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La Serbia dopo il terremoto elettorale. Possibili conseguenze sul piano interno ed internazionale

In Adriatico, Balcani, Serbia on giugno 28, 2012 at 5:44 am

 Osservatorio Cemiss Giugno 2012 

 

I risultati delle elezioni politiche e presidenziali in Serbia

Come anticipato dall’Osservatorio Strategico del mese di Aprile il voto in Serbia ha visto realizzarsi una situazione di grande incertezza, un vero e proprio terremoto politico che ha scosso la scena politica serba, con  il candidato dell’opposizione nazionalista Nikolic che è riuscito in un improbabile uno-due: battere il presidente uscente Tadic alle elezioni presidenziali (dopo che al primo turno Tadic aveva raccolto un maggior numero di preferenze) e portare il suo “nuovo” SNS a divenire il primo partito del paese.

Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, qui ci sono state le maggiori sorprese, particolarmente al secondo turno. Se al primo turno il presidente uscente Tadic era riuscito a raccogliere circa 990.000 voti, superando di un soffio il rivale Nikolic fermo a 980.000, in molti si aspettavano un exploit del presidente uscente che gli consentisse di superare agevolmente il milione e mezzo di preferenze, soprattutto dopo l’annuncio del socialista Dacic che il suo partito avrebbe sostenuto il Partito Democratico di Tadic. La scelta di Dacic in favore di Tadic avrebbe dovuto chiudere la partita del secondo turno in quanto il bacino di voti del socialista Dacic – che come candidato presidenziale si era classificato terzo al primo turno delle elezioni con 556.000 preferenze – avrebbe dovuto consentire a Tadic di tenere Nikolic a distanza mentre la confluenza di preferenze dell’elettorato dei centristi-regionalisti di Stankovic (250.000 voti), dei liberali di Jovanovic (196.000), e dei vari partiti delle minoranze (almeno 120.000 voti), avrebbe dovuto garantire un significativo vantaggio. Invece, come spesso accade nelle elezioni presidenziali, si è dimostrano una volta tanto che i voti spesso non sono indirizzabili a piacimento ed il comportamento dell’elettore risulta spesso imprevedibile. Innanzitutto, il fatto che tra il primo ed il secondo turno sono venuti a mancare quasi 800.000 voti (un quarto dei voti espressi al primo turno) rappresenta sicuramente un fattore che ha modificato lo scenario elettorale, con una maggiore quantità di astensioni nel campo moderato. In secondo luogo è evidente che, sul nome di Nikolic oltre a confluire i voti di alcuni movimenti di estrema destra (SRS, liste civiche) e di parte dell’elettorato del DSS di Kostunica, c’è stato un importante soccorso di voti anche da parte del partito socialista. Ciò non deve sorprendere se si ricordano le peculiarità del nazionalismo jugoslavo che fin dai tempi della federazione ha saputo ben mescolare nazionalismo e socialismo in un unico progetto di potere autoritario. È dunque più che comprensibile in Serbia che l’elettore socialista si trovi gomito a gomito con l’elettore nazionalista, specialmente dopo che Nikolic dal 2008 in poi ha costruito un nuovo movimento separandosi  dalle anime più radicali – e per certi versi criminali – che caratterizzavano la postura mediatica e l’identità politica del partito predecessore. È indubbio che l’anello di collegamento tra i socialisti e i progressisti esiste, e si trova nel passato recente, nel processo traumatico di dissoluzione della Jugoslavia socialista e nelle guerre nazionaliste degli anni novanta condotte dal partito socialista del presidente Milosevic. Per un decennio dalla caduta di Milosevic sia i socialisti che i nazionalisti sono rimasti ai margini della scena politica serba, rappresentando un’area grigia dell’elettorato che esprimeva sostanzialmente un voto di protesta politicamente non spendibile. Nostalgici e fiancheggiatori del vecchio regime, sostenitori delle guerre nazionaliste degli anni novanta, erano un po’ l’anima nera della Serbia e non ne rappresentavano la voglia modernista, di capitalismo, di benessere e consumismo di transizione e di Europa che ha cercato di emergere nello scorso decennio dopo l’arresto di Milosevic. Tuttavia l’Europa non è arrivata, il Kosovo è stato perduto e la situazione economica è in una condizione di estrema gravità con una disoccupazione che ormai tocca il 25%, il dinaro che continua a svalutarsi e una crescente difficoltà a finanziare il deficit del bilancio statale. Nel frattempo sia Nikolic che Dacic hanno lavorato negli ultimi 4 – 5 anni per togliersi di dosso l’alone di impresentabilità dei rispettivi movimenti, riuscendo piuttosto bene nell’operazione. Dacic, in particolare, ha raggiunto tale traguardo con il mandato di ministro degli interni nella scorsa legislatura, ruolo in cui è riuscito piuttosto bene a ritagliarsi un’immagine di capacità di uomo d’ordine; per Nikolic – che ha commentato la sua elezione a presidente con la battuta “ora in Serbia non ci sono più gli uomini neri” – lo sdoganamento inizia da adesso e sarà verosimilmente più difficile – anche in virtù del ruolo di visibilità istituzionale ricoperto – di quanto non è stato per Dacic.

