenti dello stato nazione a prenderci il compito di tutelare e proteggere i nostri interessi nazionali  e la prosperità del nostro paese (che nel frattempo in questo quindicennio ha perduto circa un terzo delle quote mondiali di export che avevamo agli inizi degli anni novanta) ?

La retorica del raggiungimento di una convergenza bipartizan sulla politica estera è dannosa e pericolosa, ma soprattutto è il segno di un paese che prima di diventare definitivamente marginale nella scena politica internazionale già svende la propria residua sovranità, ossia capacità di governo nell’interesse dei suoi cittadini. Sarebbe auspicabile che le principali forze politiche italiane convergessero sulla necessità di riportare nelle mani del governo e del parlamento la più grande quantità possibile di sovranità compatibile con i nostri obblighi internazionali, per poi dividersi politicamente su come spendere tale sovranità nella scena internazionale.

Al contrario, la retorica della condivisione della politica estera rischia di essere un vano traguardo, un canto del cigno raggiunto a spese dell’interesse nazionale e della rappresentatività democratica; al tempo stesso rappresenta invece uno strumento utilissimo in mano a lobbisti di ogni paese e risma e di interessi economici, finanziari e politici di ogni natura per favorire con la sovranità sottratta ai cittadini (che allora a qualcosa serve!) interessi particolari a discapito di quelli generali (o addirittura stranieri a discapito di quelli nazionali). Un paese rilevante e democratico dovrebbe almeno avere due opzioni di politica estera alternative. Il rinunciare ad averne è sintomo o di irrilevanza o di non democraticità.

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