paoloquercia

Chi ha perso la Turchia ?

In Turchia on dicembre 23, 2010 at 1:56 pm

di Paolo Quercia

“Vorrei essere sicuro che finiamo di parlare prima del richiamo alla preghiera. Abbiamo dunque una mezzora”. Così il neo eletto Presidente americano Barack Obama anticipò, nel corso di un suo intervento al municipio di Istanbul, la brevità del suo discorso per lasciare liberi i convenuti di ascoltare il richiamo del müezzin e poter partecipare alla preghiera canonica islamica. Forse era solo un’attenta e programmata sensibilità culturale tipica del nuovo Presidente americano. O forse era già una sottile constatazione che la vecchia Turchia laica e secolare di Ataturk era cambiata profondamente dopo soli sei anni di governo dell’AKP al punto che neanche la storica visita di un neo-eletto Presidente americano avrebbe potuto mettere in ombra il richiamo della fede.

La visita di Obama avveniva dopo un anno dalla rielezione di Erdogan, uscito vittorioso da un lungo braccio di ferro con opposizione e corte costituzionale e rafforzato nelle elezioni anticipate da una aumento dei consensi di oltre il 12%. Il nuovo esecutivo monopartitico di Erdogan può contare, oltre ad un impressionante consenso elettorale, sulla più ampia concentrazione di potere di cariche istituzionali ottenuta da un partito d’ispirazione islamica, essendo riuscito a cumulare le poltrone di Primo Ministro, Presidente della Repubblica e Presidente della Camera. In soli sei anni di governo dell’AKP la Turchia è cambiata profondamente.

Non solo sul piano interno, grazie ad una serie di riforme economiche e sociali, ma soprattutto nella sua visione del mondo e nella riscoperta della sua identità di potenza regionale islamica e neo-ottomana.

Nel biennio 2008 – 2010, proprio in coincidenza con l’avvio della presidenza Obama, sono emersi in tutta la loro attualità molti dei cambiamenti che la Turchia aveva maturato negli anni precedenti. Negli scorsi anni si è a lungo parlato del riposizionamento non occidentale della politica estera turca e della riscoperta della vecchia eredità geopolitica Ottomana. Questi dibattiti sono a lungo rimasti confinanti nel ristretto numero degli esperti di relazioni internazionali e di politica estera turca. Ma sono stati gli eventi susseguitisi dal dicembre 2008 ad oggi ed in particolare la rottura del rapporto con Israele ed il contemporaneo avvicinamento della Turchia all’Iran a rappresentare nuovi segnali che fanno rileggere in una nuova ottica quanto accaduto in Turchia nell’ultimo decennio e fanno sorgere da più parti la domanda: “l’Occidente ha perso la Turchia?”. E soprattutto, “di chi è la colpa?”. Quanto queste domande siano corrette e quali siano le risposte esatte lo si potrà vedere con maggiore chiarezza solo nei prossimi anni. Intanto è necessario riflettere su un dato di fatto abbastanza evidente, ossia che oggi siamo di fronte al formarsi di una nuova Questione d’Oriente. Come quella del novecento essa è legata alla Turchia e al suo ruolo geopolitico nella regione a cavallo tra Europa, Asia e Medio Oriente. Diversamente dalla Questione d’Oriente storica, quella attuale è legata non allo sfaldamento di un impero e alla partita geopolitica per l’attribuzione delle sue spoglie, bensì alla riscoperta turca della propria perduta dimensione geopolitica imperiale e ai progetti politici di ricomporne i tasselli. Diversamente dall’antica Questione d’Oriente, il cuore della questione oggi non è rappresentato dal futuro dell’ “uomo malato d’Europa” bensì dal presente di una potenza regionale emergente che dal 2000 al 2008 ha triplicato il suo prodotto interno lordo ma a cui l’Europa ha deciso di chiudere – per motivi politici, strategici e culturali – le porte del suo commonwealth. E diversamente dalla Turchia dei primi del novecento la Turchia di oggi non sta affrontando un processo di isolamento, nazionalizzazione e secolarizzazione bensì sta sperimentando, per la prima volta da novant’anni a questa parte, un contrario processo di espansione, regionalizzazione ed islamizzazione. La misura in cui la Turchia riuscirà a gestire questa nuova fase di ottomanizzazione della sua identità geopolitica in maniera non dannosa per l’Occidente e per i suoi interessi nell’area medio orientale ed euroasiatica costituisce i termini della nuova Questione d’Oriente.