Anche se può essere difficile misurare il grado di vicinanza tra SNS e SPS è chiaro che trattasi di elettorati contermini e che, se non nella presente legislatura probabilmente dalle prossime saranno portati ad attrarsi reciprocamente. Per il momento, il travaso di voti dagli elettori del SPS, terzo partito del paese, a Nikolic, leader del primo partito del paese, è un primo segnale di una rinconfigurazione dello scenario politico serbo e dell’apertura di una nuova fase di transizione.

Anche le elezioni parlamentari hanno riservato delle sorprese e lasciano in eredità una situazione politica interna estremamente caotica e confusa. Il rapporto di forze è sostanzialmente lo stesso delle presidenziali. Se si prende come riferimento il numero di seggi necessari per ottenere una maggioranza in parlamento (126) si osserva che il quadro politico del paese vede una segmentazione in tre gruppi. Un primo gruppo, che comprende le due grandi coalizioni di partiti che hanno ottenuto un numero di seggi superiore al 50% della maggioranza parlamentare, ossia la colazione “Muoviamoci Serbia” guidata da Nikolic (con 73 seggi) e quella “Scelta per una vita migliore” guidata da Tadic (con 67 seggi). Sotto questo livello bipolare apicale composto dalle due principali coalizioni alternative, vi è un livello intermedio rappresentato dal blocco SPS – PUPS – US guidato da Dacic che ha ottenuto 44 seggi, circa un terzo della maggioranza parlamentare. Questo blocco parlamentare rappresenta un alleato pressoché obbligato per la costituzione di un prossimo governo. Infine vi è un terzo livello di 3 coalizioni che hanno superato lo sbarramento e rappresentano le forze più piccole dello scenario politico serbo, che hanno un numero di parlamentari attorno ai 20, ossia i DSS di Kostunica (21 seggi, conservatori – nazionalisti), l’LDP di Jovanovic (19 seggi, liberale), e l’URS di Dinkic (16 seggi, centristi-regionalisti). Infine vi sono le rappresentanze delle coalizioni delle minoranze etniche o religiose, da quella degli ungheresi della Voivodina (5 seggi), ai mussulmani del Sangiaccato (2 seggi), agli Albanesi della Valle di Presevo (1 seggio), a cui si aggiungono due coalizioni di minoranze interetniche, ciascuna con 1 seggio. Complessivamente, grazie alle quote riservate nella legge elettorale, i partiti delle minoranze raccolgono 10 seggi che saranno molto importanti nella formazione del nuovo esecutivo, anche in virtù della prassi che vuole che rappresentanti dei partiti delle minoranze siano sempre rappresentanti nei governi. Tuttavia, è anche opportuno ricordare che non sempre le minoranze vanno d’accordo tra di loro, ed anche all’interno di alcuni gruppi etnici o religiosi vi sono notevoli spaccature politiche. Ciò comporta che non necessariamente le minoranze sono compatte e non necessariamente sono politicamente orientate verso il fronte dei moderati, ma tendono a formare alleanze politiche sia con i partiti di governo che con le forze di opposizione.

