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L’Afghanistan dopo McChrystall

In Afghanistan on settembre 1, 2010 at 1:22 pm

di Paolo Quercia

Metti un corrispondente free lance che lavora per una rivista famosa per il suo taglio anti-establishment a passare qualche mese – quelli in cui in Afghanistan si registra il numero di morti più elevato dal 2001 – con lo staff di un generale che viene dai corpi speciali e che è famoso per il suo stile politicamente scorretto ed il risultato non può che essere dirompente. Quale che sia stata la genesi dell’intervista data alla rivista Rolling Stone – ingenuità nel rapporto con i media, calcolo politico o trappola studiata – resta il fatto che il Generale McChrystall ha rovesciato il tavolo su cui Obama sta girando attorno da mesi: quello con le mappe dell’Afghanistan (e del Pakistan) alla ricerca di una strategia che gli consenta di fare, in meno di un anno, quello che gli Usa non hanno fatto dal 2001 ad oggi: disarticolare i network di insorgenti anti-governativi, tagliare i collegamenti che essi hanno con i gruppi jihadisti, respingere le ingerenze dei paesi limitrofi interessati a delocalizzare in Afghanistan propri conflitti interni o regionali, costruire un minimo di governo centrale efficace a cui lasciare il governo minimo del paese.

Tutti obiettivi a cui almeno avvicinarsi prima che, come voluto dalla nuova amministrazione Obama, si inizi il processo del disimpegno militare Usa al fine di, assieme alla costruzione di un complesso accordo politico di power sharing, rendere possibile l’avvio di una exit strategy per le forze americane a partire dal luglio del 2011. McChrystal era stato nominato da Obama nel 2009 proprio per preparare il terreno per questi risultati, adottando una nuova strategia rispetto alla condotta tradizionale delle operazioni militari dell’amministrazione Bush.

La nuova amministrazione democratica aveva identificato nell’adozione di una strategia di contro guerriglia mutuata dall’esperienza irachena una nuova e più efficace forma di guerra selettiva con cui uscire dal pantano afgano. McChrystal chiese ed ottenne un sostanziale aumento di uomini ed al tempo stesso l’avvio di una dottrina d’impiego più restrittiva nelle regole d’ingaggio dei soldati Usa, con l’obiettivo di contenere il numero dei caduti civili afgani all’aumentare delle operazioni di contro guerriglia. Ciò si basa sostanzialmente sulla convinzione che sia ancora possibile tenere unite le varie etnie afgane nella lotta anti-talebana e soprattutto avere fiducia nella possibilità di portare efficacemente il governo centrale a riprendere gradualmente controllo sul territorio del paese.

Ma la tattica dell’afghanizzazione del conflitto non può funzionare in Afghanistan come ha sostanzialmente funzionato in Iraq, ove esisteva uno stato precedente al conflitto. Nell’Afghanistan premoderno e travagliato da 30 anni di guerra civile il percorso è necessariamente più lungo ed arduo, come è dimostrato dal serio deterioramento della situazione nell’ultimo anno, indicato dal raddoppio dei morti della coalizione nel corso del 2009, un trend costante proseguito e ulteriormente peggiorato nel primo semestre 2010. Le dimissioni di McChristal sono state lette concentrandosi sul personaggio, come un fatto caratteriale di un rude militare andato fuori dalle righe e poco rispettoso delle linee rosse che nelle democrazie separano il mondo militare da quello della politica (e forse in procinto lui stesso di superare quella linea). Si cambia uomo, non strategia, hanno risposto da Washington. Ma nascosto tra le righe di Rolling Stone vi è un problema più grande, quello della ormai evidente inconciliabilità tra la tattica militare richiesta dalle condizioni del teatro e la strategia politica ambigua e di corta visione che caratterizza l’amministrazione americana sull’Afghanistan. In questa distanza si aprono spazi crescenti per il vicino Pakistan, pronto ad offrire una interessata mano per rialzare il tavolo rovesciato da McChrystal.

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