Il processo di slittamento geopolitico della Turchia verso Oriente è profondamente legato agli sviluppi della situazione regionale degli ultimi anni e in un certo senso ne rappresenta una naturale reazione. Se Ataturk aveva come principio guida per la politica estera turca quello di tenere il paese fuori dalle trappole della politica mediorientale, il nuovo governo Edogan ha eletto l’intero Medio Oriente a suo estero vicino ed ha anzi stabilito un meccanismo di vasi comunicanti tra la situazione della regione e la nuova politica estera di Ankara. Due sono stati gli eventi chiave che hanno attivato la nuova politica estera turca: la guerra in Iraq del 2003 e l’intervento israeliano di Gaza del dicembre 2008. Se la guerra del 2003 ha destabilizzato il vicino Iraq riattivando la questione curda e lanciando l’Iran come potenza regionale superstite, la dura reazione di Gaza degli israeliani ha fatto saltare i tentativi di mediazione tra israeliani e palestinesi su cui il governo Erdogan aveva investito in maniera significativa per dimostrare al mondo islamico la propria capacità di condizionamento di Tel Aviv e Washington. Ankara si è dunque accorta che, nonostante il partenariato con USA ed Israele, la sua capacità di condizionamento delle loro scelte strategiche di sicurezza mediorientale è pressoché nulla e che sia Israele che gli USA sono cinicamente insensibili ai costi geopolitici che il loro alleato turco paga a causa delle loro operazioni militari nella regione. Da questo contesto si innesta il percorso che porterà Erdogan ad aggredire Peres in diretta televisiva nel corso del World Economic Forum di Davos e soprattutto nascono le basi per il drammatico pasticcio della Freedom Flottiglia di Gaza. E poi a spingere Ankara, insieme al Brasile, a votare in favore di Teheran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione del nucleare e ad elaborare un accordo transfrontaliero con l’Iran sulla questione dello scambio uranio – combustibile nucleare. Ce ne è a sufficienza per far emergere in Europa e in USA la domanda “di chi è la colpa se abbiamo perso la Turchia?”

È colpa dell’islamismo…

Secondo gli analisti che prediligono la teoria huntingtoniana del Clash of civilization la “perdita” della Turchia ha una data precisa: il 3 novembre del 2002 il giorno in cui l’AKP di Erdogan ha vinto le elezioni arrivando a controllare, come partito unico, il 66% dei seggi nel parlamento turco. Da allora il paese ha iniziato una lenta ma costante virata ideologica che, nel nome di un islamismo moderato ma strisciante, ha cambiato tanto l’identità del paese quanto il suo collocamento geopolitico. Dopo aver ristrutturato la traballante economia interna Erdogan ha aperto il paese agli investimenti della finanza islamica, in maggior parte petroldollari provenienti dai paesi del Golfo e dall’Arabia Saudita. Ha in seguito riorientato il commercio estero della Turchia in prevalenza verso paesi islamici ed ha avviato una politica di distensione con tutti i paesi limitrofi seguendo un’agenda panislamista che contempla anche una politica di collegamento e di vicinanza a gruppi come Hamas e Hezbollah. Al tempo stesso ha utilizzato il processo di adesione all’Unione europea in maniera strumentale per tutelarsi da un potenziale colpo di stato dell’esercito ed ha utilizzato i maggiori spazi di libertà creati dall’avvicinamento verso la UE per ridurre il potere dei militari e ripristinare il controllo del parlamento e delle istituzioni a lui fedeli sulle Forze Armate. Sul piano sociale, in nome dei principi europei della libertà religiosa e dei diritti dell’uomo si è battuto per l’eliminazione del divieto dell’uso del velo nei luoghi pubblici e per l’equiparazione delle scuole religiose a quelle pubbliche. Ha quindi avviato una politica di confronto con l’antico alleato israeliano con l’obiettivo di aumentare la tensione strategica con Tel Aviv e porsi, agli occhi del mondo e del popolo arabo, come il difensore più risoluto della causa palestinese. Allo stesso tempo ha avviato una politica di riavvicinamento all’Iran e alla Siria e di allontanamento de facto dal sistema politico occidentale. Secondo questa scuola di pensiero, rappresentata con forza dallo studioso americano Michael Rubin attualmente in forza all’American Enterprise Institute, la colpa di aver perduto la Turchia risiede principalmente nella classe politica occidentale e nell’erroneo approccio da parte dell’Occidente verso l’Islam radicale, di cui Erdogan rappresenterebbe un esponente camuffato.

