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Ascesa e crisi della politica neo-ottomana turca nel Mediterraneo Orientale

In Mediterraneo, Turchia on febbraio 17, 2012 at 6:45 pm

Ottobre 2011

 

Ascesa e crisi della politica neo-ottomana turca nel Mediterraneo Orientale

di Paolo Quercia

(paper per il Centro Militare di Studi Strategici – CeMiSS)


Introduzione. Le origini neo-ottomane della crisi off-shore cipriota

La recente disputa nel Mediterraneo Orientale tra Turchia e Cipro sulle prospezioni di idrocarburi nella Zona Economica Esclusiva proclamata da Cipro, Israele, Libano ed Egitto ha nuovamente gettato l’attenzione internazionale sull’andamento dei rapporti tra Ankara ed i paesi del suo estero vicino, una regione che negli ultimi anni ha visto emergere un nuovo indirizzo nella politica estera turca definito neo-ottomanesimo.

La Turchia si oppone alle ricerche di idrocarburi nelle acque del Mediterraneo Orientale in cui Cipro ha esteso la sua Zona Economica Esclusiva (conformemente alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla legge del Mare del 1982, non ratificata tuttavia da Ankara) adducendo motivazioni di carattere politico relative agli interessi regionali turchi. In particolare, Ankara contesta il fatto che vengano avviate le esplorazioni di idrocarburi nel Mediterraneo Orientale senza aver risolto le due principali questioni geopolitiche ancora aperte nella regione: quella della Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC) e quella dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). La mossa turca mira probabilmente a tracciare un parallelismo tra la situazione del TRNC e quella dell’ANP, due territori del Mediterraneo Orientale con situazioni molto diverse tra loro ma accomunate dal fatto che la loro sovranità statuale è ancora oggetto di controversie internazionali. L’obiettivo di Ankara è di collegare lo sfruttamento di nuove risorse energetiche nel Mediterraneo Orientale alla soluzione delle questioni pendenti di Cipro Nord e dei Territori Palestinesi, utilizzando come argomento la necessità di includere queste popolazioni “non rappresentate” tra i beneficiari delle risorse strategiche regionali.

Ma cosa c’entra la crisi degli idrocarburi tra Cipro ed Ankara con l’affermarsi di una politica estera turca definita neo-ottomana e con la sua apparente crisi ? La teoria di chi scrive è che la posizione turca sulla questione degli idrocarburi ciprioti può essere letta come una delle fasi più avanzate ed estremizzata della postura cosiddetta neo-ottomana della politica estera di Ankara. Con essa Ankara mira a portare la Turchia fuori dalla crisi in cui la dimensione neo-ottomana della politica estera turca è finita a causa delle rivolte arabe. Le azioni sulla questione cipriota mirano a congiungere la difesa degli interessi nazionali turchi (in questo caso gli interessi della popolazione turco-cipriota) a posizioni di tutela degli interessi di altri popoli islamici della regione (in questo caso palestinesi), contrapponendoli ad interessi non mussulmani (in questo caso greco ciprioti ed israeliani). È il punto d’arrivo più estremo a cui la politica estera neo-ottomana è giunta negli ultimi anni.

Nel mentre il Mediterraneo Orientale è solcato da navi ed aerei turchi ed israeliani a potenziale protezione delle rispettive rivendicate zone di sfruttamento economico, riemerge con maggiore interessa la domanda su quale sia la vera natura del cosiddetto neo-ottomanesimo turco e soprattutto quanto esso sia stato modificato nella sua natura dagli sviluppi delle inattese rivolte arabe.

Sviluppo storico del neo-ottomanesimo turco

Negli ultimi anni la Turchia è emersa come un attivo e vivace attore della politica estera nel Mediterraneo Orientale in progressiva e netta diversificazione rispetto alla posizione monolitica e strutturata che Ankara aveva ricoperto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al dopo Guerra Fredda. Dall’abolizione del Califfato fino alla fine della Guerra Fredda la Turchia aveva operato per gestire la sua rendita geopolitica in una posizione strategica posta nel crocevia di Europa, Asia, Africa e Medio Oriente attenendosi ad una politica estera sostanzialmente conservatrice e mirante a privilegiare il mantenimento dello status quo.  Ciò le ha consentito di prioritarizzare, in una regione altamente infiammabile e contrassegnata da numerosi conflitti latenti ed irrisolti problemi di sicurezza, il perseguimento della sicurezza della Repubblica dai nemici esterni ed interni – in particolare le minacce secessioniste e l’ascesa dell’Islam radicale – ed il completamento della  modernizzazione del paese.

