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Si aggrava la crisi turco – siriana nel Mediterraneo orientale

In Mediterraneo, Politica estera, Turchia on luglio 15, 2012 at 5:37 am

Osservatorio Cemiss Luglio 2012

 

Dopo l’abbattimento il 22 giugno di un Phantom F4 turco a largo delle acque turco – siriane  cresce la tensione a cavallo del lungo confine tra i due paesi ed in particolare nell’entroterra del Golfo di Alessandretta e della provincia turca di Hatay, un territorio in passato conteso tra Siria e Turchia ed assegnato alla Turchia durante il periodo delle decolonizzazione per decisione della potenza coloniale francese.

L’incidente militare è avvenuto in un’area considerata di alta rilevanza strategica e dalla forte sensibilità geopolitica avendo la regione in passato rappresentato un tema di rivendicazione territoriale nei confronti della Turchia da parte del nazionalismo siriano, al punto che il confine settentrionale tra i due paesi non era mai stato definito con un trattato bilaterale e Damasco aveva più volte in passato toccato il tema della provincia “irredenta” che in alcune mappe siriane veniva ancora indicata all’interno dei confini del paese. La questione sembrava essere sul punto di una risoluzione pochi anni fa – nel quadro delle politiche di distensione avviate dal governo di Erdogan nei confronti dei paesi vicini – in particolare nel momento in cui Siria e Turchia raggiunsero e sottoscrissero una serie di importanti accordi di collaborazione sul piano economico, militare e strategico. Ma l’avvio delle rivolte della cosiddetta primavera araba ha radicalmente cambiato lo scenario attorno alla Turchia e la stessa politica estera turca, portando alla luce le enormi differenze politiche ed ideologiche esistenti tra l’islamista ed “internazionalista”[2] AKP ed il laico, nazionalista e secolare regime di Assad. Al punto che la linea politica turca di appeasement con la Siria non ha potuto resistere all’inasprimento del confronto interno tra Damasco e l’opposizione e, al momento dell’avvio della rivolta interna contro il regime di Assad, Ankara non ha esitato a saltare il fosso e passare armi e bagagli da una politica di zero problemi con i vicini ad una politica di supporto politico e logistico all’opposizione siriana. Ciò con il duplice obiettivo politico e religioso: da un lato quello di mettere sotto controllo il maggior numero possibile delle numerose anime dell’opposizione siriana ed arginare competizioni in tal senso da parte di altri paesi islamici del Golfo; dall’altro lato quello di venire incontro alla pressanti richieste da parte dell’elettorato islamista dell’AKP e da tutto un mondo di ONG islamiste turche scioccate dal flusso di profughi provenienti dalla Siria e dalle notizie ed immagini dei massacri, anche di civili, commessi dalla forze di sicurezza siriane ai danni di una vicina popolazione mussulmana.

Nei lunghi mesi della crisi siriana – che si è accavallata con il conflitto libico – la Turchia era partita da posizioni iniziali di non ingerenza negli affari interni e sostegno al regime di Damasco, ma aveva rapidamente modificato le proprie posizioni, cercando di tesaurizzare il suo ruolo di equidistanza con una ipotetica mediazione tra il regime di Assad e le sue opposizioni interne; pur senza recidere il legame con Damasco, Akara aveva deciso di giocare la sua carta intervenendo nello scenario di crisi mossa dalla principale preoccupazione che un’eventuale guerra civile avrebbe potuto portare alla frammentazione del paese, con potenziali gravi  ripercussioni sulla questione del Kurdistan. La Turchia inizia a muoversi sul pendio inclinato dell’engagement. Una decisione di cui è certamente difficile valutarne i motivi, ma che sicuramente si inseriscono nell’ampio processo di ristrutturazione della politica estera turca ed in particolare nel fenomeno dell’abbandono del cosiddetto approccio neo-ottomano. Molto probabilmente due sono state le cause che hanno portato al cambio di rotta: da un lato l’aggravarsi della crisi interna siriana ed il suo ingigantirsi, anche a causa del più generale movimento rivoluzionario transnazionale che sta attraversando tutta la regione arabo-mediterranea; dall’altro l’attivo interventismo dimostrato da altri attori non statuali (come la fratellanza mussulmana) o statuali come il Qatar e l’Arabia Saudita che – sia per motivi interni (controllo a livello globale degli scenari insurrezionali in cui può attecchire il jihadismo) che per motivi internazionali (contrasto alla crescente egemonia sciita nella regione) – si sono inseriti in quello che era visto come l’estero vicino di Ankara.

