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Dalla cooperazione allo sviluppo. L’Italia e i cambiamenti globali nell’APS

In Africa, Globalizzazione on giugno 25, 2010 at 11:07 am

di Paolo Quercia

La crisi economica e finanziaria che ha colpito molti paesi occidentali non poteva non produrre i suoi effetti anche nel settore della cooperazione allo sviluppo, i cui flussi finanziari originano prevalentemente dai paesi occidentali. Ma al di là della riduzione dei volumi finanziari disponibili per i PVS da parte dei paesi OCSE, è l’intero mondo della cooperazione allo sviluppo come lo conosciamo fino ad oggi che nell’ultimo decennio ha conosciuto importanti e notevoli cambiamenti strutturali. È in questo più ampio contesto che va necessariamente inserita una analisi degli andamenti e delle attuali tendenza della cooperazione allo sviluppo italiana. Se la cooperazione allo sviluppo affonda in buona parte le sue radici nei processi di decolonizzazione europea dal continente africano e nel contesto internazionale degli anni sessanta e settanta, è necessario oggi soffermarsi sui grandi mutamenti avvenuti nel sistema internazionale per afferrare i cambiamenti in corso. In primo luogo pur mantenendosi un fortissimo divario in termini di sviluppo Nord-Sud del mondo, è innegabile che la globalizzazione economica dei mercati e soprattutto dei fattori di produzione (capitale e lavoro) abbia prodotto rilevantissimi risultati in termini di riduzione del divario di sviluppo mondiale. Paesi come la Cina e l’India non possono oggi essere più considerati Paesi in via di sviluppo mentre in Africa numerosi PVS hanno ormai consolidato da diversi anni tassi di crescita di assoluto rispetto, impensabili solo pochi anni fa. Più in generale, la crescita della stessa economia mondiale è oggi trainata non più dalla crescita dell’Occidente bensì dallo sviluppo tumultuoso delle economie non OCSE.
La globalizzazione ha dunque costruito un mondo di relazioni internazionali significativamente diverso da quello in cui fu concepita e strutturata la cooperazione classica allo sviluppo tanto nelle sue varianti bilaterali che multilaterali. È innegabile che il mercato globale ha inserito nelle stagnanti economie dei Paesi in via di sviluppo, spesso dipendenti dagli aiuti internazionali e indebolite della scarsa capacità di governo, nuovi fattori di sviluppo di tipo privatistico la cui utilità a fini della riduzione dei differenziali di sviluppo umano deve ancora essere valutata appieno ma che non può essere assolutamente trascurata. Anzi che è alla base di una serie di progressi registrati nel corso degli anni novanta in molti PVS. Questi fattori economici globali, pur senza proclamare solenni Millennium Development Goals, agiscono tuttavia nella direzione di far progredire, quantomeno materialmente, molti dei Paesi in via di sviluppo.

Sono poi emersi dei nuovi attori nel sistema internazionale, come i fondi sovrani in buona parte originati da ex Paesi in via di sviluppo che gradualmente stanno dirigendo i propri investimenti in altri PVS secondo una direttrice Sud-Sud. Si stima che se solo il 10% dei Fondi Sovrani venisse destinato a Paesi in via di sviluppo attraverso i cosiddetti Sovereign Development Funds il loro valore supererebbe di gran lunga il valore totale dell’APS. Certo, rimesse degli emigrati, investimenti diretti esteri, fondi sovrani non sono donors, né sono legati ad obiettivi multilaterali di sviluppo né a logiche solidaristiche ed umanitarie. Eppure il loro emergere come fenomeni potenzialmente rilevanti nel quadro della lotta mondiale alla povertà e alle cause del sottosviluppo non può essere trascurato e deve essere preso nella dovuta considerazione nel ripensare nuove e più efficaci politiche di cooperazione allo sviluppo. Quantomeno al fine di tentare di delineare politiche di maggiore coordinamento pubblico privato tra IDE e APS. Se il primo fattore di sfida o innovazione dell’APS tradizionale è oggi dato – soprattutto in tempi di crisi economica globale – da un più stretto rapporto pubblico privato tra APS e IDE, il secondo fattore è di tipo geopolitico, ed è costituito dall’emergere di un numero sempre maggiore di Stati non occidentali che divengono primari attori economici in Paesi in via di sviluppo.