Nella prima parte del novecento questo percorso ha coinciso con l’affermarsi del kemalismo, ovverosia di un lungo processo di modernizzazione autoritaria e di secolarizzazione del paese partito con l’esperienza politica di Kemal Ataturk e protrattosi al fine di colmare il divario strategico della Turchia con i paesi europei, un divario che aveva prodotto il disfacimento e la caduta dell’Impero Ottomano. Il passaggio dalla geopolitica del Califfato a quella della Nazione prevede la realizzazione di un lungo processo di nation building volto alla costruzione di uno Stato-nazione di tipo europeo-westfaliano, abbandonando con esso la politica di universalismo egemone del mondo islamico. Dopo il secondo conflitto mondiale il modello politico kemalista entra a far parte del blocco eurasiatico antisovietico, perpetuando la conflittualità ottomano – zarista lungo le stesse linee di faglia geopolitiche. L’inserimento della Turchia nel sistema dei blocchi della guerra fredda contribuisce tanto a perpetuarne il modello politico interno quanto a storicizzarne la postura internazionale e gli antagonismi di frontiera tra la Turchia e i suoi vicini.

La costruzione del kemalismo secolarista all’interno del paese e l’allineamento internazionale atlantico e filoamericano ebbero come conseguenza l’annullamento del potenziale islamista, ideologico e geopolitico, del paese. L’identità islamista di Ankara e la geopolitica panislamica che aveva la sua origine nel Califfato divennero le grandi assenti nelle opzioni geopolitiche del novecento turco. Per Ankara il novecento fu sostanzialmente un secolo in cui il vettore eurasiatico prevalse sulle altre opzioni geopolitiche. Per buona parte del secolo scorso la Turchia eresse un doppio limes verso il mondo islamico che la circondava e di cui in buona parte era stata colonizzatrice: il primo limes era rappresentato dalla scelta di un sistema politico democratico, basato su un modello sociale modernista e filo-occidentale, un unicum nella regione, intrinsecamente contrapposto tanto alle teocrazie conservatrici arabe quanto ai regimi nazionalisti autoritari; il secondo limes era rappresentato dall’alleanza strategica con gli Usa, un rapporto che a sua volta spingeva la Turchia nelle braccia d’Israele, l’altro alleato di Washington nella regione, erigendo un’ulteriore doppio vincolo politico alle capacità d’azione regionale di Ankara.

Le rendite di posizione dell’atlantismo prevenivano la tentazione di un “ritorno riattualizzato” di uno spazio politico neo-ottomano. La fine della guerra fredda ha dato avvio ad un processo di progressiva revisione di tale politica estera che aveva confinato un paese crocevia del Medio Oriente in un limes della geopolitica atlantica. La prima area a beneficiare della ritrovata libertà di manovra fu lo spazio ex sovietico dell’Asia centrale ed in parte del Caucaso; questo vettore della geopolitica turca non era alternativo a quello occidentale euro-atlantico, ma lo affiancava arricchendolo con una nuova dimensione geopolitica era supportata da Washington, che consisteva nell’agganciare con un modello islamico moderato e filo-atlantico le repubbliche centro asiatiche post-sovietiche su cui Mosca stava perdendo influenza. Questa direttrice di sviluppo geopolitica ebbe un certo successo negli anni novanta, ma fu gradualmente ridimensionata sia a causa degli scarsi ritorni politici ed economici, sia per la constatazione della debolezza del legame panturco sia a ragione del progressivo ritorno di Mosca come attore determinate delle sue ex periferie centroasiatiche.