La teoria della colpa dell’islamismo è sostenuta in buona parte da coloro che concepiscono le relazioni internazionali come interamente dominate dalla guerra globale al jihadismo, da coloro che ritengono indispensabile il mantenimento di una Turchia laica e secolare e reputano che l’affermarsi di movimenti politici islamisti non potrà non tradursi in un allineamento strategico di Ankara con i paesi arabi e islamici della regione e che questo avverrà a discapito della sicurezza di Israele e della geopolitica americana del Medio Oriente. Essa è sostenuta prevalentemente da studiosi e politici vicini alle posizioni israeliane e da ambienti americani neocons. La spiegazione della “colpa dell’islamismo” ben si abbina con quella della “colpa dell’Europa”, la spiegazione più in voga che vede nel mancato ingresso nella UE l’altra metà dell’origine della nuova Questione d’Oriente

È colpa dell’Europa…

Una delle principali scuole di pensiero è rappresentata da quelli che sostengono che la deriva islamista della Turchia sia principalmente da imputare al mancato completamento del processo di adesione di Ankara all’Unione Europea. Solo l’ingresso nella UE avrebbe potuto rappresentare quel legame organico della Turchia con l’Occidente in grado di impedire slittamenti geopolitici mediorientali di Ankara. Questa teoria è molto diffusa nell’amministrazione americana, in molti paesi europei, condivisa dal Segretario di Stato Robert Gates e recentemente è stata fatta propria dal Presidente americano Barack Obama. Da anni ormai, ogni volta che si tocca il tema della Turchia e delle sue relazioni geopolitiche, oltre oceano si risponde con la formula magica che “L’Europa deve smettere di ritardare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea”. È una classica risposta da fine della Storia, da chi crede ormai da troppo tempo che la geopolitica non esiste, che l’identità religiosa e culturale di un popolo come quello turco è una questione di costume o poco più. È una risposta superficiale tipica anche di chi non crede in una vera identità politica dell’Unione Europea e la concepisce solo come un utile Monte di Pietà con cui finanziare il processo di rafforzamento delle nuove democrazie della nuova Europa, salvare i failed states dei Balcani e, appunto, impedire la neo islamizzazione della Turchia. Ma al di là della superficialità politica di questa tesi, immaginare che è il mancato ingresso nella UE ad aver spinto la Turchia a sostenere attivamente l’Iran di Ahmadinejad, ad aver aperto un significativo dialogo politico con la Siria, a raccogliere la bandiera della irrisolta questione palestinese e ad aver trasformato la competizione con Mosca in un partenariato strategico vuol dire non aver ben chiaro quali forze della Storia si sono rimesse in moto dopo la fine della guerra fredda e soprattutto quali conseguenze ha prodotto la guerra in Iraq del 2003. Pensare che l’Unione Europea, il cui progetto integrazionista si è inceppato per aver intrapreso sfide geopolitiche molto meno ambiziose dell’ancoraggio atlantico di Ankara, avrebbe potuto mantenere la Turchia in una innaturale e nociva posizione geopolitica vuol dire tanto sopravvalutare le capacità di governance della UE quanto sottovalutare il vuoto geopolitico che si è creato su tre dei quattro lati dell’estero vicino turco e in cui Ankara rischia di sprofondare.

Una spiegazione più complessa: gli errori della geopolitica americana post 11 settembre, il ritorno della Storia nel Medio Oriente e la riscoperta turca dell’estero vicino.