L’Africa da questo punto di vista rappresenta ormai un caso di studio. La presenza cinese ha assunto ormai proporzioni notevoli grazie all’utilizzo di un mix di fattori politici, economici e finanziari, inclusa la costituzione nel 2007 di un Africa Development Fund.

La terza sfida che deve affrontare la nostra cooperazione allo sviluppo riguarda la riduzione dei margini di ricchezza e di benessere relativi dell’Occidente sul resto del mondo, riduzione che – unita all’alto indebitamento pubblico di molte economie occidentali – rappresenta un ulteriore potenziale di debolezza del nostro modello tradizionale di cooperazione allo sviluppo. È in questo contesto che vanno analizzati i dati che vedono una progressiva riduzione dell’impegno italiano nell’APS, una riduzione contraria agli impegni assunti a livello internazionale e che non può che indebolire la nostra azione internazionale in numerose aree geopolitiche chiave del pianeta, soprattutto in un epoca in cui il modello tradizionale della cooperazione si trova a non essere più – fortunatamente – l’unica strada di uscita dalla arretratezza e dal sottosviluppo. È dunque oggi necessario per il nostro Paese una revisione ed un aggiornamento delle finalità dell’aiuto pubblico allo sviluppo, delle priorità geografiche e settoriali così come di un corretto inquadramento di essa nella cornice di una più generale politica estera nazionale. Ciò, ovviamente, non al fine di subordinare e condizionare politicamente le azioni di lotta alla povertà e al sottosviluppo, bensì al fine di aumentarne forza ed efficacia, presupposti fondamentali per produrre visibili ritorni morali e materiali che possono essere da garanzia di un mantenimento nel tempo
dell’impegno nell’APS. Oggi l’aiuto pubblico allo sviluppo italiano soffre di vari mali. A iniziare dal livello decrescente del valore del nostro APS e dall’incapacità di mantenere, stante il basso tasso di crescita del Pil nazionale, gli impegni assunti a livello internazionale; ma anche la non ottimale distribuzione geografica, frutto di una eccessiva polverizzazione degli aiuti su troppe aree geografiche e dall’eccessiva frammentazione dei troppi soggetti attuatori; a ciò si aggiunge lo scarso coordinamento con le altre azioni nazionali di politica estera e un quasi nullo coordinamento con il circui degli investimenti italiani all’estero. Un coordinamento che non può nascere per caso ma solo in seguito a un’accurata programmazione iniziale di collegare il circuito degli aiuti allo sviluppo con le opportunità di investimenti privati in settori strategici quali quello infrastrutturale e quello agroalimentare. Infine, risulta necessario ricondurre l’APS a una prevalente ownership nazionale abbassando notevolmente il livello di fondi assegnati a organismi multilaterali e individuando specifici settori in cui la cooperazione multilaterale dimostri chiare efficienze gestionali o di scala. All’interno della quota multilaterale dell’APS un peso sicuramente determinate va dato all’aiuto pubblico multilaterale realizzato in seno alla UE.

Il contributo che oggi l’Italia dà alla lotta alla povertà e al sottosviluppo – e con essa alla sicurezza internazionale – non è ancora un contributo soddisfacente. Non tanto in termini di quantità, quanto soprattutto in termini di qualità ed efficacia dei risultati. Proprio in virtù delle ristrettezze di bilancio, che probabilmente rappresenteranno un vincolo costante di medio-lungo periodo, la cooperazione allo sviluppo italiana deve raccogliere le sfide del mutato panorama
internazionale e sviluppare un proprio più agile ed efficace modello di APS, coerente con i più generali interessi del paese. Per raggiungere tale obiettivo è anche necessario avviare una piccola rivoluzione culturale che riduca alcune deformazioni ideologiche di molti dei nostri approcci alla cooperazione internazionale ma soprattutto è necessario avviare delle campagne di sensibilizzazione della pubblica opinione sulla utilità, necessità, eticità e anche dell’imprescindibile dovere morale dell’impegno nazionale di contribuire al progresso sociale ed economico dei Paesi
in via di sviluppo.

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