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Berdogan. Le trasformazioni ottomane della politica estera italiana

In Italia, Politica estera on dicembre 23, 2010 at 11:32 pm

di Paolo Quercia

Quando, agli inizi degli anni novanta, Silvio Berlusconi entrò per la prima volta in politica il mondo era molto diverso da quello attuale. Sedici anni dopo il primo governo Berlusconi, il premier guida nuovamente l’Italia dopo aver governato anche nel difficile e cruciale periodo 2001 – 2006. Ed oggi, diversamente dal 1994 e diversamente dal 2001, l’Italia si trova alle prese con il più difficile processo di ridefinizione del proprio ruolo internazionale all’interno di un sistema Occidentale che non distribuisce più rendite di posizione geopolitiche in cambio della sola fedeltà ideologica e territoriale e che è profondamente in crisi in seguito agli squilibri causati dagli errori commessi nelle politiche dei processi globali e nella reazione militare agli attacchi terroristici dell’11 settembre.

Squilibri che sono stati incubati nel corso degli anni novanta, anni caratterizzati dalla erronea valutazione dei dividendi ottenibili dalla globalizzazione economica ed ideologica del sistema mondo, e i cui benefici disuguali hanno finito per produrre il nostro declino relativo rispetto al resto del mondo emergente. Squilibri che sono detonati nel decennio successivo minando in parte le fondamenta del sistema internazionale basato su una leadership europea ed americana su cui l’Italia ha a lungo fatto affidamento. Se la globalizzazione ha messo in discussione la capacità dell’Occidente di pilotare la crescita economica del sistema mondo e di decidere conseguentemente la destinazione della ricchezza prodotta, la sfida degli attacchi terroristici dell’11 settembre – manifestazione plastica della rivolta anti-occidentale che cova sotto le ceneri del mondo islamico alle porte di casa nostra – ha prodotto l’altra metà della trasformazione del vecchio sistema mettendo in crisi l’ordine e la sicurezza internazionale post-guerra fredda, quella che doveva essere una guerra vinta.

Nel 1990, scomparso il grande pericolo dell’Unione sovietica e trionfante il nostro modello di libero mercato socialdemocratico eravamo convinti che nel futuro che ci si apriva saremo stati più ricchi e più sicuri. All’inizio del terzo mandato del governo Berlusconi nel 2008 è evidente che così non è stato. Anzi proprio a partire dal 2008 alla crisi del potere economico e del sistema di sicurezza dell’Occidente si è aggiunta la grave crisi finanziaria che ha colpito gli Usa e l’Europa e i cui effetti non sono ancora pienamente dispiegati ed è in buona parte l’effetto combinato dei due decenni sbarazzini dell’Occidente in cui il mondo rigido degli Stati è stato gradualmente trasformato nel mondo liquido dei processi.

Un mondo non più fatto di Stati sovrani che si legano in alleanze per proteggersi e per proteggere i propri interessi ma un mondo dove sulla dimensione territorio e Stato prevale la dimensione di flusso, ossia di trasferimento e redistribuzione di risorse deployable: idrocarburi, finanza, migrazione, investimenti, jihadismo, soldati, merci, criminalità, informazioni. Enormi investimenti si dirigono proprio verso la creazione delle reti materiali di trasporto che, assieme ai processi di liberalizzazione di diritto (legali) e di fatto (abbattimento dei costi e tempi) consentono di accelerare i flussi ma soprattutto di renderli possibili anche tra paesi o parti di paesi che appartengono a sistemi diversi. Una delle caratteristiche del mondo liquido è proprio il fatto che i flussi più rilevanti si creano prevalentemente tra sistemi sociali ed economici diversi, non tanto secondo un meccanismo di prossimità ed omogeneità ma prevalentemente secondo meccanismi di distanza e di differenza.

Il mondo dei flussi rompe le reti tradizionali tra gli Stati, basate su meccanismi di solidarietà tradizionali (in buona parte costruiti sulla omogeneità culturale, la difesa di un territorio, i valori comuni, la religione, la geopolitica, il commercio transfrontaliero) e ci si avvia verso un sistema internazionale in cui l’attrattività e la coesione tra paesi è legata sempre più alla capacità di essere o punto di origine o punto di arrivo di un flusso strategico. Oppure, ancora meglio, alla possibilità di essere un centro di smistamento di un flusso strategico, un hub che esercita una funzione in parte di utilizzo in parte di nuova commercializzazione di un flusso.