Furono i mesi in cui la Turchia cercò di convincere Assad a varare riforme di stampo liberale del sistema politico che aprissero all’opposizione e preparassero di fatto la strada ad un possibile regime change parlamentare, togliendo le basi di legittimità all’insurrezione armata e ai suoi sostenitori internazionali. La decisa opposizione di Damasco a tali ipotesi ha convinto Ankara della non riformabilità del sistema politico e di sicurezza siriano e – probabilmente – della stessa incapacità di Assad di determinarne l’indirizzo politico e strategico e, probabilmente, di controllare efficacemente gli apparati di sicurezza del paese. Non potendo assumere un ruolo egemone con la carta della mediazione a causa della chiusura securitaria di Damasco, la Turchia decise dunque di aggiornare ulteriormente la propria posizione, rompendo definitivamente con il regime di Damasco e sfruttando al meglio il suo principale asset geopolitico, ossia il confine terrestre e marittimo con la Turchia, passando il quale già una gran parte di civili siriani si sono rifugiati nei campi profughi turchi (circa 30.000). Oltre al lato umanitario dell’accoglienza nei campi profughi[3] la Turchia ha parallelamente offerto supporto politico – diplomatico ed organizzativo all’opposizione siriana nonché ha garantito accoglienza informale (e protezione) ai disertori dell’esercito siriano del Free Syrian Army, che ha potuto costituire a ridosso del confine siriano il retroterra operativo alle proprie unità combattenti operative in Siria. Ciò ha consentito ai militanti siriani – in buona parte armati non dalla Turchia ma da altri paesi islamici – di poter contare su un’estesa rete di supporto logistico, sia basando in territorio turco le strutture create ad hoc dall’opposizione siriana e dalla sua ala militare, sia sfruttando le tradizionali reti illegali di contrabbando tradizionalmente operanti a cavallo dei due confini.

Dopo la rottura con Assad, l’ipotesi per Ankara del mantenimento di una neutralità o relativa distanza su quanto avveniva in Siria non era più possibile. Oltre ad una certa pressione da parte dell’opinione pubblica interna – ulteriormente rafforzata da un decennio di retorica panislamista – le opzioni politiche di Ankara erano schiacciate tra la replica di posizioni filo-regime ad oltranza, simili a quelle mantenute da due importanti suoi partner/competitors regionali come Mosca e Teheran (capaci però di spingersi su livelli di sostegno non possibili per la più liberale e democratica Turchia) e l’attivismo di quei paesi arabi sunniti decisi a contrastare il rafforzamento dell’asse sciita iraniano in Iraq e in Siria.

