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La minaccia del terrorismo nel crocevia della sicurezza africana

In Africa, Terrorismo on giugno 26, 2010 at 3:24 pm

di Paolo Quercia

Da tanti punti di vista l’Africa rappresenta un continente crocevia. Crocevia tra il Nord Africa e il Sahara, tra l’Oceano indiano e il Mediterraneo, tra islam e cristianesimo, tra sviluppo e sottosviluppo, tra modernità e tribalismo, tra ricchezza e povertà, risorse e scarsità, tra guerra e pace, tra regimi post-coloniali e democrazia. E nel contesto delle problematiche della sicurezza globale l’Africa rappresenta anche un importante crocevia di quella che – a torto o a ragione – è stata chiamata la guerra globale al terrorismo. Tuttavia, affrontare la questione della sicurezza in Africa dallo stretto pertugio delle infiltrazioni terroristiche rischia di essere fuorviante, o quanto meno non sufficiente a spiegare la cronica instabilità politica e l’impossibilità di costruire modelli statali minimi efficienti, legittimi e sostenibili. La condizione di failing states è difatti una delle caratteristiche che sembra caratterizzare tutt’oggi un numero estremamente ampio di Stati del continente e, ad oltre quarant’anni dall’avvio della decolonizzazione della regione, rappresentare la principale minaccia per la stabilità regionale e per la sicurezza internazionale. Il fallimento nella costruzione di stabili cornici statali capaci di contenere tanto il boom demografico quanto soddisfare i crescenti bisogni di good governance e di fruizione di beni e servizi rappresenta la principale minaccia alla sicurezza per tutto il continente. L’inserimento di un’Africa in buona parte pre-moderna e pre-statuale nei circuiti della globalizzazione demografica ed economica mondiale ha creato il paradosso dell’abbinamento di una rapida crescita economica su fragilissime basi politiche e sociali. La conflittualità interna e regionale è tutt’oggi il fattore predominante in un ampia fascia di stati dell’Africa Sub-sahariana tradizionalmente instabili che vanno dal Sudan al Chad, al Congo all’Uganda. Ma preoccupanti esplosioni di conflittualità sono avvenute anche in paesi come il Kenia e l’Etiopia, che pure avevano conosciuto progressi nei sistemi politici. Nel corso degli anni novanta il continente africano ha visto affermarsi un proprio instabile modello di sviluppo, in parte guidato dall’esterno in funzione dell’ingresso nel più ampio sistema di divisione del lavoro su scala globale, in parte originato dall’aumento di valore di scambio nell’economia globale delle materie prime di cui è ricco il continente. Questi positivi sviluppi economici non sono stati, in buona parte, il frutto di un efficientamento dei sistemi paese, della riduzione della corruzione o della creazione di infrastrutture pubbliche efficienti e di moderni pubblic goods, bensi dei dividendi della globalizzazione economia mondiale (di cui le rimesse degli emigrati costituiscono una componente particolarmente rilevante) e della competizione internazionale per le risorse africane, che ha visto bussare alla porta dei regimi africani, con notevoli disponibilità economiche, potenze emergenti come la Cina e il Brasile o potenze di ritorno come la Russia. Questo sviluppo su fragili basi ha reso possibile il paradosso di crescita sostenute dei PIL in un continente in cui sono ancora presenti drammatiche vulnerabilità legate a fenomeni naturali come inondazioni e siccità o alla drammatica esplosione dell’HIV che in alcuni paesi della regione produrrà negli anni a venire enormi conseguenze demografiche.