Consapevolmente o intuitivamente Berlusconi si muove da uomo globale e si accorge, che il campo della politica estera e delle relazioni internazionali sta sempre più diventando, proprio nel momento in cui egli giunge al potere (2001-2006) sempre più simile ad un mondo a lui familiare, quello dei flussi di merci, beni e servizi degli investimenti, del trading, del commercio. Al tempo stesso la crisi economica in cui è caduto l’Occidente e la progressiva saturazione dei mercati tradizionali aumenta la domanda da parte delle imprese di apertura di nuovi mercati, nonché spinge per la necessità di ottenere energia a prezzi più bassi ma anche a delocalizzare all’estero produzioni non più sostenibili o convenienti in Italia. L’interesse di Berlusconi per la politica estera, notevolmente accresciuto dopo il suo interim al Ministero degli Affari Esteri dopo l’avvicendamento di Renato Ruggiero, nasce soprattutto in questo contesto: mondo fluido globalizzato e mercatorizzato degli anni novanta, securitizzazione delle relazioni internazionali post 9/11, incombente crisi economica ed industriale dell’Occidente, emersione di nuovi poli di potere BRICs e altri.

Il mondo come lo vede Berlusconi

È servito relativamente poco tempo a Berlusconi, una volta comprese le dinamiche più evidenti e determinanti delle relazioni internazionali degli anni duemila, per immaginare un meccanismo di azione internazionale del paese che potesse attagliarsi al suo stile politico e rendere fluida, spendibile ed immediatamente tesaurizzabile la politica estera italiana. Concentrandosi prevalentemente sui processi di flusso più che sulla natura statuale e sui vincoli politici degli attori che li originano, Berlusconi identifica tre priorità non geopolitiche né territoriali della politica estera italiana: sicurezza, commercio ed energia. In maniera consona alla sua natura imprenditoriale legge questi tre fenomeni come fenomeni di scambio e non come fenomeni politici, indovinando a suo modo il trend affermatosi nel corso del decennio precedente di progressiva depoliticizzazione e fluidificazione delle relazioni internazionali.

