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Un fardello carico di gelsomini

In Mediterraneo on marzo 24, 2011 at 7:05 pm

di Paolo Quercia


La posta in palio delle rivolte nel Mediterraneo è lo scontro tra l’ordine autoritario del postcolonialismo e il disordine liberale della postmodernità. Se vincono “i gelsomini” si rischia il crollo di un sistema di confini vecchio di un secolo e il ritorno allo scramble for Africa precoloniale.

Tunisia, Egitto, Libia. Tre paesi mediterranei, tre paesi diversi, tre rivoluzioni dagli esiti imprevisti. L’Occidente colto di sorpresa si è dimostrato incapace di predire gli avvenimenti, in difficoltà a interpretarne le dinamiche, in ritardo a prevederne gli sviluppi. E dunque in ritardo ad agire politicamente e militarmente qualora ve ne fosse necessità.

Come spesso accade quando viene meno la capacità di comprendere fenomeni complessi, si preferisce ricorrere alla banalizzazione dei contenuti ed etichettare i processi con nomi ben auguranti che indicano quale sia l’esito auspicato e, soprattutto, possano essere utilizzati per globalizzare ed esportare il fenomeno.

Nella convinzione che il “mondo piatto” di Friedman esista davvero, l’improbabile nome di “Rivoluzione dei gelsomini” è stato creato non tanto per definire il putsch contro il presidente Ben Ali in Tunisia, quanto piuttosto per usarlo come modello mediatico globale per promuovere il marketing della rivolta, facendola scivolare dalle piazze del Nord Africa a quelle della penisola arabica, fino alle strade di Teheran o di Pechino.

Se ignote e difficili da indagare sono le cause più contingenti delle rivolte, più chiare sono le ragioni di lungo periodo che hanno messo in crisi i governi nord africani e reso esplosive le piazze del mondo arabo-islamico. Il cuore del problema in cui si dibattono i paesi fra questi più avanzati, ossia quelli della sponda Sud del Mediterraneo, non è da attribuirsi tanto al ritardo economico rispetto all’Occidente o all’inadeguatezza di alcuni modelli di sviluppo sociale, quanto piuttosto a quella profonda frattura, creatasi negli ultimi trent’anni all’interno delle società islamiche, dovuta al diverso impatto che la globalizzazione ha avuto sulla popolazione e sulle strutture di potere.

I governi e le élites statali del mondo arabo il cui potere è oggi più che mai sotto assedio sono in buona parte i protagonisti o i diretti eredi della lotta postcoloniale. Una lotta di “liberazione” con la quale dagli anni Sessanta in poi le componenti più avanzate e moderniste del mondo arabo hanno sostituito i colonialisti occidentali impossessandosi della macchina-Stato e del “potere moderno” che essa rappresentava rispetto alle forme più tradizionali di organizzazione sociale.

Lo Stato coloniale e postcoloniale, sia a guida europea sia a guida araba, rappresentava una struttura all’avanguardia rispetto alle rispettive società, riproducendo in molti paesi lo strumento di attuazione di processi di modernizzazione autoritaria che avevano tuttavia una propria legittimità nella creazione di sviluppo e nella fornitura di beni e servizi a società in buona parte premoderne.

Il passaggio di ownership alle élites arabe postcoloniali ha sostanzialmente lasciato invariati molti dei confini coloniali, con l’applicazione del principio dell’uti possidetis al continente africano, cambiando le leadership ma in buona parte fossilizzando, per oltre un trentennio, confini e governi del Nord Africa.

Ma se la decolonizzazione ha congelato regimi e confini, essa non ha impedito all’Europa di continuare a esercitare il suo influsso modernizzatore sulle masse arabe con strumenti meno diretti ma capaci di agire nel profondo delle società postcoloniali. A partire dagli anni Ottanta l’influsso dell’Europa sul continente africano è proseguito per mezzo dei processi migratori, delle relazioni commerciali, delle delocalizzazioni produttive e – soprattutto – con la penetrazione attraverso il soft power dei media satellitari negli anni Novanta e dei nuovi media nell’ultimo decennio, del messaggio culturale – e dunque politico – occidentale.

La strategia americana del Grande Medio Oriente, avviata da Clinton negli anni novanta e poi proseguita (e perfezionata) da Bush dal 2001, inizia a prendere forma, pur in modi e tempi imprevisti, nel 2011. Se regimi e confini sono sostanzialmente rimasti fermi alla modernità postcoloniale degli anni Settanta, le masse arabe sono state investite dall’onda anomala della postmodernità entrando in uno sdoppiamento al tempo stesso culturale e temporale.

Le categorie della postmodernità sono gradualmente ma inesorabilmente penetrate in società in cui la macchina amministrativa decisionale era già in difficoltà a conciliare la modernità statuale d’importazione con la tradizione islamica autoctona di derivazione premoderna.

I regimi arabi islamici di derivazione postcoloniale si trovano oggi a vivere un conflitto spazio-temporale, compressi tra il ribellismo tradizionalista premoderno e quello libertario postmoderno. E, come spesso accade, con i due poli ribellisti che si toccano e si intersecano, mischiandosi – nelle stesse piazze contro la stessa polizia – in un pericoloso intreccio delle più disparate agende politiche e sociali di una galassia di movimenti che, potremmo dire, si estende from twitters to tribes.

Nel lungo periodo, difficilmente i regimi postcoloniali riusciranno a sopravvivere, schiacciati tra queste due morse della tenaglia in cui si trovano. Il processo di destrutturazione di molti regimi arabo-islamici è talmente avanzato da lasciare intravedere ormai le linee di frattura che seguiranno alla fine dei regimi post-coloniali. Numerosi segnali lasciano tuttavia prevedere che, caduti i regimi, le linee di frattura divideranno in maniera non pacifica molte società e, soprattutto, rimetteranno in discussione i confini tracciati dalle potenze europee coloniali sopravvissuti alla decolonizzazione.

La conseguenza rilevante delle rivoluzioni in atto nel Nord Africa difficilmente sarà costituita dal trionfo di valori immateriali quali la libertà o la democrazia che, pur presenti nelle dinamiche insurrezionali in atto, difficilmente si stabilizzeranno in regimi democratici: il vero palio di questi processi di ribellismo della postmodernità incalzante nel mondo arabo-islamico sarà però costituito da un premio molto tradizionale: il vecchio obiettivo di ogni Stato e di ogni regime dall’inizio della Storia, ovverosia tracciare nuovi confini o difenderne di antichi. E questa posta in palio è quella che più preoccupa – o alletta – molti paesi occidentali.

A Sud del Nord Africa, nella parte centro-orientale del continente africano ad influenza anglofona – un’area in cui la modernità si è affermata a stento e il mondo premoderno è esposto direttamente all’irradiazione della postmodernità – Somalia e Sud Sudan hanno già dato l’avvio al nuovo great game postmoderno. Una buona parte del quale si giocherà proprio nel nostro estero vicino, lungo la sponda Sud Orientale del Mediterraneo, punto di incontro del continente africano e del Medio Oriente.

L’Occidente ha trovato oggi un nuovo fardello da esportare. Questa volta carico di Gelsomini.

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