La terza componente della geopolitica turca, quella di derivazione ottomana che per neutralità possiamo definire semplicemente Mediterranea, emerge con ritardo rispetto a quella euroasiatica. Saranno gli eventi internazionali realizzatisi tra il 2001 ed il 2003 a riattivare una rinnovata attenzione al Medio Oriente e al Mediterraneo Orientale. La vittoria elettorale dell’AKP del dicembre 2002 si colloca proprio a metà di questo biennio di cambiamenti da cui uscirà la nuova visione strategica americana del GMO. Tale direttrice, come le altre, non sarà rappresentata solo da un vettore geopolitico ma, in un mondo in cui il soft-power di riveste il ruolo che l’ideologia aveva nel mondo di ieri, dovrà essere “accompagnata” anche da un software post-ideologico che ne supporti l’operato. Così – come la componente euroatlantica era costruita sull’ideologia Occidentale e quella euroasiatica era costruita sulla ideologia panturanica – quella Mediterranea verrà costruita su una visione di ritorno che, vista dall’Occidente, è stata etichettata con il nome di neo-ottomanesimo.

Il neo-ottomanesimo turco nasce dunque come filiazione del Grande Medio Oriente americano ovverosia del nuovo tentativo statunitense di ridisegnare la mappa geopolitica del Medio Oriente abbattendone, anche con la forza, i regimi dittatoriali e instaurando nuovi regimi ispirati al modello turco. Nella visione americana la Turchia si sarebbe trovata al centro – geopolitico, ideologico e religioso – di questo grande gioco di ristrutturazione del Medio Oriente la cui prima tappa era rappresentata dall’abbattimento del regime di Saddam Houssein. Tale progetto geopolitico, ed in particolare la campagna militare in Iraq, viene vista con grande apprensione ad Ankara, che si rifiuta di assecondare un siffatto e avventuroso disegno strategico, manifestando in tutti i modi possibili all’alleato americano la sua contrarietà, senza tuttavia riuscire ad impedire un nuovo conflitto ai propri confini. Il nuovo partito islamista dell’AKP saliva al potere nel momento in cui la Turchia sperimentava il duplice shock di vedere il proprio alleato strategico decidere di perseguire l’abbattimento di un regime in un paese confinante senza un chiaro piano di lungo periodo e senza prendere in considerazione le priorità strategiche e di sicurezza di Ankara. Anzi, nella nuova campagna irachena, gli strateghi americani assegnano un ruolo chiave proprio alla componente curda dell’Iraq settentrionale che sarebbe uscita rafforzata dal conflitto, avendone condiviso con gli Usa le sorti militari. Il 2003, il primo anno di governo dell’AKP, fu dunque anche l’anno del grande trauma nella coscienza atlantica della Turchia ampliando il vuoto creatisi dopo la fine della guerra fredda e gettando le basi per radicali cambiamenti.  Il movimento politico di derivazione islamista AKP giunge al potere in un momento particolare per la storia del paese in cui la rottura con la continuità di governo kemalista coincideva con l’opportunità storica di poter ridisegnare la politica estera turca partendo dai valori identitari del paese e non dagli scomparsi vincoli esterni. La rielaborazione porterà ad un vero e proprio riposizionamento geopolitico della Turchia rispetto all’Occidente, verso cui Ankara avverte in maniera sempre più crescente la propria alterità, sia nella dimensione atlantica che in quella europea.

Negli anni seguenti si sviluppano e si affinano le teorie della profondità strategica elaborate da Davutoglu, consigliere per le relazioni internazionali del primo ministro turco Erdogan, teorie che nel volgere di qualche anno sarebbero state ribattezzate in Occidente con l’appellativo “neo-ottomano”, non particolarmente gradito ad Ankara. Al di là delle etichette, l’essenza del cosiddetto neo-ottomanesimo è legata alla crisi del potere globale dell’Occidente e al venire meno del suo blocco militare: avvenimenti che spingono la Turchia ad abbandonare l’artificiale postura geopolitica di avamposto a difesa dell’hard power occidentale in Medio Oriente e di aprirsi con gli strumenti del proprio soft power islamico ai paesi contermini. Gli anni post 2002 sono tutto un fiorire di iniziative promosse da Ankara e volte a riallacciare ed elevare relazioni trascurate negli ultimi decenni, come quelle con la Siria, l’Iran, l’Iraq, il Libano, i territori palestinesi: il rilancio degli scambi economici e degli investimenti, l’abolizione dei visti e la libera circolazione delle persone, la politica della costruzione delle moschee e dei centri culturali, la politica dell’apertura di ospedali e quella di penetrazione culturale. Alla base di tutto un principio semplice: la comune matrice islamica dei paesi dell’estero vicino prevale sulle differenze dei sistemi di governo e sulle alleanze internazionali con i paesi fuori dalla regione.