L’atteggiamento turco per un regime change a Damasco si è dunque andato a posizionare da qualche parte a metà nell’area grigia oscillante tra il semplice supporto morale – umanitario e l’aperto sostegno militare ai ribelli. Numerose, complesse ed articolate sono le variabili che possono far spostare la posizione della Turchia in questa ambigua “terra di nessuno” della guerriglia e della controguerriglia anti-regime. Esse possono essere identificate in funzione dei diversi quadranti geopolitici o tematici di riferimento che rappresentano questioni sensibili per la politica estera e di sicurezza turca: monarchie del Golfo, primavere arabe, Russia, Iran, Occidente, fattore curdo. L’elemento “Golfo” si riferisce alla competizione strategica che la Turchia – paese islamico ma non arabo – subisce da parte delle monarchie del Golfo, che nelle primavere arabe e più in generale nella competizione per l’influenza sull’islamismo politico globale tendono ad alimentare movimenti e regimi proxi legati ad una interpretazione radicale del wahabismo. Il fattore “primavere arabe” è invece rappresentato dal sostegno proveniente da gruppi di volontari provenienti da paesi come la Libia (ed in parte minore dalla Tunisia) che vedono nell’abbattimento del regime siriano una causa transnazionale comune a tutti i paesi del Nord Africa interessati dalla primavera araba. I fattori “russo” ed “iraniano”, rappresentano in relazione al posizionamento di Ankara contro il regime di Assad un ulteriore costo per la politica estera regionale turca a causa del forte sostegno e vicinanza che Mosca e Teheran continuano a dimostrare a Damasco; un ulteriore allontanamento strategico nei rapporti con le due potenze regionali che si va ad aggiungere a quello prodottosi in seguito alla decisione turca dell’autunno scorso di ospitare il sistema di difesa missilistico della NATO. Il fattore “occidente” è invece rappresentato dalle contraddittorie ed attendiste posizioni mantenute sino ad oggi da Stati Uniti d’America ed Europa sul dossier siriano: se da una lato l’Occidente rappresenta il principale motore strategico ed ideologico della rivolta antiregime in Siria, dall’altro lato esso nutre – in particolare dopo gli esiti politici non certo soddisfacenti della Libia post-Gheddafi – numerose perplessità, divisioni e vincoli nell’agire per un cambio di regime in Siria, un vacuum politico che lascia alla Turchia la chance (obbligo?) di giocare il ruolo più muscolare e assertivo contro il regime di Assad. Basti pensare a quanto diversa era la politica estera della Turchia appena dieci anni fa quando l’Occidente, si apprestava alle operazioni militari in Iraq per abbattere il dittatore Saddam Houssein ed Ankara ribadiva con assoluta fermezza la sua contrarietà all’intervento, al punto di negare il sorvolo del proprio territorio e l’uso delle sue basi. Infine il fattore curdo, che in questo contesto rappresenta un importante, pedina transnazionale. La Turchia ha storicamente criticato in passato il comportamento dei paesi contermini come l’Iraq e come la Siria per aver ospitato basi e supportato i movimenti paramilitari del PKK operanti in Turchia orientale ma basati a cavallo dei confini con Siria ed Iraq; al punto da adottare una propria dottrina di operazioni militari oltre confine per colpire con interventi di forze speciali o con l’impiego dell’artiglieria le basi degli insorti curdi oltre i propri confini. Coerentemente con tale approccio la Turchia ha sostenuto in passato che il supporto logistico a gruppi terroristici fosse l’equivalente di un’aggressione armata. Oggi invece, è la Siria che accusa la Turchia di ospitare e proteggere sul proprio territorio le forze di resistenza armata anti-regime. E nel farlo Damasco vagheggia la possibilità di una nuova stagione di supporto al PKK e movimenti affini in funzione antiturca per “ricordare” ad Ankara la reciprocità del patto di non ingerenza negli affari interni. Ma la questione curda è più complessa, in quanto non riguarda solo il possibile ritorno di attività dei movimenti terroristi curdi – che nell’ultimo anno hanno intensificato le proprie azioni – quanto anche la fedeltà o meno della minoranza curda – siriana al regime di Damasco. I curdi siriani – che rappresentano il 10% della popolazione – sono stati in passato a lungo perseguitati dal regime siriano, e da tempo rappresentano un’opposizione naturale al governo di Assad. Tuttavia, dallo scoppio della rivolta siriana i curdi sono rimasti piuttosto ai margini rispetto alle principali forze di opposizione ed il Kurdish National Council – un’organizzazione che raccoglie molti partiti curdi della Siria – ha preferito abbandonare l’associazione delle opposizione siriane  costituitisi ad Istanbul – il Syrian National Council – in parte temendo la prevalenza delle forze islamista all’interno del SNC ed in parte a causa del rifiuto del SNC di includere nella sua piattaforma politica i diritti dei curdi in Siria. Certamente, il fatto che la Turchia sia così apertamente coinvolta nel SNC non ha indubbiamente favorito una maggiore adesione dei curdi siriani alla rivolta anti-regime.

È in un tale contesto che si è collocato l’abbattimento del Phantom F-4 turco. Nonostante la diversità delle versioni (abbattimento senza preavviso con l’impiego di missili terra aria del F4 turco nelle acque internazionali secondo Ankara; abbattimento attraverso l’impiego di artiglieria contraerea in acque siriane di un velivolo che aveva violato lo spazio aereo siriano secondo Damasco), appare chiaro che nessuno dei due paesi cambierà la propria versione dei fatti[4], la cui sostanza resta sostanzialmente chiara: la Turchia, così come la Siria, compiono da tempo operazione a cavallo del confine con mezzi militari. Damasco, in un momento chiave della crisi siriana e forte del rinnovato supporto politico e militare di Mosca, ha deciso di cogliere il primo sconfinamento utile per dimostrare la preparazione della propria difesa anti-aerea e scoraggiare possibili nuove richieste da parte turca per la creazione di una no fly zone in territorio siriano. La reazione turca – considerato l’abbattimento e la perdita dei due piloti – è stata verbalmente significativa, ma materialmente modesta. Il governo turco ha dichiarato un cambiamento delle proprie regole di ingaggio rendendole più restrittive al punto da considerare ogni mezzo militare siriano in approssimazione verso la frontiera turca come un potenziale atto di aggressione suscettibile di azione militare. Pur non avendo specificato a quale distanza dalla propria frontiera le Forze Armate turche intendono ingaggiare quelle siriane, la dichiarazione appare eccessiva e dalla scarsa utilità pratica, frutto forse del disappunto per la perdita del velivolo e del suo equipaggio, ma anche della scarsa solidarietà raccolta dalla Turchia dai propri alleati della NATO (al di là delle formali dichiarazioni di condanna), a molti dei quali non è particolarmente gradito il fatto che Ankara ponga a rischio la sicurezza dell’Alleanza facendosi trascinare in insidiose conflittualità di attrito lungo il confine turco – siriano. Nei giorni successivi all’incidente la prassi seguita dalla Turchia è stata quella di far alzare in volo propri caccia F16 (dalla base di Incirlik) nel momento in cui elicotteri siriani (MI-17 e MI-8) si sono avvicinati a 4 miglia dal confine turco. In tutti i casi in cui è stata messa in atto questa procedura, il sorvolo per un paio di ore del confine da parte dei caccia turchi in presenza di velivoli militari siriani che si approssimavano al confine non ha prodotto incidenti noti. Se Ankara dovesse reiterare tale atteggiamento dissuasivo della presenza di elicotteri siriani nelle zone a ridosso del confine tra i due paesi, ciò equivarrebbe di fatto alla creazione di una informale e ridotta no fly zone in territorio siriano, che potrebbe agevolare i movimenti delle forze paramilitari siriane anti-regime.