La lettura in chiave di domanda e offerta di queste dimensioni prioritarie delle relazioni internazionali non riguarda solo il commercio e l’energia ma anche il driver dominante della sicurezza, viene letto in funzione di flusso come imposto dalla logica americana post 11 settembre che pervaderà anche gli scenari operativi della NATO. Per sicurezza, infatti, si viene ad intendere sempre meno la protezione diretta del territorio nazionale proprio o quello degli alleati e sempre più la partecipazione a campagne globali di sicurezza post-conflict nelle aree più disparate del globo ovunque esista una domanda  proveniente dal nostro estero rilevante: Usa, Nazioni Unite, Unione Europea. In altre parole si può guadagnare dal partecipare ad un conflitto sbagliato o perduto. In buona parte è l’eccesso di domanda di sicurezza che si sviluppa in Occidente a partire dal 2001 che rende possibile l’avvio di quella politica estera dei due piatti della bilancia che contraddistinguerà la parte maggiormente innovativa dell’azione politica di Silvio Berlusconi. Probabilmente Berlusconi vede il cuore delle relazioni internazionali come i due piatti di una bilancia. Nel primo, il premier isola Usa e Israele e la loro domanda di sicurezza globale; sull’altro piatto della bilancia Berlusconi mette Russia e Libia e la loro offerta di energia diretta verso l’Europa. I due piatti dividono sistemi contrapposti ed antagonisti che non possono stare insieme ma che forse possono costituire due differenti vettori specializzati funzionali della nostra politica estera. Nel piatto a sinistra possono confluire altri eventuali interessi afferenti al sistema occidentale americano e della sicurezza, nel piatto di destra interessi altri dossier ad essi non riconducibili (come potrebbe essere quello iraniano o quello bielorusso). La parte più innovativa della “avventura” internazionale di Berlusconi in politica estera è probabilmente stata la scelta di fissare questo gioco dei due piatti con l’identificazione di un paese simile all’Italia con cui condividere il ruolo di fulcro dei due piatti della bilancia, nella preoccupazione che il peso specifico del nostro paese risulti insufficiente per raggiungere tale equilibrio meccanico. Per questo ruolo Berlusconi sceglie la Turchia, paese che per certi aspetti si trova in una situazione similare all’Italia dei cui interessi noi siamo spesso il portavoce in Europa e l’instancabile sostenitore della loro inclusione nel processo di allargamento. Le similitudini tra Roma ed Ankara che devono aver colpito Berlusconi sono molte: due paesi mediterranei, marginali e peninsulari rispetto alla massa continentale europea, entrambi vocati (o ambiziosi) a conquistarsi una funzione di hub energetico tra Mediterraneo, Asia e Medio Oriente, complementari nell’azione verso i Balcani, ma soprattutto entrambi affetti da due sindromi: quella d’abbandono da parte degli Usa e quella di marginalità (noi) o di esclusione (loro) dall’Europa franco-tedesca. Italia e Turchia si trovano in questo momento storico entrambe a metà strada tra Washington e Mosca, ma in realtà non sono saldamente impegnate con nessuno dei due e utilizzano queste relazioni per la costruzione di un proprio regionalismo di marginalità. Una strategia possibile utilizzando pregi (e subendo i difetti) della multivettorialità funzionale, ossia di rapporti potenzialmente centrifughi che stanno assieme solo in quanto funzionali a specifici obiettivi definiti e che necessitano di una costante ed attenta manovra di contrappesi. Un rapporto privilegiato con Washington può coesistere, entro certi limiti, con un rapporto strategico con Mosca in quanto l’uno passa sostanzialmente per il dossier sicurezza mentre l’altro per quello energetico. Naturalmente, la delicata questione della cosiddetta sicurezza energetica rappresenta un complicato bypass tra i due livelli che può produrre cortocircuito e che difatti è una delle cose che maggiormente ha attirato l’attenzione, per il resto piuttosto superficiale, degli americani verso il nostro paese. Nei momenti in cui la bilancia di Berlusconi tendeva a non essere in equilibrio il premier ha tentato di evitare controindicazioni non riducendo il peso di uno dei due piatti della bilancia, ma provando ad aumentarli entrambi. Ad esempio, coprendo l’aumento della domanda di cooperazione energetica con un aumento dell’offerta di cooperazione di sicurezza. O aggiungendo, come è stato fatto, il peso israeliano sul piatto della bilancia Usa/sicurezza e il peso Libia sul piatto Russia/energia, pensando che la bilancia possa continuare a stare in equilibrio. E infine c’è il jolly Turchia che in realtà può essere aggiunto utilmente su entrambi i piatti, “vendendo” l’asse con Ankara tanto nei confronti degli Usa ed Israele quanto nei confronti di Russia (ed eventualmente Iran). La Turchia dunque come chiave di volta che doveva rafforzare tanto il rapporto con gli Usa quanto i progetti di triangolazione energetici con Mosca. Nasce da ciò il sostegno forte e convinto di Berlusconi per l’ingresso incondizionato di Ankara in Europa, sostanzialmente contro la volontà della stessa UE. Che, qualora ciò avvenisse vedrebbe anche affermarsi un asse eurasiatico italo – turco a bilanciare a Sud Est quello franco – tedesco oggi dominante.

Questa incerta sovrastruttura – pianificata o casuale, voluta o subita che essa sia – rappresenta forse la maggiore eredità che Berlusconi lascia a corredo della tradizionale politica estera italiana. Al di là del giudizio politico sull’uomo e sui suoi metodi se essa sia un eredità positiva o negativa e se sopravviverà alla ormai prossima uscita di scena di Silvio Berlusconi non è facile sapere. Si può però provare a tracciare un provvisorio bilancio di meriti e demeriti di questo sistema.