Neo-ottomanesimo e crisi del rapporto con Israele

Uno degli strumenti con cui Ankara mira ad affermare, in concorrenza con l’Egitto, il proprio ruolo di potenza regionale è la spinosa questione palestinese. Nella strategia di riposizionamento mediorientale turca il dossier palestinese riveste ovviamente un valore significativo in quanto Ankara vuole utilizzare la propria vicinanza politica ad Israele e la sua appartenenza al mondo islamico – rafforzata dal nuovo governo islamista di Erdogan – per raggiungere una storica mediazione tra le due parti in causa. Tali tentativi, tuttavia, falliscono a causa del perseguimento da parte di Israele di una linea strategica e militare intransigente sulle questioni della propria sicurezza e che vanificherà gli sforzi di mediazione turchi, rendendo al tempo stesso politicamente sempre più costosa l’alleanza strategica con Tel Aviv. Da qui nasce l’allontanamento progressivo della Turchia da Israele che matura negli anni fino ad arrivare alla grave crisi diplomatica, tutt’ora irrisolta, apertasi con l’incidente della Mavi Marmara. Forse anche il timing del mutamento dei rapporti tra Turchia ed Israele può essere in qualche modo connesso alle conseguenze della guerra in Iraq del 2003, vero elemento spartiacque nelle vicende politiche mediorientali. Dopo la distruzione della potenza militare irachena, contrappeso al potere sciita nella regione, Ankara teme la progressiva affermazione di un asse Iran – Siria che vedrebbe la Turchia isolata con il solo alleato israeliano; un alleato la cui politica di sicurezza robusta ed assertiva è poco compatibile con una opinione pubblica che riscopre la sua identità islamica. Di qui nasce la necessità di scongelare le relazioni con la Siria, mantenere stabili i rapporti – complessi e ambigui – con Teheran ed aprire un processo di revisione di quelli con Israele.

Tale strategia non prevede una rottura repentina delle relazioni con Tel Aviv quanto piuttosto il condizionamento delle relazioni bilaterali all’andamento del dossier palestinese, che in passato non aveva mai dettato il tono dei rapporti con Israele e soprattutto l’apertura di un fronte di costante pressione mediatica sull’operato israeliano, in particolare sulla situazione di Gaza.

In questo contesto le crisi turco – israeliane sono divenute una costante dell’ultimo decennio, a  partire almeno dal 2004 quando l’uccisione a Gaza del leader di Hamas Sheikh Ahmad Yassin produsse la dura condanna di Erdogan di quello che il premier turco definì “terrorismo di stato” israeliano. Numerosi scontri negli anni successivi punteggeranno la politica estera di Ankara con Tel Aviv tra cui la condanna per i raids nei campi profughi di Rafah, numerosi incidenti diplomatici, le dure critiche per l’operazione “piombo fuso” a Gaza, lo scontro in diretta tv a Davos tra Erdogan e Peres, fino alla vicende della Mavi Marmara e i suoi ancora non conclusi strascichi. In questi sette anni, tuttavia, il vero elemento di rottura nel rapporto bilaterale è stato l’incidente della Mavi Marmara, che lo stesso ministro degli esteri turco Davutoglu ha definito come “un evento dopo il quale nulla sarà più uguale tra Turchia ed Israele e che avrà profonde conseguenze sulla visione regionale e globale della Turchia”. Il punto di non ritorno nel rapporto bilaterale era avvenuto due anni prima nel dicembre del 2008 con l’operazione israeliana “piombo fuso” a Gaza, operazione che la Turchia accusa fu lanciata volutamente in concomitanza con una missione di Olmert ad Ankara in cui si sarebbe discusso del piano di pace turco sulla Palestina.