Se il 1989 ha prodotto per l’Europa Orientale un vero e proprio ritorno della Storia e uno sconvolgimento dei confini geopolitici consolidati, un fenomeno simile sembra accadere dopo il 2001 anche nel Medio Oriente. Per certi versi il post 2001 per il mondo islamico è quello che è stato il post 1989 per il mondo ex sovietico. Oltre cortina era l’ordine sovietico che implodeva. Nel Medio Oriente quello che rischia di essere travolto è il sistema tradizionale delle alleanze occidentali, un sistema che si basava sull’assenza di una vera e propria potenza regionale e sull’ancoraggio tra loro e con l’Occidente delle due maggiori potenze militari della regione, Turchia e Israele. Non è stato l’undici settembre in quanto tale ad avviare nuovamente le lancette della Storia nell’area Medio Orientale, né la decisione degli Stati Uniti d’America di combattere la guerra al terrorismo, quanto piuttosto la scelta geopolitica degli USA di affiancare alla lotta al terrorismo un grande progetto geopolitico di democratizzazione e ristrutturazione del Medio Oriente allargato, progetto di cui l’Iraq ha rappresentato la vittima sacrificale e la Turchia avrebbe dovuto rappresentare il modello d’esportazione.

Il gap esistente tra la politica estera turca degli anni novanta, ancora di impianto kemalista, e quella islamista o neo-ottomana del decennio successivo è in buona parte imputabile alle scelte geopolitiche americane compiute nel biennio 2001 – 2003. Il primo decennio post guerra fredda aveva di fatto contribuito a diversificare la politica estera turca attivando le sue componenti multivettoriali che erano rimaste congelate nelle logiche del conflitto tra blocchi. In sintonia con gli interessi americani, Caucaso e Asia Centrale divengono le due principali nuove direttrici di proiezione di Ankara all’interno della ex sfera di controllo territoriale russa. La rinnovata politica estera turca si dipana seguendo una direttrice eurasiatica meridionale che va dall’Europa via Balcani fino all’Asia centrale. Questa proiezione inerziale della antica posizione geopolitica turca della guerra fredda nel nuovo contesto geopolitico è compatibile con gli interessi americani e con la geopolitica di erosione degli spazi post sovietici e resa possibile dalla debolezza economica, politica e militare di Mosca verso la fine degli anni novanta. Sarà tuttavia il secondo decennio del dopo guerra fredda a segnare il vero punto di rottura della geopolitica turca, in particolare in virtù di un’impressionante serie di nuovi avvenimenti occorsi nel mondo e nella regione mediorientale: gli attentati dell’undici settembre e l’inizio della guerra globale al terrore, l’avvio da parte USA di una politica invasiva di esportazione della democrazia nel cosiddetto Grande Medio Oriente, la decisione di muovere guerra all’Iraq e la caduta di Saddam Hussein, l’adesione della sola Cipro greca all’Unione Europea, il congelamento da parte dell’UE del processo di adesione della Turchia, il ritorno di potenza della Russia di Putin sulla scena internazionale, la guerra in Libano del 2006, la ripresa del terrorismo da parte dei movimenti curdi eredi del PKK, la guerra russo georgiana nel Caucaso, l’intervento israeliano a Gaza con l’operazione piombo fuso. Dalla proiezione strategica nel mondo post sovietico Ankara passerà alla riscoperta del proprio estero vicino rivedendo radicalmente il proprio posizionamento geopolitico e portando a maturazione la crisi del rapporto Usa – Turchia, specialmente a causa del recupero dei legami con gli Stati paria del mondo arabo islamico e per il ravvicinamento con Mosca, con cui Ankara sta sempre più sviluppando un rapporto di tattica collaborazione. È l’applicazione pratica della teoria della profondità strategica elaborata dal diplomatico turco Davutoglu, prima consigliere per la politica estera di Erdogan e dal 2009 nuovo ministro degli esteri turco. Il concetto essenziale di tale teoria è basato sulla necessità di bilanciare la dipendenza della Turchia dall’Occidente, che sta attraversando una significativa crisi nella redistribuzione del potere mondiale, attraverso la costruzione di uno spazio territoriale contiguo al territorio turco che dia al paese una profondità strategica, ovverosia una cintura di Stati amici che gli consentano di emergere come potenza della regione e non di essere una sentinella dell’Occidente nella regione. Con la teoria della profondità strategica Ankara non vuole essere né un ponte né una barriera bensì un catalizzatore geopolitico del suo estero vicino .

L’incerto contesto di una relazione privilegiata. I rapporti bilaterali tra Italia e Turchia.

