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Intervista al Presidente UA Ping: l’Africa, la Libia, la NATO e l’Indipendenza del Sud Sudan

In Africa, Libia on giugno 14, 2011 at 9:44 pm

di Paolo Quercia

Il due giugno, a margine della parata ai Fori imperiali, ho avuto occasione di intervistare Jean Ping, Presidente della Commissione dell’Unione Africana. Ping, figlio di un commerciante cinese e di una gabonese, ha costruito la propria carriera politica lavorando a lungo nel gabinetto dell’inossidabile Omar Bongo l’ex presidente del Gabon ininterrottamente al potere dal 1965 al 2009, sopravvisuto alle elezioni multipartitiche del 1990 e rimasto alla guida del paese fino alla sua scomparsa, divenendo il più longevo capo di Stato del mondo non appartenente a una famiglia reale.La carriera politica e diplomatica di Jean Ping si realizza a cavallo del Gabon – di cui è stato ministro degli Esteri – e le Nazioni Unite, per cui ha servito presso l’Unesco e ha ricoperto il ruolo di presidente della 59esima Assemblea Generale. Soprattutto, Ping è un amabile conversatore, il cui volto sposa armonicamente i tratti somatici africani e cinesi, quasi a impersonare la nuova Africa post-globale che guarda sempre più a Est e sempre meno a Nord. Limes lo ha incontrato in un albergo romano per conversare dei principali problemi dell’Africa: la quasi ora di colloquio è appena bastata ad affrontare alcuni aspetti della crisi libica e la questione dell’indipendenza del Sudan. Ecco un resoconto dell’incontro.

La guerra in Libia è in fase di stallo. Solo l’Ua può negoziare il cessate-il-fuoco, ma la Nato non vuole..

Una delle questioni che a Ping preme sottolineare è la precisa posizione dell’Unione Africana nella crisi della Libia, paese che sotto il lungo dominio di Gheddafi ha costruito una salda rete di amicizie in tutto il continente, divenendo uno dei maggiori sponsor politici ed economici dell’Ua.

Il presidente tiene a prendere le distanze dallo Stato membro, e si sofferma sul fatto che l’Ua ha condiviso la decisione delle Nazioni Unite di adottare la risoluzione 1973 che impone la no-fly zone: “i tre paesi dell’Unione Africana membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato a favore della risoluzione 1973 al contrario di paesi come Germania, India, Cina, Brasile e Russia che si sono astenuti”.

Ma tiene anche a mettere i suoi paletti, che fanno capire la contrarietà all’intervento militare della Nato. “La no-fly zone è stata decisa per proteggere il popolo contro l’uso indiscriminato della forza fatto da Gheddafi e i bombardamenti sono iniziati per distruggere le capacità militari libiche, al fine di proteggere la popolazione civile. Ma oggi tutto ciò è stato realizzato. La capacità militare dell’esercito libico è stata distrutta. Oggi neanche un uccello vola più sui cieli della Libia. Oggi sono i ribelli che avanzano e non più le forze di Gheddafi.”

“È necessario passare all’azione politica, alla mediazione tra le parti e al cessate-il-fuoco. Raggiunto l’obiettivo militare della risoluzione 1973 l’Unione Africana, che non è parte della coalizione, ha insistito per raggiungere una soluzione politica e non militare del conflitto. Per questo ci siamo rifiutati di partecipare ai vertici di Parigi e Londra. Perché abbiamo in mente quello che l’Occidente ha prodotto in Somalia. Ha iniziato l’intervento con i bombardamenti del 1993, cui sono seguiti vent’anni di anarchia. Questo precedente è molto negativo e i paesi africani lo tengono bene a mente. Nell’Unione Africana abbiamo una lunga tradizione di risoluzione dei conflitti attraverso la mediazione ad il negoziato…”

Ma – interrompo – mediazione e negoziato non hanno evitato l’insurrezione di Bengasi, né che i ribelli si armassero o fossero armati, nè che il governo di Tripoli rispondesse con una guerra totale. “Cosa vuole che le dica, la delegazione dell’Unione Africana aveva in programma di essere a Tripoli il 20 marzo e a Benghasi il 21 per avviare la road map per il cessate-il-fuoco. Il 19 marzo la coalizione ha iniziato a bombardare la Libia: a quel punto l’instaurazione della no-fly zone delle Nazioni Unite e l’avvio delle operazioni militari ci ha impedito di recarci in Libia per le trattative di pace”.

