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Le lingue del Mediterraneo

In Mediterraneo on agosto 1, 2010 at 11:58 am

di Paolo QUERCIA

Quante lingue parla il Mediterraneo? la risposta non è solamente una domanda da etnolinguisti, anche se forse conviene partire proprio dall’aspetto linguistico per poter capire le tante lingue con cui i popoli del Mediterraneo dialogano, monologano o tacciono. Partendo dal Mediterraneo come mosaico di lingue vuol dire innanzitutto configurare la mappa geolinguistica del Mediterraneo, evidenziando i ceppi, le differenti lingue, le varianti nazionali e regionali. Da questo punto di vista il Mediterraneo andrebbe visto come luogo di incontro di tre grandi aree linguistico culturali una indoeuropea e una semitica separate, nella penisola anatolica, dall’area turcofona. Questa divisione, intervallata qua e là da alcune oasi linguistiche, come quelle berbere, riflette una plastica rappresentazione di un Mediterraneo differenziato prevalentemente lungo un asse Nord – Sud, in parte corrispondente alla divisione tra Europa da un lato ed Africa e Medio Oriente dall’altro, con l’importante e strategica finestra turco – anatolica sul Mediterraneo, che lo collega all’Asia.

La sponda Nord è linguisticamente molto più frastagliata di quella Sud e la si potrebbe suddividere nei due principali sottogruppi linguistici, quello delle lingue neolatine (quadrante Mediterraneo Nord-Occidentale) e Slave (Quadrante Mediterraneo Nord-Orientale). Procedendo verso il Mediterraneo Orientale il mondo slavo termina e ad esso fanno seguito le isole linguistiche albanese e greca, prima che il continuum indoeuropeo si interrompa, sugli altopiani dell’Anatolia e sulle sponde del Mediterraneo Orientale.

La sponda Sud, da un punto di vista linguistico, è molto meno frastagliata con la pressoché ininterrotta uniformità linguistica semitica, punteggiata dalle oasi berbere. Senza scendere ulteriormente al livello delle lingue nazionali possiamo ragionare sul fatto che il Mediterraneo non è banalmente diviso in un Nord e un Sud ma piuttosto in quadranti linguistici, il più esteso dei quali è quello semitico, seguito da quello neo-latino, turco-altaico, slavo, illirico e greco. Un mosaico di lingue, ciascuna delle quali porta con se storie di popoli e di culture secolari e addirittura millenarie.

Ma il Mediterraneo non è solo un luogo d’incontro delle lingue dell’uomo, ma anche delle lingue di Dio. Quei popoli che linguisticamente si dividono in gruppi neolatini, slavi e greci si ricompongono a creare l’arco mediterraneo settentrionale del continuum cristiano mentre l’islam collega il mondo turcofono con i popoli di lingua semitica, da cui si differenzia, per l’elemento religioso, l’ebraismo. Le tre religioni del Libro scompongono e ricompongono le tessere delle lingue del Mediterraneo creando un differente medium di incontro tra i popoli del bacino, un potente elemento transnazionale che nel corso della Storia ha contribuito a determinare in maniera significativa la grammatica del dialogo e dell’incontro, ma anche quella del conflitto, tra le sponde del Mare di Mezzo.