Considerazioni sull’esito del voto

Se questi sono stai i risultati elettorali, alcune considerazioni sul merito di questo voto sono necessarie. La prima considerazione, che costituisce il dato più rilevante da evidenziare è quello della riduzione della polarizzazione politica nel paese, con lo scongelamento del blocco dei voti della destra radicale ed il loro reinserimento nel circuito politico. Alle elezioni del 2008 l’SRS, guidato dall’indagato dal Tribunale penale dell’Aja Seselj, monopolizzava nell’opposizione anti-sistema circa un milione e duecentomila voti, il 30% dell’elettorato serbo. Una situazione difficilmente sostenibile nel lungo periodo, soprattutto in un contesto di accentuata crisi economica e sociale. Nel rivoluzionato sistema politico serbo post elezioni 2012, di fatto non esistono più rilevanti forze politiche anti-sisitema, visto che il partito radicale è stato interamente prosciugato del suo patrimonio di rappresentanza parlamentare (- 77 seggi) ed il milione di voti fuoriusciti sono andati a confluire verso partiti che giocheranno all’interno del sistema parlamentare la propria partita politica. La seconda considerazione che si può delineare è l’esistenza un trend generale di cambiamento espresso dall’elettorato serbo che ha punito i partiti “vecchi”, quelli emersi subito dopo la caduta di Milosevic e che in buona misura hanno fallito nel gestire la transizione. A conti fatti, il primo decennio di democrazia in Serbia ha lasciato aperte numerose delusioni nella popolazione e si è dimostrato essere ben al di sotto delle aspettative. Le due figure chiave di quel decennio furono Tadic e Kostunica. Ed entrambi vedono difatti ridursi il consenso verso le proprie coalizioni elettorali[1]. Se Tadic alle elezioni del 2008 era ancora in grado di assemblare alleanze elettorali capaci di raccogliere 1 milione e seicentomila voti, oggi il suo outreach stenta a superare il milione, fermandosi a 940.000. Kostunica, che si aggirava attorno al mezzo milione di voti (480.000), oggi supera di poco la metà. Vincono e crescono i partiti piccoli e “nuovi”, quelli penalizzati o che hanno avuto un ruolo marginale nello scorso decennio, come il neonato movimento di Nikolic, i risorti socialisti (che hanno quasi raddoppiato il numero dei voti) ed il liberale – libertario Jovanovic. Che poi la loro offerta non sia così nuova rispetto alla storia anche recente della Serbia, poco importa. Il consenso che catalizzano rappresenta comunque un segnale di cambiamento richiesto dalla popolazione. Nikolic, Dacic e Jovanovic, tre figure politiche diverse tra loro, guidano le uniche forze politiche che possono legittimamente dire di aver vinto le elezioni politiche serbe del 2012. La terza considerazione è legata al comportamento dell’elettorato radicale. Nikolic è riuscito a portare con se l’80% di tale elettorato riuscendo a mandare sotto il 5% l’SRS di Seselj ed impedendogli di ottenere seggi in parlamento, mantenendo comunque uno zoccolo duro di 180.000 voti. La facilità con cui ha trasferito tale consenso al suo nuovo partito dimostra che in realtà SRS e SNS sono legati da un vaso comunicante ed esiste un’alta mobilità dall’uno all’altro e viceversa. Ciò implica sia che Nikolic ha un ulteriore margine di crescita anche nel solo elettorato radicale, sia che sono possibili anche riflussi di voti verso l’SRS nel caso in cui l’ingresso di Nikolic nel sistema istituzionale serbo dovesse scontentare le aspettative di un elettorato in buona parte ancora radicale e ultranazionalista. Da considerare anche il rilevante consenso elettorale ricevuto dalla lista civica di estrema destra Dveri, che pur non riuscendo a raggiungere il quorum del 5% si è notevolmente avvicinata allo sbarramento con il 4,3%, arrivando quasi ad ottenere gli stessi consensi del SRS. Per essa vale in buona parte lo stesso discorso fatto per il partito di Seselj per quanto concerne i rapporti con l’SNS, che nel momento in cui esprime il presidente della repubblica alla sua destra si trova ad avere uno spazio di agibilità politica di almeno 400.000 voti, circa un 30% della propria forza elettorale. I tempi della formazione del nuovo esecutivo si annunciano tutt’altro che brevi. Anche se sono in molti a sottolineare la necessità di creare un esecutivo nel più breve tempo possibile, con il Dinaro che continua a perdere terreno sia nei confronti dell’Euro che nei confronti del dollaro e con la Banca centrale serba che continua a vendere le proprie riserve in Euro per alleviare la volatilità della moneta (52 milioni di Euro venduti da gennaio). Sarà tuttavia difficile vedere composto il governo del paese prima dell’estate, sia per la complessa situazione venutasi a creare in parlamento, sia per il fatto che la maggioranza delle coalizioni elettorali guidate dai leader sono composte da consorzi di numerosi partiti e forze politiche minoritarie e rappresentanti delle minoranze che hanno una molteplicità di veti incrociati tra di loro e costringono il leader di ciascuna coalizione ad estenuanti trattative interne. Il problema della coabitazione. La principale questione politica aperta è quella dell’ingresso o meno del SNS in una formazione di governo, sia essa una grande coalizione con i DS oppure una più ampia coalizione elettorale con il partito socialista. Su questo punto va considerato che la Serbia non è una repubblica presidenziale ed i poteri del presidente sono importanti ma non fondamentali nella definizione della linea d’azione del paese. Nella storia politica serba si è a volte verificata la situazione in cui il presidente ha potuto de facto ampliare notevolmente i propri poteri in circostanze in cui lo stesso partito poteva sommare le due posizioni di presidente e primo ministro e a quest’ultima carica veniva assegnato un tecnico o un politico di basso profilo. L’ipotesi più verosimile è quella che l’SNS non entri nel governo, che verrà formato o a guida Tadic o a guida Dacic, includendo un alleato minore, verosimilmente Jovanovic o Dinkic, più rappresentanti delle minoranze. La coabitazione di un presidente nazionalista con Tadic primo ministro di un governo che include i socialisti di Dacic, rappresenta lo scenario in cui il dualismo istituzionale presidente – primo ministro risulterebbe particolarmente accentuato, soprattutto per quanto riguarda le relazioni internazionali. Tale situazione potrebbe essere favorevole alla strategia di Nikolic che chiudendosi in un’alta carica istituzionale di scarsa responsabilità operativa avrebbe così il tempo di consolidare in tal modo il proprio consenso ed ampliarlo ulteriormente, in attesa di possibili elezioni anticipate che potrebbero essere innescate da dissensi interni alla coalizione sulla questione del Kosovo. Nonostante Nikolic sia alla guida del primo partito del paese, l’ipotesi di restare all’opposizione in una fase estremamente difficile per la vita interna del paese – in cui le priorità del prossimo esecutivo saranno rappresentate da dossier particolarmente difficili come la lotta alla povertà, il contenimento della disoccupazione, la lotta alla criminalità organizzata, il problema del Kosovo e quello dell’Europa che non arriva – è sicuramente per lui la carta vincente in attesa di un modificarsi della situazione politica. Anche perché Tadic è in qualche modo “costretto” ad assumere il ruolo di primo ministro, pena la sua scomparsa dalla scena politica.