Un paese come il Botswana, ad esempio, che è considerato una delle storie di maggior successo della decolonizzazione africana, che ha raggiunto un PIL pro capite più alto di quello del Sud Africa e viaggia ad un tasso di crescita economica del 5% ed ha notevolmente ridotto il suo tasso di povertà, si trova oggi ad affrontare una caduta della vita media ridotta a 40 anni (contro i 65 degli anni 80) a causa del flagello dell’HIV. Si stima che l’intera forza lavoro del continente potrebbe ridursi del 30% nel prossimo decennio a causa dell’esplodere di questa malattia. È in questo mix di sviluppo e arretratezza, urbanizzazione e neopauperismo rurale, tribalismo e globalizzazione, modernismo e destrutturazione dei sistemi sociali tradizionali che si celano molte delle nuove sfide per la sicurezza del continente africano per i prossimi decenni. Dallo sviluppo di una forte criminalità transfrontaliera africana basata sul traffico di armi e di droga al rischio che i numerosissimi movimenti armati del continente, di stampo etnico, sociale, religioso o territoriale possano saldare i propri interessi con le reti economiche e militari di Al Qaeda, sempre più alla ricerca di nuove basi territoriali operative dopo i rovesci militari subiti in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Movimenti terroristici armati sono sempre esistiti nella storia politica dell’Africa del novecento ma la forma che essi hanno preso a partire dagli anni novanta ha rappresentato una peculiare evoluzione del fenomeno. L’Algeria rappresenta un caso storico di tale evoluzione, con una violenta e sanguinosa guerra civile esplosa negli anni novanta in seguito alla vittoria elettorale del partito islamista del FIS e al colpo di stato militare con cui venne sospeso il meccanismo democratico. La guerra civile interna ha progressivamente assunto forme sempre più internazionali; cioè è avvenuto inizialmente attraverso il coinvolgimento di combattenti reduci dal fronte afgano e da quello bosniaco e successivamente con la creazione di gruppi terroristici sempre più orientati a spostare la propria azione dalla lotta contingente ad un determinato regime nazionale reputato illegittimo  ad un disegno di lotta permanente globale ai regimi arabi e all’Occidente in generale. All’interno del panorama dei gruppi terroristici algerini è progressivamente emerso il “Gruppo Salafita per la preghiera e il combattimento”, divenuto a partire dal 2007 “Al-Qaeda nella terra del Maghreb islamico” (AQLIM).

Negli ultimi anni questo gruppo ha ripreso le proprie operazioni terroristiche in Algeria passando a metodi operativi sempre più “stragisti” facendo un sempre maggiore ricorso alle autobombe suicida che lasciano intendere l’abbandono di una strategia politica in nome di una più globale strategia terrorista dal profilo internazionale. Nonostante i legami reali di questa struttura con la rete quadesita siano tutt’altro che certi, è evidente nell’attività recenti del AQLIM un tentativo di superare i confini algerini, utilizzando la propria predominanza numerica e militare per attrarre nel proprio raggio d’azione le varie cellule islamiste che operano in una vasta area comprendente il Marocco, la Mauritania, il Mali, il Chad e il Niger. Paesi limitrofi in cui la porosità dei confini e la povertà generale delle zone interne forniscono tanto la possibilità di facili spostamenti per i campi d’addestramento quanto una possibilità di reclutamento e di collegamenti con i gruppi dediti ad attività criminali e al brigantaggio. In particolare il sequestro di turisti occidentali si è rilevato essere una facile e lucrosa attività che produce anche un fondamentale ritorno mediatico per il gruppo. Sebbene di proporzioni ancora globalmente modeste e con una dubbia capacità di poter portare avanti operazioni significative fuori dall’Algeria, il gruppo terroristico AQLIM rappresenta sicuramente un pericolo crescente per il continente, soprattutto in quanto l’area dell’Africa centrale ed occidentale offre un contesto di failed states in cui gli interessi di warlords, gruppi criminali e gruppi terroristici possono saldarsi per la gestione delle attività economiche transnazionali, come per il mercato di diamanti e altre risorse naturali. Infine non può essere trascurato il pericolo di un’ulteriore espansione di questi gruppi terroristici verso quelle aree dell’africa orientale che già sono state in passato interessate da attacchi terroristici negli anni novanta, come il Kenya e la Tanzania. A questo scenario è necessario aggiungere la situazione di Sudan e Corno d’Africa, Somalia in particolare, aree in cui l’attività di formazioni islamiste radicali, potenzialmente già contigue a gruppi qaedisti provenienti dalla vicina penisola arabica e dello Yemen, si mescolano a contrasti interni e guerre civili all’interno di uno scenario di dissoluzione statale e di creazione de facto di nuovi soggetti politici. Il rischio che dal dissolvimento statale possano emergere nuove leadership islamiste legate ad Al-qaeda hanno portato la comunità internazionale ad intervenire tanto nella situazione interna sudanese quanto in quella somala. Il Sudan già in passato ha dimostrato di poter divenire una porta di ingresso di movimenti quaedisti nell’Africa Sub-Sahariana ed in passato ha ospitato lo stesso Osama Bin Laden. La Somalia, con alle spalle venti anni di guerra civile, ha visto negli ultimi anni l’emergere del fenomeno delle corti islamiche, lo svilupparsi della pirateria al largo delle coste somale e la creazione del movimento Shabaab, che ha recentemente dichiarato la propria affiliazione qaedista e la volontà di estendere la propria azione all’intera Africa Orientale, rappresenta sicuramente il maggiore focolaio di incubazione di terrorismo in tutta la regione africana, anche a causa delle infiltrazioni di militanti di Al-qaeda dallo Yemen e da altre regioni in cui i movimenti filo qaedisti sono sotto pressione per via dell’intensificarsi della guerra al terrorismo in Pakistan e per i successi registratesi in Iraq e in Afghanistan.

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