Tuttavia, tanto la Turchia quanto la Siria hanno reagito all’aumento della tensione dovuto all’abbattimento del F4 turco rafforzando i propri dispositivi militari lungo il comune confine[5] ed aumentando tanto le rispettive forze terrestri (in particolare la Siria con l’invio di 170 carri e 2.500 soldati) quanto i propri dispositivi anti-aerei. L’aumento della tensione tra i due paesi, con il rischio di nuovi incidenti voluti o casuali, ed il rafforzamento delle misure di sicurezza potrebbe tuttavia rendere meno permeabile il confine e paradossalmente ridurre gli spazi di manovra da parte delle formazioni paramilitari siriane anti-regime. Ciò dipenderà probabilmente dalle risposte siriane ai tentativi turchi di “ingaggio” delle unità militari operanti nei pressi del confine. Nonostante il fatto che le forze di sicurezza siriane siano state messe a dura prova da un’opposizione armata che con il passare del tempo, grazie anche ai sostegni esterni e alle retrovie turche, è stata in grado di estendere le proprie operazioni in diversi punti del paese oltre alla zona di confine con la Turchia, l’incidente dell’abbattimento del F4 turco porta il confronto a compiere un salto di livello, facendo avvicinare Ankara sempre più ad un coinvolgimento diretto nel conflitto interno siriano. Resta da capire chi maggiormente beneficerebbe da una eventuale “statalizzazione” della crisi siriana che, è bene ricordarlo, è già internazionalizzata ancorché il conflitto resta sostanzialmente di carattere asimmetrico. Resta il sospetto che potrebbe essere Damasco a beneficiarne maggiormente, sia sul piano politico internazionale che su quello tattico militare, ma soprattutto sul piano del supporto interno. Da questo punto di vista, al contrario, l’opinione pubblica turca non sembra essere particolarmente entusiasta di una potenziale escalation con la vicina Siria. Nonostante i tentativi del governo di provocare un’indignazione nazionalista anti-siriana, solo una piccola parte dell’opinione pubblica turca sembra essere favorevole ad un conflitto, mentre l’atteggiamento predominante sembra essere quello di un certo smarrimento di chi si domanda come si è passati in meno di venti mesi da un rapporto di partenariato privilegiato e di amicizia ad una situazione sull’orlo del conflitto militare.


[1] Secondo il trattato di pace di Losanna la zona di Alessandretta veniva assegnata alla Siria, che restava sotto mandato francese e ad essa veniva attribuito un particolare regime amministrativo all’interno della Siria stessa, come previsto dall’articolo 7 dell’accordo Franklin – Bouillon: “A special administrative régime shall be established for the district of Alessandretta. The Turkish inhabitants of this district shall enjoy every facility fot their cultural development. The Turkish language shall have official recognition”. Tuttavia la Francia decise nel 1938 di modificare l’accordo di pace consentendo all’esercito turco di entrare nell’area contesa a protezione della popolazione turca, espellendo parte della popolazione araba (alawita) ed armena. Con un successivo referendum fu creata la repubblica di Hatay che votò la sua unificazione con la Turchia nel giugno del 1938.

[2] Il tema della maggiore propensione del movimento AKP verso l’internazionalismo islamico rispetto al nazionalismo linguistico dei movimenti di estrazione kemalista è stato più volte analizzato nei passiti Osservatori Strategici del CeMISS.

[3] Come spesso accaduto in molti scenari di conflitto mediorientali, i campi profughi costituiscono  anche aree di reclutamento per strutture militari e paramilitari.

[4] Un rapporto di fonti intelligence americane riportato dalla stampa ha tuttavia dato un quadro degli avvenimenti che sostanzialmente smentisce la ricostruzione turca.

[5] Sono stati riportati da alcuni media specializzati anche movimenti di truppe da parte dell’Arabia Saudita lungo il confine giordano.

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