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Kosovo: La Serbia tenta la via della dolce Europa

In Kosovo on settembre 18, 2010 at 9:44 am
di Paolo Quercia

L’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato una risoluzione sulla questione kosovara che sorride a Pristina. L’inaspettata acquiescenza della Serbia è motivata dalla speranza di entrare nell’Ue. Se Bruxelles non manderà i segnali giusti, il governo Tadic rischia la crisi.

La risoluzione rappresenta un successo della diplomazia europea che è riuscita ad evitare il rischio di vedere l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prendere una posizione contrapposta al parere – non vincolante – della Corte internazionale, riaprendo politicamente il caso Kosovo.

La questione dell’indipendenza di Pristina, difatti, continua a far registrare all’interno dell’Onu un alto numero di Stati contrari o non favorevoli; questi sono a loro volta divisi tra chi si oppone per motivi territoriali, temendo l’affermazione di un generalizzato diritto di secessione di province indipendentiste, e chi lo fa per motivi politici, ritenendo la creazione del Kosovo un prodotto della geopolitica americana. Spesso le due ragioni si rafforzano e si sostengono vicendevolmente.

In seno alla comunità internazionale si è creata una profonda frattura sulla futura evoluzione della statualità kosovara, in particolare sulla possibilità di ottenere un seggio alle Nazioni Unite. Attualmente settanta Paesi riconoscono il Kosovo come Stato indipendente: la maggioranza di questi riconoscimenti è avvenuta nel corso del 2008 subito dopo la proclamazione unilaterale dell’indipendenza. Il successivo parere della Corte internazionale di giustizia (CIG), cui la Serbia si era rivolta per invalidare tale atto, ha invece confermato la conformità della dichiarazione di indipendenza al diritto internazionale.

Contrariamente alle attese, il parere della CIG – emesso nel luglio 2010 dopo una lunga attesa – non ha dato origine ad una nuova ondata di riconoscimenti: solo l’Honduras ha difatti proceduto a riconoscere il Kosovo dopo tale parere mentre, a conferma della natura politico-strategica e non giuridica della questione, la maggioranza degli Stati che non riconoscevano il Kosovo continuano a mantenere la loro posizione.

In questo contesto la contro-mossa della Serbia era stata una proposta di risoluzione che avrebbe messo in discussione il processo di indipendenza kosovaro e forse anche la stesso parere della Corte. Su una tale risoluzione l’Assemblea Generale si sarebbe spaccata tra favorevoli e contrari, ma verosimilmente sarebbe prevalsa la posizione politica di Belgrado, se quest’ultima avesse cercato di forzare la mano con un testo di condanna soft.

L’intervento dell’Unione Europea, e soprattutto le pressioni tedesche ed inglesi, sono servite ad evitare questo scenario e a limare la bozza fino a farla diventare praticamente un testo di accettazione del fatto compiuto, sulla base di un accordo politico tra il presidente serbo Tadic e l’alto rappresentate per la politica estera dell’UE Ashton. Un testo che si articola in due punti principali: l’accettazione del parere della Corte internazionale circa la legalità del processo di indipendenza e l’apertura a possibili dialoghi tra le due parti promossi dalla UE.

Nonostante Belgrado abbia accompagnato il testo dichiarando che non procederà ad alcun riconoscimento del Kosovo, molti hanno letto il coraggioso ammorbidimento delle posizione serbe – sostenute a New York da Jeremic e negoziate a Bruxelles da Tadic – come un significativo passo avanti. Quanti si aspettavano un testo di condanna dell’indipendenza di Pristina sono rimasti sorpresi dall’inversione di marcia di Belgrado che, sposando le indicazioni europee, non solo non ha chiesto un sostegno contro l’indipendenza del Kosovo ma ha anche avallato – in un colpo solo – la sentenza della Corte dell’Aia, il mancato riferimento alla 1244 e la disponibilità ad avviare un processo di dialogo con la controparte kosovara.

La formula utilizzata per quest’ultimo punto è estremamente ambigua, e i Serbi inevitabilmente la intenderanno come riapertura del dialogo sullo status mentre i Kosovari come dialogo tra Stati sovrani; ma oggettivamente Belgrado ha deciso con questo passaggio alle Nazioni Unite di adottare un approccio morbido come mai in passato. Forse perchè, ad un eventuale tavolo di dialogo, ha in mente di aprire un negoziato non su Pristina ma sullo status del Nord e di Mitrovica.

Quali che siano gli scenari prossimi, verosimilmente sul governo serbo hanno giocato due fattori scatenati dalla sentenza della CIG: le difficoltà economiche del Paese dovute alla crisi finanziaria internazionale e la volontà di scoprire le vere intenzioni di Bruxelles – e l’eventuale bluff – sulla sua volontà di aprire a Belgrado le porte dell’Europa. Ora in Serbia si attendono segnali forti dall’UE già ad ottobre, con precise indicazioni sul percorso di adesione all’Unione.

Se tali scenari tardassero a concretizzarsi, com’è verosimile dato lo scetticismo attuale su nuovi allargamenti, Tadic sarà in seria difficoltà a far fronte alle pressioni dell’opposizione, che dai conservatori di Kostunica e Draskovic ai nazionalisti di Nikolic e ai radicali del SRS hanno attaccato violentemente il governo e sono pronti ad organizzare un fronte comune per chiederne le dimissioni. Con soli otto voti di maggioranza, l’esecutivo deve presentare al Paese qualche significativo risultato dall’UE se non vuole che la normalizzazione dei rapporti con Pristina provochi una profonda crisi politica.

Nelle prossime settimane si scoprirà quanto è politicamente sostenibile la linea di Tadic e Jeremic e cosa la Ashton ha promesso a Belgrado per ammorbidire la propria posizione. E, soprattutto, se quello che è stato promesso dall’alto rappresentante coincide con la volontà di tutti e 27 i paesi dell’Unione. Nel frattempo dalla Serbia giungono notizie che ci ricordano come il Paese ha la testa in Europa ma i piedi ancora nei Balcani, che vivono di strane coincidenze e di simbolismi del passato.

Mentre a New York il rappresentante della diplomazia serba adottava un’inedita e coraggiosa linea politica sul Kosovo, la nazionale di pallacanestro veniva sconfitta nella semifinale mondiale dalla Turchia, scatenando i festeggiamenti filo-turchi e anti-serbi in due aree critiche del Paese a maggioranza musulmana: il Sangiaccato la Mitrovica kosovara. Qui i festeggiamenti sono presto diventati violenti scontri sul ponte più pericoloso d’Europa, quello a cavallo del fiume Ibar, che una folla di Albanesi ha tentato di superare attaccando i Serbi e scontrandosi con la gendarmeria francese. Qualche ora di scontri con scambi di colpi di arma da fuoco e dodici feriti. Giusto per ricordare all’Europa come ancora si fa la politica nei Balcani.

(articolo pubblicato sul sito della rivista di geopolitica Limes on Line il 14 settembre 2010 con il titolo “La Serbia fa un passo indietro sul Kosvo per un posto in Europa”)

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