Negli scorsi anni è emerso progressivamente che il conflitto con Israele è una componente non secondaria della politica estera neo-ottomana: meticolosamente studiato e protratto nel tempo, esso diviene funzionale al dispiegamento nella regione di un soft-power neo-ottomano, ossia di una narrativa e di una retorica panislamista capace di produrre un orientamento filo-turco nelle opinioni pubbliche dei paesi islamici della regione, con l’obiettivo finale di condizionare anche dall’interno i rapporti bilaterali governativi.

Aspetti della geopolitica neo-ottomana

Una delle caratteristiche dell’approccio neo-ottomano alle relazioni internazionali è l’importanza che viene data all’opinione pubblica islamica transnazionale che per l’AKP costituisce una sorta di “seconda costituency” e che in un ottima panislamica diviene la destinataria di molte delle posizioni politiche e mediatiche prese dal governo turco negli ultimi anni. L’esistenza di un doppio binario nelle relazioni internazionali neo-ottomane, uno governativo e l’altro populista, rappresenta uno dei tratti di modernità della politica estera dell’AKP. In tal modo Ankara è riuscita ad attualizzare la classica politica estera conservatrice dello status quo di stampo westfaliano, basata sulla sovranità e sulla non ingerenza negli affari interni, con una dimensione più movimentista e incentrata sulla forza dell’opinione pubblica transnazionale islamica in un mondo in cui i confini statali si assottigliano e i nuovi media creano un’unica umma globale.

Se mediaticamente la retorica del neo-ottomanesimo si basa sul recupero della tradizione ottomana e sulla riaffermazione della distanza da Israele, la vera sostanza dei nuovi rapporti geopolitici di Ankara si fonda su di una politica di apertura e di collaborazione che pone al primo piano l’incremento degli scambi commerciali e la libera circolazione delle persone. Numerosi sono gli accordi di libero scambio e di abolizione dei visti che la Turchia realizza con i paesi della regione. In alcuni casi il rapporto diventa ancora più stretto, come nel caso della Siria, con la costituzione di comitati interministeriali dei due paesi che si riuniscono ogni sei mesi per affrontare una serie di comuni problematiche, specialmente nel campo della sicurezza e della promozione degli investimenti. Tra gli strumenti del cosiddetto neo-ottomanesimo non manca la cooperazione culturale, gli scambi universitari e la cooperazione sanitaria. Numerosi sono i centri culturali islamici turchi che vengono aperti all’estero, in particolare nell’area balcanica, mentre una vera e propria attenzione viene data alla costruzione di ospedali e centri sanitari, a Gaza, in Libia ma anche in Afganistan e in Somalia, al punto che qualcuno ha parlato addirittura di “diplomazia degli ospedali”. Anche i canali tv satellitari sono un meccanismo di penetrazione culturale e la Turchia si dota di canali satellitari all news in lingua araba in modo da poter essere presente anche con l’informazione di massa nei paesi in cui si volge la propria azione politico – economica.

Uno dei punti di forza, ma al tempo stesso di debolezza, delle politiche neo-ottomane è rappresentato dal fatto che esse insistono su un ampissimo spazio d’azione e di manovra che spazia dal Nord Africa, ai Balcani, al Medio Oriente – ed in una certa misura anche fino all’Asia centrale e l’Africa Sub Sahariana – consentendo alla Turchia di attivare contemporaneamente tutte le forze vettoriali che si sono stratificate nella lunga e complessa storia della politica estera turco-ottomana. L’elemento pan-islamico, avrebbe dovuto rappresentare il fattore comune, il collante capace di dare coerenza ad un raggio d’azione di politica estera così vasto e differenziato. Ma il pan-islamismo da solo non è sufficiente a dare coerenza all’azione geopolitica in un’area così diversificata e complessa, sia a causa della frattura tra mondo turanico e mondo arabo, sia a causa del frazionamento e della settarizzazione dell’islam globale, sia a causa della concorrente azione esercitata da parte di altre potenze islamiche con ambizioni globali come l’Arabia Saudita e l’Iran per il Medio Oriente, l’Egitto per il Nord Africa e Africa Sub Sahariana, il Pakistan per l’Asia Centrale.