Conseguenze del voto 

Le conseguenze del voto in Serbia, che hanno rappresentato un notevole terremoto politico, saranno forse in grado di produrre rilevanti conseguenze ma nel medio lungo periodo piuttosto che nel breve. Se il paese dovesse vedere la formazione di un esecutivo a guida DS con il forte sostegno del partito socialista e di altri alleati centristi minori non dovrebbero essere ravvisabili significativi cambiamenti di indirizzo né in politica interna né in politica estera. Certo la pressione politica su Tadic e sull’esecutivo di un’incombente valanga nazionalista costituisce un importante cambiamento nel contesto politico del paese. Anche perché Nikolic non mancherà di “provocare” istituzionalmente l’esecutivo nelle occasioni in cui potrà dare visibilità ad una linea politica discordante rispetto a quella del governo. Il futuro viaggio a Mosca di Nikolic, già annunciato ancor prima del giuramento di fronte al parlamento e al suo formale insediamento, è già un esempio di un uso improprio della carica presidenziale, non per la scelta politica della prima sede da visitare, quanto piuttosto per il mancato coordinamento con il governo e con il futuro ministro degli esteri. Un uso disinvolto della carica presidenziale potrebbe portare a numerosi incidenti diplomatici tra premier e presidente, soprattutto per quanto riguarda le relazioni con i paesi dei Balcani, in particolare nei confronti di Bosnia Erzegovina, Croazia e Montenegro e nel rapporto tra Bruxelles, Mosca e Washington. Anche per evitare questo rischio il premier ed il ministro degli esteri del futuro governo dovrebbero mantenere una spiccata iniziativa politica, specialmente sui temi più sensibili, come quello del Kosovo. Su questo dossier la linea politica del governo non dovrebbe cambiare. Il nuovo esecutivo confermerà la sua linea di rifiuto del riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, ridurrà probabilmente le possibili concessioni tecniche a Pristina e cercherà garanzie dall’Unione Europea per ottenere una luce verde per l’adesione verso la UE non condizionata dal riconoscimento del Kosovo. Certo è che ora Tadic si gioca il futuro politico tutto sul dossier europeo, cercando di accelerarlo e al tempo stesso di sganciarlo dalla questione Kosovo. Una condizione particolarmente disagiata, specialmente in un momento in cui il più importante Stato europeo della regione balcanica, la Grecia, è sul punto di uscire dall’Unione Monetaria e tutta l’architettura politica europea sembra essere arrivata al capolinea e aver esaurito la propria spinta inclusiva. L’Euroscetticismo di Nikolic sembrerebbe rappresentare un ulteriore punto in suo favore nel caso in cui il salvataggio della Grecia dovesse fallire e l’Europa dovesse vedere indebolita la sua presenza politica economica nell’Europa Sud Orientale. Anche la questione della neutralità, ossia la decisione della Serbia di non far parte dell’Alleanza Atlantica, può essere un elemento non particolarmente divisivo tra Nikolic e Tadic, a parte i diversi accenti nella retorica. Sarà in buona parte la postura che adotterà l’Unione Europea verso la Serbia a fare sostanzialmente la differenza tra una coabitazione tranquilla ed una burrascosa tra presidente e primo ministro, nel caso in cui questo ruolo verrà ricoperto da Tadic.


[1] Il paragone numerico dei voti tra le elezioni parlamentari del 2008 e quelle del 2012 è possibile in virtù di una sostanziale invarianza nel numero dei votanti, che sono stati 4 milioni e centomila nel 2008 e 3 milioni e novecentomila nel 2012.

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