Tanto dal punto di vista politico che economico le relazioni tra Italia e Turchia possono essere definite assolutamente di primo livello, con una crescente intensificazione qualitativa avvenuta negli ultimi anni. Dal 2007, inoltre, i due paesi hanno sottoscritto una partnership strategica il cui significato è stato confermato dalla visita in Turchia del Presidente della Repubblica Napolitano del Novembre 2009. I dossier di reciproca collaborazione sono numerosi e vanno dalla stabilizzazione dei Balcani ai progetti internazionali in campo energetico, all’interscambio commerciale, ai rapporti finanziari, alla lotta al terrorismo fino al sostegno italiano per l’adesione di Ankara nella UE. Sul rapporto bilaterale esistono tuttavia delle incognite legate al riposizionamento strategico turco nel Medio Oriente e il deterioramento dei rapporti con USA, Israele e UE. Inoltre, esistono ancora divisioni significative nel parlamento italiano sulla politica estera filo turca del governo, tanto all’interno dell’attuale maggioranza quanto dell’opposizione.

Un’interessante collaborazione strategica tra Roma ed Ankara di natura geopolitica e si è realizzata nei Balcani ove le azioni dei due paesi di stabilizzazione della regione vengono ad essere sostanzialmente complementari. Ankara ha negli ultimi anni sempre più sviluppato la propria azione diplomatica nella regione balcanica garantendo il proprio sostegno prevalentemente a paesi come la Bosnia Erzegovina, l’Albania e il Kosovo in cui vivono popolazioni di religione islamica, senza compromettere tuttavia i rapporti con i paesi ortodossi o cattolici della Regione. Particolarmente apprezzata dal nostro paese è stata l’azione diplomatica con cui Ankara ha avviato una politica di rapporti trilaterali tra Turchia, Serbia e Bosnia Erzegovina, riuscendo a riallacciare una base di collaborazione costruttiva tra i due paesi . Un positivo risultato in questo contesto è l’aver ottenuto dal parlamento serbo un atto simbolico ma significativo come quello della condanna del massacro di Srebrenica. L’azione costruttiva di Ankara nei Balcani, indipendentemente dalla finalità per cui essa sia perseguita, rappresenta un rafforzamento delle linee d’azione della politica estera italiana nella regione, sostenendo l’azione dell’Italia nel tentativo di contrastare l’isolamento politico di Belgrado nei Balcani. Il dossier commerciale tra Italia e Turchia è ricco di soddisfazioni e vede il rilevante numero di quasi 800 aziende italiane presenti nel paese (su un totale di oltre 23.000 imprese estere) mentre l‘Italia è il quarto partner economico della Turchia, – dopo Russia, Germania e Cina – con un interscambio commerciale di 13,6 miliardi di dollari derivanti da esportazioni per 7,7 miliardi di dollari ed importazioni per 5,9 miliardi[1].

Paese Valore interscambio commerciale
Germania 23,8
Russia 22,9
Cina 14,2
Italia 13,5

Principali partners commerciali della Turchia nel 2009. Valori in miliardi di dollari. Fonte ICE – MAE

Tuttavia, il pure positivo bilancio commerciale dell’Italia con la Turchia appare essere in flessione in quanto nel corso del 2009 si è registrato un calo accentuato del nostro interscambio che è diminuito di oltre il 27% rispetto al 2008. Se tale dato può essere spiegato con gli effetti della crisi economica internazionale[2], maggiormente preoccupante è invece la progressiva erosione della quota di mercato del nostro export sul totale delle importazioni turche. Dal 2004 quando il nostro export soddisfava il 7% del fabbisogno della Turchia, l’Italia ha progressivamente perso ogni anno una quota della nostra presenza commerciale che, nel 2009, si è ridotta al 5,5%.

Un fronte positivo di collaborazione si è instaurato per quanto riguarda la collaborazione giudiziaria e in tema di lotta al terrorismo, e particolarmente rilevanti sono state le operazioni di polizia da parte dell’Italia nell’indagare ed arrestare militanti del Pkk presenti sul nostro territorio. Almeno quattro sono state le operazioni condotte nel corso del 2010 in Puglia, Veneto e Toscana e in cui 16 persone tra latitanti e fiancheggiatori del Pkk sono stati arrestati, mentre un campo di addestramento è stato smantellato in provincia di Pisa[3]. Queste forme di collaborazione da parte delle forze di polizia italiane sono state particolarmente gradite dal governo turco che, anche nel corso del 2010, ha dovuto fronteggiare una recrudescenza degli attentati terroristici del Pkk in varie aree del paese.