Rivolte arabe e crisi del neo-ottomanesimo

Tra i vari quadranti dello spazio geopolitica neo-ottomano, le aree costiere del Nord Africa e del Mediterraneo Orientale rappresentano sicuramente il cuore della nuova geopolitica turca. Il fatto che gli assetti politici di quest’area sono stati scardinati dalle rivolte arabe da cui, ad oggi, non sono ancora emersi né regimi più affidabili né più democratici, ha aperto un inatteso problema all’interno dello spazio geopolitico neo-ottomano. Uno spazio che per Ankara oggi diviene un ampio arco di crisi che va dalla Tunisia alla Siria e che indica quanto fragili sono le ambizioni turche di puntare la propria postura internazionale sul proprio instabile estero vicino. Negli scorsi anni vi è forse stata una prevalenza della retorica sul ritorno della geopolitica neo-ottomana rispetto alle capacità di analisi delle reali abilità di Ankara di comprendere, di influire e soprattutto di reagire adeguatamente alle principali dinamiche politiche e sociali della regione. Ciò evidenzia anche alcuni tratti di velleitarismo della politica estera turca quando essa si muove al di fuori degli schemi consolidati del passato e – forse – dei suoi stessi limiti strutturali. Se le rivolte arabe non produrranno a breve sistemi politici più democratici e forme di governo più stabili, il cosiddetto neo-ottamanesimo entrerà in profonda definitiva crisi.

Le modalità lente e impacciate delle risposte politiche e diplomatiche turche di fronte alle rivolte arabe dimostrano come Ankara sia stata presa di sorpresa dagli avvenimenti in Tunisia, Libia, Egitto e Siria come – se non forse di più –  dei paesi occidentali: segno che il decennio neo-ottomano non ha prodotto una reale maggiore familiarità con le dinamiche politiche della regione e una più elevata comprensione dei suoi fabbisogni di modernizzazione. Ma soprattutto, le rivolte arabe hanno prodotto un sostanziale mutamento nelle leadership politiche dei paesi vicini, facendo scomparire o destabilizzando enormemente molti di quei regimi con cui Ankara aveva gettato le basi della sua politica di “zero problemi” con i vicini e che avrebbero dovuto rappresentare la controparte politica ed economica del ritrovato estero vicino neo-ottomano. L’abbattimento dei regimi con cui Ankara stava aprendo accordi di collaborazione e di assistenza per il momento produce una maggiore incapacità di controllo del territorio, un arresto dello sviluppo economico e degli stessi processi di transizione e di modernizzazione che erano già in corso prima delle rivolte, e apre un’ignota fase politica di elevata instabilità da cui difficilmente la Turchia potrà trarre giovamento.

Il caso della Siria è emblematico. Fino a quando ha potuto, Ankara ha evitato di condannare la repressione di quel regime siriano con cui aveva costruito negli scorsi anni una nuova relazione strategica, con l’obiettivo di ridurre l’influenza iraniana su Damasco e soprattutto di ampliare la collaborazione nella repressione dei santuari del PKK a cavallo della frontiera. All’avvio della crisi siriana Ankara è a lungo rimasta a sostegno del regime di Assad, anche quando l’Occidente aveva già preso le distanze da Damasco condannandone la repressione delle proteste. Quando la situazione si è ulteriormente aggravata e numerosi profughi ed oppositori siriani si sono riversati in Turchia, Ankara ha iniziato a rivedere la propria posizione giungendo, successivamente ed in ritardo, ad attuare una propria condanna esplicita, ad avviare una propria linea di sanzioni e ad ospitare gli incontri dell’opposizione al regime. Anche nel caso del conflitto in Libia la Turchia ha dimostrato la debolezza della retorica neo-ottomana. Lenta a reagire, Ankara si è attardata a sostenere il regime di Gheddafi molto a lungo mentre l’Europa, gli Usa e molti paesi arabi avevano già riconosciuto il CNT e ne sostenevano l’azione. In quella che era una ex provincia ottomana Ankara non è riuscita né a prevedere la guerra civile, né ad intervenire per fermarne gli sviluppi, né ad influire sul regime di Gheddafi per spingerlo ad evitare una sanguinaria repressione, né ad entrare nella coalizione militare della NATO, né a svolgere il ruolo di broker neutrale per un possibile accordo di pace tra le parti (ruolo che le è stato soffiato dall’Unione Africana). Quando ormai era evidente che il regime di Gheddafi non avrebbe tenuto, la Turchia ha dato al CNT il suo tardivo riconoscimento mentre Erdogan ha cercato di recuperare l’immagine perduta cercando il bagno di folla a Tripoli.