Penso alla recente visita di Zuma a Tripoli e Bengasi avvenuta nonostante la no-fly zone e la giustificazione mi sembra debole; insinuo: intende dire che le operazioni militari sono state avviate volutamente il 19, il giorno della vostra missione, per impedire un possibile ruolo di mediazione dell’Unione Africana in Libia? Socchiude gli occhi a mandorla, per far emergere lo spirito del consumato diplomatico…

“No, assolutamente no. L’intervento era necessario e faceva parte della responsability to protect, ovverosia del diritto d’intervento della comunità internazionale nel caso in cui un paese non vuole o non può proteggere i suoi cittadini o li pone sotto minaccia. Le Nazioni Unite possono intervenire in attuazione del principio della protezione umanitaria”. Con una sottigliezza che nasconde le divisioni sul tema dei vari paesi dell’Unione Africana, Ping si tiene in equilibrio tra la necessità dell’intervento della Nato e la necessità dell’interruzione dei bombardamenti. Le bombe della Nato e la pace dell’Ua.

Ping vuole sottolineare soprattutto il ruolo diplomatico che l’Unione Africana avrebbe potuto giocare – e secondo lui può ancora giocare – se l’internazionalizzazione della guerra civile libica non avesse trasformato uno dei tanti conflitti interni africani in una crisi di livello mondiale. Proclama orgoglioso che l’Ua è “la sola organizzazione internazionale che ha sviluppato una precisa road map per il cessate-il-fuoco in Libia”.

Certo presidente, ma le vostre condizioni per la pace di oggi sono le stesse di tre mesi fa e continuano a essere rifiutate da Bengasi; appaiono ininfluenti al fine della cessazione del conflitto, visto che sono accettate solo da Gheddafi che non è più accettato da nessuno…Prende il fiato necessario per spiegare a chi, secondo lui, non ha capito la lunga storia della crisi libica e il ruolo dell’Unione Africana, ed elenca una lunga cronologia di eventi diplomatici che termina con tutte le condizioni previste per il cessate-il-fuoco che entrambe le parti devono rispettare nella road map dell’Ua. Tra di esse ne sottolinea con la voce una, che lascia per ultima: “la necessità che al cessate-il-fuoco segua una transizione consensuale ed inclusiva”. Che sintetizzo in questo modo: dunque l’Unione Africana punta a un cessate-il-fuoco con Gheddafi ma a una pace senza di lui? Lei concorda sul fatto che una transizione consensuale e inclusiva non può – a questo punto – includere Gheddafi?

“Questo non posso dirlo”. Fa una pausa e aggiunge: “sottolineo le parole “consensuale” e “inclusiva””. D’accordo, mettiamola così allora: che senso ha insistere su una road map che una delle due parti, Bengasi, si rifiuta di accettare? “Ma loro non rifiutano il nostro piano di pace. Hanno solo delle pre-condizioni, una delle quali è la deposizione di Gheddafi, prima di cessare le ostilità. Noi gli abbiamo detto: bene, venite a sedervi al tavolo negoziale con le vostre precondizioni…”.

Ma i ribelli di Bengasi e il governo provvisorio non si siederanno mai a nessun tavolo a cui sieda anche Gheddafi….“Ma non devono farlo! Ad un negoziato di pace non siedono i politici, siedono esperti militari e plenipotenziari. Ogni precondizione per il cessate il fuoco esistente tra le due parti può essere portata al tavolo e lì discussa. L’importante è avviare il processo. Ed è su questo punto che l’Unione Africana insiste…”. Avverte forse una mia espressione di delusione per la mezza risposta.