Meriti e demeriti della politica estera berlusconiana

È importante considerare che, contrariamente a quanto spesso viene detto o scritto, nel sistema internazionale italiano tracciato da Berlusconi vi sono certamente alcuni elementi di novità, ma non uno strappo forte con il passato, quantomeno sui contenuti. Berlusconi non cancella o non rinnega nulla della tradizionale dimensione di politica estera italiana; casomai la trascura o non ci si dedica. Né inventa nulla di particolarmente innovativo in quanto strette e limitate sono le opzioni di politica estera italiana soprattutto in un momento di riduzione di investimenti strutturali nella efficienza della macchina Stato. Né il rapporto con la Libia né quello con la Russia sono un suo copyright. E neanche una politica energetica nazionale, diretta necessariamente verso dove le risorse energetiche sono, è una novità per il nostro paese. Né la marginalità europea rappresenta una sua specifica scelta o la deriva globalizzante della NATO, frutto di molti dei nostri problemi attuali, è attribuibile ad una sua colpa. Semmai, una rottura rispetto al passato è stata introdotta da Berlusconi proprio nel rapporto con gli americani e nell’uso disinvolto dei nostri soldati nelle strategie post-conflict in Iraq e in Afghanistan. Mai come con Berlusconi gli Usa in guerra hanno trovato un’Italia altrettanto affidabile nel seguire – compatibilmente con le nostre capacità e spingendo al massimo il nostro strumento militare – ormai da nove anni le spesso discutibili scelte militari americane.

Esiste invece una peculiarità negativa nell’azione internazionale di Berlusconi che pone problemi non secondari nelle relazioni internazionali, ma più che riguardare le direttrici di politica estera in quanto tali è sostanzialmente legata al metodo, ai mezzi e ai tempi della sua azione internazionale. Azione che paga essa stessa il prezzo di essere condotta in prima persona, con metodi disinvolti, frequentemente sgraziati e caratterizzati da un approccio anti-diplomatico ed anti-establishment. È inoltre doveroso lamentare il fatto che spesso Berlusconi sembra muoversi sulla scena internazionale più guidato dal fiuto per gli affari che supportato da un adeguato approfondimento strategico e del sostegno delle strutture del paese. Strutture che in alcuni casi non ci sono, in altri sono mediocri o sotto finanziate o poco reattive, ma che in altri casi ci sono e sono ben utilizzabili o quantomeno efficientabili con uno sforzo minimo. Se per Berlusconi il muoversi sulla scena internazionale in assenza di un effettivo supporto da parte dello Stato accentrando sulla sua persona informazioni chiave, relazioni tenute a titolo personale e il processo decisionale può rappresentare un’impagabile libertà di manovra esso è in realtà il vero punto di debolezza e di volatilità del sistema internazionale del premier. Nell’attuale momento storico non ci sono più gli argini euro-atlantici a garantire che comunque si rimane sempre dalla stessa parte della barricata. Nel mondo fluido si nuota con più facilità e meno legami. Però con altrettanta facilità si rischia di allontanarsi dalla riva, soprattutto se il paese non ha la forza di nuotare quando le correnti si fanno possenti. Anche qui il paragone con la Turchia può essere prezioso. Se entrambi i paesi hanno sperimentato negli ultimi anni una politica estera dotata di caratteristiche similari, la Turchia lo ha fatto attingendo a profondi richiami storici e muovendosi in quegli stessi antichi spazi geopolitici, dotandosi di una ideologia politica ed, anche grazie ad essa, procurandosi il necessario supporto interno e dei paesi vicini; consapevole delle difficoltà di giocare su più tavoli e di perseguire politiche estere multivettoriali lo ha fatto con il supporto della macchina Stato, che pur in un momento di forte confronto interno tra laicisti e islamisti, viene mantenuta in ammirevole efficienza. La Turchia si muove in un complesso sistema internazionale pensandosi Nazione e utilizzando gli strumenti, lenti ma necessari, dello Stato e delle sue funzioni. Lo fa inoltre in un momento storico in cui la sua posizione geopolitica è vincente, mentre la nostra non più, e in cui la sua economia cresce a ritmi impetuosi. La sensazione forte è che l’Italia rischia di ostentare un lusso superiore ai mezzi del paese che difficilmente potrà essere mantenuto nel medio periodo. Più che veri e proprio errori strategici Berlusconi lascia in eredità all’Italia una politica estera forse viziata da troppe vulnerabilità e talloni d’Achille.