Il confronto e lo scontro delle lingue dell’uomo e di quelle di Dio sono indubbiamente gli elementi che maggiormente hanno contribuito a determinare la Storia e il carattere del Mediterraneo come lo conosciamo oggi. Ma tante altre sono le lingue che parla oggi il Mediterraneo. Ad iniziare da quella del commercio e dell’economia, per giungere a quella dell’energia, fondamentale elemento di dipendenza e al tempo stesso di integrazione tra  le economie avanzate post-moderne e capitaliste del Mediterraneo settentrionale e quelle in via di sviluppo e spesso basate su un’unica risorsa energetica del Medio Oriente e della sponda Sud del Mediterraneo. Le caratteristiche forme del legame di interdipendenza energetica tra il Nord e il Sud del Mediterraneo hanno sicuramente rappresentato una delle caratteristiche determinante del rapporto di economia asimmetrica che si è instaurato nei rapporti Nord – Sud del Mediterraneo, con importanti conseguenze tanto sul piano strategico e geopolitico quanto su quello di politica interna e delle forme di governo della regione. Ed in buona parte ha caratterizzato anche la peculiarità dei rapporti economici tout court, con una forte integrazione asimmetrica Nord – Sud ed una bassa integrazione economica Sud – Sud. Ciò in buona parte è attribuibile ad un retaggio dei sistemi coloniali che i paesi dell’Europa Settentrionale hanno instaurato nel secolo scorso ma anche alle politiche nazionaliste seguite al periodo della decolonizzazione che hanno visto imporsi modelli di sviluppo industriale autarchico e socialista da parte dei paesi del Sud del Mediterraneo. La conseguenza di ciò ancora si legge nella difficoltà della creazione di aree di libero scambio commerciali tra i paesi del Sud del Mediterraneo e la presenza di politiche protezioniste con elevati dazi alle importazioni Sud – Sud. Di sempre crescente importanza negli ultimi decenni per lo spazio Mediterraneo sono stati nuovi fenomeni legati alla globalizzazione, come i flussi migratori e quelli degli investimenti. La lingua delle migrazioni non è più un dialogo solo tra i popoli emigranti del Sud e le società industriali del Nord ma ha oramai assunto una veste globale che vede l’intero bacino del Mediterraneo essere al tempo stesso luogo di transito e luogo di destinazione dei flussi mondiali. Ciò vale anche per i paesi della sponda Sud del Mediterraneo che con il tempo hanno assunto un ruolo di cerniera, parte di transito a anche essi stessi come paesi di immigrazione, dall’Africa Sub Sahariana in particolare. Parallelamente i flussi degli investimenti internazionali globali si sono diretti verso il bacino Mediterraneo in maniera diversa rispetto al passato, con un ruolo crescente di attrazione da parte della sponda Sud, in particolare per quel che riguarda gli investimenti provenienti da altri paesi extra-mediterranei, in particolare dall’area del Golfo.

Il Mediterraneo nella lingua globale delle relazioni internazionali vive ormai sempre meno di rapporti Nord Sud ed è sempre più inserito in un complesso fenomeno mondiale che lo vede al tempo stesso marginalizzato rispetto allo spostamento del baricentro delle relazioni mondiali ed oggetto di rapporti economici e migratori non più solamente eurocentrici.  Nello scorso ventennio si sono registrate profonde trasformazioni in buona parte provocate dagli effetti dei cambiamenti dovuti al dispiegarsi della creazione di un sistema economico globale. Da un lato è apparsa una chiara tendenza di marginalizzazione della regione su scala mondiale a casa dello spostamento verso l’Asia del Baricentro dell’asse internazionale  e dall’altro lato  si è assistito ad un processo di indebolimento delle relazioni intramediterranee. Mentre i processi di integrazione Euromediterranei non hanno raggiunto i risultati attesi (dal processo di Barcellona, al NATO Mediterranean Dialogue, all’Unione per il Mediterraneo) sono emerse parallelamente nuove interazioni dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo con nuove emergenti aree geografiche del Mondo, come quelle dell’Africa Sub Sahariana, del Golfo persico e persino con altri attori geograficamente distanti dal bacino Mediterraneo.  I paesi della sponda sud del Mediterraneo hanno raggiunto in un certo qual modo la sensazione di un processo di maturità incompiuta del rapporto con gli altri paesi rivieraschi europei e, facilitati anche dall’accelerazione e dalla multivettoriale delle relazioni internazionali del mondo globale, hanno sviluppato forme crescenti e molteplici di relazioni geopolitiche con altre aree geopolitiche ed economiche del pianeta. A scapito della coesione politica ed economica del bacino Mediterraneo.

Questa riscoperta di attivismo geopolitco da parte dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo dimostra una crescente volontà politica di non restare parte meno sviluppata di un mare chiuso, diviso e condannato a vivere di alternanti relazioni bilaterali tra pesi della sponda Nord e quelli della sponda Sud del Mediterraneo. Il Mediterraneo globale, mira a superare il determinismo geografico e a non piegarsi né allo uso strumentale alle esigenze di sicurezza occidentali che il concetto di Mediterraneo allargato gli riserva né al destino di vaghi rapporti euromediterranei. L’Italia dovrebbe cogliere questo momento per identificare, anche in un periodo di risorse decrescenti da destinare alla politica estera, un proprio ruolo sub regionale, facendo perno sui rapporti privilegiati bilaterali che ha saputo costruire con paesi come Egitto, Turchia e Libia. Per posizione, storia e tradizione del nostro paese l’Italiano deve trovare il suo posto di nicchia tra le lingue del Mediterraneo.

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