Mi fa velatamente capire che non è tanto Bengasi da convincere, quanto piuttosto i paesi Nato…..non sono a Benghasi quelli che decidono a quale tavolo si devono sedere i ribelli. Poi torna ad attaccare: “Oggi il pericolo è quello di una somalizzazione del conflitto. Bisogna ricordare che la Libia è, come la Somalia, un paese basato sulle tribù. Noi abbiamo in mente quello che è accaduto in Somalia. Anche in Iraq il conflitto è iniziato con una no-fly zone e guardiamo al punto in cui siamo oggi”.

La Libia è in Africa e non in Europa! L’Occidente bombarda e l’Africa paga il prezzo. La sindrome di Restore Hope

Il nesso con l’Iraq mi sembra un diversivo e provo a ritornare in Cirenaica. Poniamo il caso che si arrivi in un modo o nell’altro a un cessate-il-fuoco in Libia. Ci sarà bisogno di mandare sul terreno un buon numero di peacekeepers. Chi li manderà? L’Unione Europea forse? L’Unione Africana è disponibile a mettere truppe sul terreno? “La Libia è in Africa. Non è in Europa, non è in Asia o in America Latina. E neanche in Medio Oriente. È in Africa. Le armi che si sono disperse sul territorio durante il conflitto libico non sono finite in Europa, ma nel deserto africano. Sono finite in mano a gruppi legati ad al Qaida, a terroristi di vario genere, a trafficanti di schiavi, a banditi, a gruppi di ribelli secessionisti. Le conseguenze di tutto ciò che sta accadendo in Libia si ripercuoteranno a lungo sull’Africa. Non in Occidente, e neanche in Qatar”.

“È l’Africa che sopporta le principali conseguenze del conflitto. Anche in Somalia l’Unione Africana, con Amisom, è rimasta sola ad affrontate i problemi creati da altri. Anche in Sudan nella missione Onu/Ua in Darfour (Unamid) il 99% dei soldati di pace è fornito da paesi membri dell’Unione Africana, con qualche piccolo contributo asiatico”. Per quale motivo secondo Lei l’Occidente è restio a mettere soldati sul terreno africano? “Io la chiamerei la sindrome di Restore Hope. Ma torniamo alla Libia”. Va bene, stavamo parlando del fatto che dopo la guerra ci sarà il bisogno di inviare soldati di pace: future operazioni di peacekeeping in Libia potranno vedere collaborazioni rafforzate tra soldati sotto bandiera Ue o Nato e soldati inviati dall’Ua?

“Me lo auguro, ma la Nato non manderà mai soldati in Libia. Per quanto riguarda l’Europa, ha mai visto truppe europee risolvere conflitti in Africa?” Beh, la crisi in Costa d’Avorio ha visto la Francia intervenire militarmente in maniera molto pesante in un conflitto interno, secondo molti anche oltrepassando il mandato della risoluzione 1975. “Ma il peacekeeping è un’altra cosa. Ad ogni modo, intendo dire che fino adesso il contributo europeo è stato molto debole e poco efficace in Africa. Per il futuro non si sa. Ma in Occidente è ancora presente la sindrome somala. Ma parliamo ancora della situazione in Libia”.

“L’Unione Africana non è parte della coalizione militare poiché persegue la soluzione politica del conflitto. Per questo motivo abbiamo partecipato alle conferenze del Qatar e di Roma; per spingere verso la soluzione politica del conflitto, perché alla fine di ogni conflitto c’è sempre una soluzione politica. L’Europa ha una precondizione per sedersi al tavolo negoziale: vuole che Gheddafi abbandoni il potere. La nostra risposta come Unione Africana è positiva, a patto che l’Europa riesca a raggiungere questo obiettivo. Ma se non ci riuscite, questa precondizione che voi ponete serve solo a prolungare il conflitto”. Torna il diplomatico consumato. Che distingue tra fini, mezzi e tempi. A proposito dell’accenno alla durata del conflitto mi viene in mente il dibattito – non molto qualificato – che si è avuto al parlamento italiano sulla “guerra a tempo” e domando: Allora, chiedete forse qualcosa di simile a un limite temporale all’intervento militare?

“La questione non è mettere un limite temporale all’intervento della Nato, ma capire che è la guerra ad essere temporanea, mentre la nostra soluzione pone le basi per una soluzione permanente del conflitto. Il problema non è tanto il conflitto tra Tripoli e la Nato, quanto piuttosto porre fine al conflitto interno tra Tripoli e Bengasi. La nostra road map fu accettata da Gheddafi all’inizio del conflitto e Gheddafi ha confermato la sua validità al Presidente Zuma nella visita di pochi giorni fa”. A questo punto mi accorgo che è difficile uscire dalla palude libica e tento un diversivo.

A proposito di processi di pace, presidente: come vanno le cose in Sudan? Tra pochi giorni, il 9 luglio, il Sud Sudan sarà formalmente indipendente. Ma l’occupazione militare di Abyei da parte delle truppe di Khartoum rischia di riaprire nuovi fronti di conflitto. Sarà possibile tenere il referendum entro il 2011 per quest’area strategica di confine? Ping accetta di abbandonare le sabbie libiche per concludere l’intervista sul primo nuovo Stato africano che nasce dopo la decolonizzazione.

“Il 9 luglio il Sud Sudan diventerà il 54° paese africano indipendente. Ora è necessario che gli Stati Uniti tolgano le sanzioni economiche contro il Sudan e lo rimuovano dalla lista nera del terrorismo. L’indipendenza del Sud Sudan è un processo che si sta costruendo lentamente. La realizzazione di un referendum è stato un progresso enorme e complicatissimo da realizzare. Sicuramente ci sono ancora tante questioni aperte, da Abyei al controllo del Nilo Blu. Sono questioni che il Sud Sudan affronterà con gli altri Stati interessati e con il sostegno dell’Unione Africana”.

“È importante che nessuno soffi sul fuoco. Anche l’occupazione militare di Abyei sta per terminare. Le forze di Kahrtoum hanno promesso di ritirare le proprie truppe e – con l’accordo anche del Sud – forze di pace etiopi entreranno presto nella città per assicurare il controllo dell’area e la sua messa in sicurezza. Il problema militare può essere risolto, ma ci sono problemi di altra natura da affrontare. Però è importante è riflettere sul fatto che per la prima volta in ventidue anni in Sudan ci sono state delle elezioni libere. E come conseguenza di queste elezioni, possa piacere o non piacere, è nato lo Stato indipendente del Sud del Sudan”.

“Il Sud e il Nord risolveranno tra loro, come paesi indipendenti e secondo le leggi internazionali, i loro problemi; proprio come fanno Pakistan e India. Anche la questione del Darfur si sta avviando verso una soluzione. Ora però è necessario che questi progressi siano seguiti da un sostegno da parte internazionale e degli Stati Uniti in particolare. È necessario procedere all’abolizione del debito internazionale del paese, rimuovere le sanzioni economiche verso il Sudan e toglierlo dalla lista nera del terrorismo”.

In cauda venenum! Mentre l’intervista era pressoché conclusa e l’interlocutore successivo si era già accomodato nel salotto della suite presidenziale ecco che Ping tocca il punto caldo del Sudan, un punto destinato a restare sospeso senza la possibilità di ulteriori approfondimenti; dalle ultime parole del presidente dell’Unione Africana emerge un plauso per il governo di Karthoum per aver portato a soluzione il conflitto del Darfour e soprattutto per aver gestito la separazione del Sud. Si evince tra le righe l’invito allo sdoganamento del Sudn togliendo il paese dalla lista nera del terrorismo e verosimilmente lasciando cadere le accuse di crimini contro l’umanità rivolte dal procuratore della Corte Penale Internazionale al presidente al Bashir.

La stoccata finale segnala che il tempo a disposizione per l’incontro è esaurito. E mette sotto una luce diversa il processo di indipendenza del Sud Sudan.

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