C’è però da dire che guardando nella sostanza ed allo stato attuale dei fatti, è difficile sostenere che Berlusconi abbia compiuto scelte di politica estera rivelatesi chiaramente sbagliate o dannose, fatta eccezione per la disastrosa immagine dell’Italia all’estero (per la quale però condivide importanti responsabilità con il mondo dei media e della comunicazione). La scelta di puntare su di un rapporto stretto con la Russia ad oggi non può dirsi sbagliata, non solo in un quadro di rapporti energetici (di valutazione estremamente difficile) ma, alla luce del vertice NATO di Lisbona e del migliorato rapporto, Washington – Mosca, anche in un contesto più generale. Se il processo di riavvicinamento tra Washington e Russia dovesse proseguire (in particolare sui dossier della sicurezza europea e dell’Afghanistan) Berlusconi otterrebbe il vantaggio di vedere dissiparsi il rischio di dover bilanciare in continuazione il rapporto energetico con Mosca con dosi sempre più massicce di sicurezza con Washington, che nel prossimo futuro non saremo in grado di sostenere. La stessa cosa dicasi per il rapporto con la Libia. Pur nell’imprevedibilità del rapporto con Gheddafi, non si può non pensare al prossimo avvicendamento che si dovrà preparare in Libia e che potrebbe tornare a noi vantaggioso nel momento in cui Tripoli dovesse rientrare a pieno titolo a svolgere un ruolo di attore importante nel nostro estero vicino. L’aver giocato d’anticipo con Mosca e Tripoli, qualora il loro processo di reinserimento nel sistema europeo occidentale non subisca interruzioni, rappresenterebbe nel futuro sicuramente un vantaggio strategico non trascurabile, uno dei più classici che molti dei paesi medi cercano di ottenere dal sistema internazionale quando riescono ad inserirsi vantaggiosamente nei rapporti bilaterali prima che i cambiamenti geopolitici avvengano. Paradossalmente i maggiori problemi dell’eredità berlusconiana in politica estera potrebbero giungere non dagli ex Stati paria o avversari che appaiono in un processo di riavvicinamento con l’Occidente (e tra essi si potrebbe includere anche la Bielorussia), ma da paesi amici come la Turchia su cui molto il “sistema” di Berlusconi ha scommesso come elemento equilibratore ma che invece, con la drammatica rottura con Israele e le profonde spaccature con gli Usa rischia di essere un elemento che potrebbe mandare in frantumi l’avventurosa architettura.

Per l’Italia, l’importante nel prossimo futuro è che, qualunque traccia resti di quanto seminato, nel bene o nel male, da Silvio Berlusconi nella politica estera italiana essa sia ricondotta all’interno di una coerente visione politica dell’estero vicino, con il ritorno ad un disegno di politica estera incentrato in primo luogo sulle relazioni bilaterali geopolitiche degli attori statali di prossimità, in un’area identificabile tra l’Europa Sud Orientale e il Mediterraneo Orientale, che va dal Golfo di Genova al Golfo della Sirte, al Golfo di Alessandretta, al Mar Nero, al Mar Caspio, al Danubio per “tornare” nel Golfo di Trieste. Un’area per la quale ci candidiamo, assieme alla Turchia, ad esercitare un ruolo di potenza regionale. E ciò che non riusciremo a ricondurre, dell’eredità berlusconiana, all’interno di una visione geopolitica di carattere regionale, dovremo collocarlo nella categoria di estero rilevante se effettivamente ha carattere di importanza strategica per il nostro paese a prescindere dalla dimensione geografica e territoriale.  Con l’accortezza però che non è comunque possibile mantenere al tempo stesso un numero troppo elevato di rapporti di rilevanza e che essi vanno sapientemente affiancati l’uno con l’altro e subordinati agli obblighi geopolitici derivanti dall’estero vicino.

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