I casi libico e siriano indicano come il neo-ottomanesimo degli scorsi anni fosse accompagnato anche da una buona dose di retorica e di sovrastima delle capacità di azione del paese nello spazio geopolitico ex ottomano e di sottostima della legittimità di molti dei suoi vicini. La politica di zero problemi con i vicini non prevedeva uno scenario di cosa fare e da che parte stare quando sono i vicini ad avere gravi problemi interni. L’area della profondità strategica di Davutoglu si è trasformata da un’area di opportunità ed espansione in un arco di crisi ampio ed imprevedibile. Con il senno di poi, si potrebbe forse dire che il timing scelto da Ankara per gettare nuove basi della sua politica estera e scommettere prioritariamente sull’area dell’ex impero Ottomano si sono rivelate sbagliate.

Le rivolte della primavera araba hanno messo in crisi anche il doppio binario regimi/umma che costituisce una delle caratteristiche del neo-ottomanesimo e su cui spesso insiste la comunicazione politica di Erdogan. Nel momento in cui le piazze si sono rivoltate contro i regimi con cui Ankara voleva mantenere “zero problemi” la Turchia si è trovata a non poter più tenere insieme l’approccio populista con quello statuale dovendo scegliere da che parte stare. I casi della Siria e della Libia dimostrano anche le difficoltà di questa scelta che, sostanzialmente, rappresenta un’opzione tra interessi bilaterali e consenso di massa, tra affari di stato e populismo.

Conclusioni: il dilemma del neo-ottomanesimo dopo le rivolte arabe: islamismo di piazza o di regime? 

In conclusione, l’avvio delle rivolte nel mondo arabo ha modificato profondamente il campo strategico del neo-ottomanesimo, rendendo altamente instabile il cuore della regione che la Turchia ha identificato come principale raggio della sua azione estera. Lo scoppio e la dinamica dello sviluppo delle rivolte arabe mette in crisi la strategia neo-ottomana, costringendo Ankara ad una scelta dai costi politici molto alti: o schierarsi con i regimi e rinnegare l’approccio panislamico o schierarsi con le piazze in rivolta ed abbandonare i governi dei paesi vicini ai rispettivi conflitti intestini. La difficoltà di risolvere tale dilemma – che è il dilemma tra le due anime del neo-ottomanesimo, quella populista e quella inter-governativa – produce un immobilismo che marginalizza la Turchia rispetto agli sconvolgimenti geopolitici che si stanno realizzando nella regione e al tempo stesso le impedisce di prendere affiancarsi a quegli attori esteri, Occidentali ma anche del Golfo, che cavalcano il cambiamento ed il regime change regionale. Questa situazione porta Ankara ad accentuare ulteriormente le crisi con Israele, nel tentativo che ciò possa produrre possibili ritorni politici sia tra i governi che tra le opinioni pubbliche della regione.

Sul piano geopolitico, con le rivolte arabe è emersa una sostanziale marginalità di Ankara nello scenario neo-ottomano. Se c’è un attore che è mancato nello sviluppo della crisi nell’ex provincia ottomana libica è stato proprio la Turchia, fino all’ultimo rimasta su posizioni di neutralismo inefficace a sostegno formale del governo ufficiale di Tripoli. Le rivolte arabe hanno così dimostrato che l’outreach di Ankara nell’ambito geopolitico ex ottomano era molto più flebile di quanto ipotizzato; ma soprattutto esse hanno messo in crisi il modello turco di “islamismo di piazza e di regime” rendendo altamente difficile la conciliazione tra la politica estera neo-ottomana ed il populismo panislamico: sostenere le piazze in nome dell’identità populista islamista di cui l’AKP si è fatto artefice oppure stare con quei governi che, pur delegittimati nella repressione violenta, rappresentano i referenti contrattuali con cui Ankara aveva disegnato i contorni del suo nuovo estero vicino?  Tale dilemma deve essere affrontato e risolto da Ankara, altrimenti esso rischia di paralizzare nel breve  – medio periodo l’azione politica turca in un’ampia area del proprio estero vicino.


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