La collaborazione energetica tra Italia e Turchia rappresenta un ulteriore elemento di vicinanza tra i due paesi in virtù delle strategie di approvvigionamento eurasiatiche italiane e del ruolo di hub che Ankara sta decisamente ritagliandosi tra Europa, Asia e Medio Oriente. La collaborazione è ulteriormente rafforzata dal rapporto di triangolazione che è stato costruito dal governo italiano con Ankara e Mosca. Significativo da questo punto di vista sono gli accordi Scajola – Yldiz – Shmatak firmati nel corso del 2009 per la realizzazione dell’oleodotto Samsun – Ceyhan, che consentirà di bypassare lo stretto dei Dardanelli fornendo al greggio russo un ulteriore via di arrivo nel Mare Mediterraneo . La collaborazione energetica tra Italia e Turchia riguarda, tra le altre cose, anche il progetto ITGI, che prevede la realizzazione di una rete di interconnessione di gasdotti tra Turchia, Grecia e Italia.

Sulla questione della condivisione politica in Italia del rapporto strategico con la Turchia vi è sostanzialmente un’ampia concordanza tra le forze politiche in merito alla scelte del governo di intensificare le relazioni con la Turchia di Erdogan. Vi sono tuttavia alcune questioni che potrebbero in futuro portare a divisioni nella linea governativa, in particolare per quanto concerne le posizioni della Lega, decisamente contraria al processo di adesione della Turchia nella UE; posizioni che potrebbero rafforzarsi nel momento in cui l’esecutivo dell’AKP dovesse dare segnali di perseguimento di un’agenda politica di carattere islamista . È inoltre prevedibile che un contenzioso con la Lega potrebbe emergere all’interno della maggioranza qualora l’Italia dovesse sostenere in ambito europeo la desiderata proposta turca di abolizione dei visti Schengen, sulla scia di quanto è stato fatto per i paesi dei Balcani occidentali.

Sul piano della politica estera, invece, i rischi per lo sviluppo del partenariato strategico tra Roma e Ankara sono legati in qualche modo all’evoluzione futura dei rapporti della Turchia con Tel Aviv e Washington. Difatti, l’Italia ha concentrato nel rapporto con la Turchia ben tre necessità strategiche di politica estera, la seconda e la terza delle quali potenzialmente alternative: 1) il completamento della nostra politica balcanica e il suo rafforzamento nel più ampio contesto dell’Europa Sud Orientale; 2) l’arricchimento delle strategie energetiche eurasiatiche e il tentativo di rafforzare in un trilaterale con Ankara la nostra politica filo russa; 3) la necessità di bilanciare rapporti bilaterali disinvolti non particolarmente graditi a Washington (quello con Mosca e quello con Tripoli in particolare), con un forte sostegno nel Mediterraneo Orientale alla geopolitica americana, esigenza da cui traggono ispirazione i rapporti privilegiati dell’Italia con Turchia e Israele. Il partenariato strategico con la Turchia poteva dunque essere “venduto” bene tanto a Mosca quanto a Washington. Gli sviluppi dell’ultimo biennio con la drammatica rottura dei rapporti turco – israeliani e il sorgere di una “mezzaluna di miele ” tra Turchia e Iran rischiano di rendere in futuro meno premiante agli occhi degli Stati Uniti d’America la relazione privilegiata con Ankara. Almeno fino a quando a Washington continueranno a ritenere che “Tureky is lost”. La speranza è che un domani vi possa essere nei nostri alleati maggiore comprensione per le necessità geopolitiche turche e che non finiremo criticati dai nostri alleati europei e d’oltre atlantico per il rapporto con Ankara. Non sarebbe sicuramente un fatto positivo. A noi resta oggi il dubbio se una Turchia “perduta” non possa essere un vantaggio per noi e possa rivelarsi un ottimo partner per il nostro estero vicino, anche in ragione dei nuovi scenari neo Ottomani che potrebbero aprirsi alle porte di casa nostra. Dopo la distruzione dell’Iraq si è creato un vuoto geopolitico in una area a noi molto vicina. È nostro interesse che sia la Turchia a riempirlo.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: