paoloquercia

L’incognita del terrorismo curdo sulla politica siriana di Ankara

In Sicurezza, Turchia on settembre 25, 2012 at 5:47 am

 Osservatorio Cemiss Agosto 2012

 

 

Con l’aggravarsi del conflitto siriano e l’escalation verso una guerra civile totale – l’esito  della quale sembra difficilmente poter portare ad una caduta a breve termine del regime di Assad – la  linea politica turca scelta dal governo dell’AKP sul regime change in Siria si fa sempre più complessa e difficile. Tre sono gli elementi di criticità che si sono aggiunti alla già difficile situazione nelle ultime settimane: l’aggravarsi della crisi umanitaria siriana; l’intensificarsi delle attività terroristiche del PKK; il deteriorarsi del rapporto bilaterale con Teheran.

 

Aumento della pressione dei profughi al confine tra Siria e Turchia

 

L’intensificarsi dei combattimenti in Siria (con il mese di agosto che ha rappresentato il picco nei combattimenti e nel numero delle vittime) e l’accresciuto utilizzo dell’aviazione e dell’artiglieria da parte delle forze regolari siriane ha portato ad un aumento nel flusso dei profughi verso il confine con la Turchia. Già 80.000 sono, secondo dati turchi, quelli ospitati nei campi profughi turchi mentre le Nazioni Unite prevedono che nei prossimi mesi potrebbero toccare i 200.000. Decine di migliaia di profughi sono accampati lungo il confine turco – siriano in attesa di poter entrare nel territorio turco. In particolare negli ultimi giorni di agosto, decine di migliaia di persone hanno abbandonato la cittadina di Azaz (70.000 abitanti, 3 chilometri dal confine con la Turchia) tenuta dai ribelli ma colpita ripetutamente dall’artiglieria e dall’aviazione siriana. Nelle ultime settimane le autorità turche sembra abbiano aumentato – per motivi di sicurezza – i processi di filtraggio dei profughi, rallentando l’accesso in Turchia e costituendo ai valichi dei colli di bottiglia nella cui prossimità si ammassano un gran numero di rifugiati privi di assistenza umanitaria. Tale azione di rallentamento degli ingressi torna utile ad Ankara anche per sottolineare la gravità del fenomeno a livello internazionale, ponendo il problema dell’incipiente dramma umanitario e sollecitando l’adozione di un maggiore interventismo umanitario internazionale. Nelle stesse settimane in cui cresceva l’emergenza umanitaria la Turchia ha portato nuovamente avanti la sua proposta di creazione di una “free zone” in territorio siriano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La proposta turca mirerebbe alla costituzione di aree protette internazionalmente (con modalità da determinare ma che necessiterebbero quantomeno di una protezione aerea) in territorio siriano in cui costituire campi profughi ove fornire assistenza umanitaria alle popolazioni in fuga dal conflitto. Tale proposta – se ha indubbiamente una dimensione umanitaria ed una economica mirante ad alleviare ed internazionalizzare i costi della gestione prolungata di campi profughi (fino ad oggi il governo turco ha speso oltre 300 milioni di dollari, dopo aver rifiutato ogni forma di aiuto straniero nella gestione dei campi) – ha indubbiamente un predominante significato politico e strategico militare che trascende le altre due dimensioni. Difatti tali campi profughi, che dovrebbero essere costituiti nei territori controllati dai ribelli e necessariamente contro la volontà di Damasco, necessiterebbero tanto una forma di presenza internazionale quanto rappresenterebbero un “riconoscimento” delle fazioni d’opposizione che controllano il territorio. L’esperienza internazionale in questo campo, derivabile anche dalla guerra nella ex-Jugoslavia e dalle guerre civili in Africa – ed in Somalia in particolare – insegna anche che la costituzione di campi profughi e la gestione dei flussi umanitari all’interno di Stati interessati da guerre civili ed in territori controllati da movimenti di insorti equivale alla costituzione e successiva “storicizzazione” di importanti rendite finanziarie e canali di reclutamento ad alimentare le attività dei ribelli, ingrossandone nel tempo le fila e le capacità operative.

Si potrebbe speculare sul fatto se una tale opzione strategica finirà per diventare un piano d’azione turco per il medio periodo, volto ad ampliare le possibilità per un regime change a Damasco o, in alternativa, indebolirne il controllo sui territori settentrionali siriani, sottraendo la gestione del confine alla capitale e creandovi una buffer zone internazionalizzata. In altre parole, resta da chiarificare fino a che punto Ankara abbia, da questo momento in avanti, intenzione di fare un uso strategico della questione dei rifugiati al fine di condizionare un particolare esito della crisi siriana oppure se sia solamente alle prese con una propria crisi organizzativa nella gestione del fenomeno e, 17 mesi dopo l’arrivo dei primi rifugiati, si stia sostanzialmente “pentendo” della politica di “porte aperte” decisa dal governo Erdogan e punti ad elaborare una via di disimpegno da una crisi che appare essere troppo lunga e troppo complessa.

Sta di fatto che la Turchia spinge decisamente sulla necessità di creazione di una “safe zone” all’interno del territorio siriano ed Ankara ha più volte ribadito tale proposta nei consessi internazionali, non ultimo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tenutosi a fine Agosto. Tale proposta, tuttavia, ha trovato un’accoglienza particolarmente fredda, non solo da parte dei paesi tradizionalmente sostenitori del regime di Damasco, Cina e Russia in particolare, ma anche da parte degli altri membri del CdS che sono su posizioni più filo-occidentali. Anche gli Stati Uniti d’America hanno evitato di prendere in considerazione la proposta turca, cosa che ha in parte deluso la diplomazia di Ankara che resta in attesa di proporre un nuovo piano per la costituzione di una free area in territorio siriano al prossimo incontro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Questi argomenti sono stati sicuramente oggetto degli incontri che il capo della intelligence USA Petraeus ha fatto ad Ankara il 2 settembre, il secondo in sei mesi, a segnalare l’importanza del ruolo di Ankara nella crisi siriana. Buona parte dell’opinione pubblica e la stampa turca sostengono la tesi che gli USA non hanno adeguatamente supportato la linea interventista turca e soprattutto mancato di dare sufficienti informazioni di intelligence alla Turchia sulla situazione siriana, inducendo il governo Erdogan sostanzialmente a compiere degli errori di valutazione circa la tenuta del regime di Assad.

 

L’aggravarsi delle offensive di gruppi terroristi curdi in Turchia e il delicato rapporto con l’Iran

 

Se il dossier Siria, la questione dei profughi e le possibilità di creazione di aree protette oltreconfine non mancheranno nell’agenda dei colloqui di Petraeus con i propri interlocutori turchi, verosimilmente la parte più rilevante degli incontri sarà riservata alle riprese attività del terrorismo curdo in territorio turco. Anche nel mese di agosto vi sono state nuove e pericolose offensive che hanno visto attacchi di commando a posizioni militari nella Turchia orientale (10 soldati morti e 20 combattenti del PKK), l’esplosione di ordigni ed l’avvio di una stagione di rapimenti (due parlamentari, uno del CHP e uno dell’AKP sequestrati e rilasciati durante l’estate ed il più grave sequestro del presidente della provincia di Hakkari avvenuto il 3 settembre). Crescono in Turchia le speculazioni sul perché di un tale revival del terrorismo curdo in questo momento ed aumentano le spiegazioni dietrologiche sulle possibilità di un supporto e sostegno da parte di paesi limitrofi come Iran o Siria ed un collegamento con le posizioni di Ankara sul dossier siriano. In particolare il governo viene criticato per avere in passato avuto una politica troppo collaborativa con Teheran (che includeva anche scambi di informazioni con l’intelligence iraniana sulle attività del PKK a cavallo del confine tra i due paesi, scambi che avrebbero dato scarso beneficio informativo all’intelligence turca provocando però il raffreddamento della collaborazione con l’intelligence americana). Secondo alcuni media turchi, le nuove offensive del PKK andrebbero questa volta lette come una proxy war iraniana contro Ankara; se così fosse davvero, per la Turchia sarebbe un netto peggioramento del proprio quadro strategico in quanto Ankara è costretta a mantenere ad un livello di accettabile minima convivenza i rapporti con Teheran, sia per motivi geopolitici che economici ed energetici (il 70% delle importazioni energetiche turche provengono a Russia ed Iran). Certamente, è anche possibile per Ankara procedere ad una strategia di disimpegno totale con l’Iran, formalizzando in un nuovo contesto di guerra fredda i rapporti con il vicino persiano, ma il disimpegno totale nelle relazioni bilaterali avrebbe costi molto elevati che da più parti in Turchia ci si chiede se valga il prezzo pagare. Anche il deterioramento del rapporto con Teheran ed i “costi connessi” al desengagement persiano sono ora in qualche modo legati al futuro del regime di Assad ed in qualche modo riconducibili alle posizioni interventiste tenute da Ankara sulla questione siriana, posizioni che spesso appaiono isolate anche rispetto ai più volonterosi paesi occidentali. Il paradosso odierno della politica estera turca è quello di essere giunta al punto di rottura dei rapporti con Damasco e con Teheran (ed aver incrinato quello con Mosca) dopo un lungo percorso di allontanamento dalle posizioni comuni con l’Occidente (USA, UE ed Israele in particolare) e dunque nel perseguimento di una solitaria politica medio-orientale i cui tempi, oggi, non appaiono più coordinati con quelli degli alleati atlantici e partner strategici di un tempo. La complessità della situazione in cui si è venuta a trovare la politica estera turca è ben riassumibile nel complesso e delicato rapporto di equilibrio con Teheran, da mesi sotto costante tensione ma che Ankara non riesce a recidere senza pagare notevoli costi politici interni e di sicurezza internazionale. Anche per questo motivo le critiche del governo turco al regime iraniano sono solitamente scarse e affidate, prevalentemente, a membri non di primo piano dell’esecutivo. Tuttavia, il recente scandalo di una rete di agenti iraniani operanti sotto copertura in Turchia orientale che, secondo le accuse turche, avrebbero acquisito informazioni su assetti militari turchi passati poi a membri del PKK per la preparazione di attentati, inclusi quelle dell’agosto 2012, potrebbe provocare nelle prossime settimane un ondata di sdegno anti-iraniano nel paese spingendo l’esecutivo ad adottare contromisure adeguate.

Ma a complicare il quadro strategico per Ankara emergono anche dei primi segnali di tensione nella provincia turca di Hatay, un’area una volta abitata in maggioranza da arabi e unita ai territori siriani. In tale provincia (con la città di Alessandretta che fino al 1938 costituiva il porto storico di Aleppo) vivono circa 500.000 arabi/siriani prevalentemente di confessione Alawi. Il governo turco teme che i servizi di sicurezza siriani possano strumentalizzare il complesso tessuto etnico/sociale della zona e fomentare rivolte tra gli arabi della provincia di Hatay contro il governo centrale (di carattere irredentista) o addirittura scontri di natura più politica tra arabi turchi sostenitori di Assad e profughi siriani rifugiati in territorio turco ospitati nella stessa provincia. Alcune manifestazioni di protesta in sostegno del governo di Assad (partecipate da poche migliaia di persone) sono già avvenute pacificamente nel capoluogo Hatay, ma hanno provocato profonda preoccupazione tra gli abitanti della città che temono che Damasco stia sviluppando un piano per portare alla mobilitazione etnico – politica la minoranza araba dell’Hatay al fine di portare la minaccia di un conflitto settario in territorio turco. Secondo alcuni media turchi le proteste sono state organizzate da spezzoni ancora attivi di movimenti rivoluzionari marxisti leninisti basati in Siria e operanti in collegamento con il governo di Damasco. Se ciò fosse vero la Turchia rischierebbe di fare un salto indietro nel tempo di trent’anni, a quando negli anni ottanta – dopo il colpo di Stato militare di Keman Evren – numerosi movimenti rivoluzionari e radicali marxisti – leninisti turchi trovarono pronta accoglienza per evitare la repressione nella Siria filo-sovietica, in alcuni casi finendo per diventare delle pedine della guerra fredda e del terrorismo internazionale. Furono proprio alcuni di questi movimenti ad introdurre i marxisti curdi del PKK, e lo stesso Ocalan, agli alti livelli del regime siriano. Queste fratture geopolitiche ed ideologiche che avevano a lungo diviso la Turchia dal proprio estero vicino sembravano essere ormai memoria storica dopo la fine della guerra fredda e, soprattutto, dopo il nuovo imprinting che l’AKP aveva portato alla politica estera turca. La crisi del rapporto con l’Unione Europea, la primavera araba e il conflitto con Israele hanno scosso le fondamenta della nuova politica estera dell’AKP. Ora, il degenerato conflitto siriano rischia di essere la nuova tabula rasa su cui Ankara dovrà ricostruire i propri fondamentali di politica estera e di sicurezza, e soprattutto lascerà la Turchia nuovamente costretta a muoversi tra scenari geopolitici davvero scomodi ed angusti, in cui né i “lontani” alleati occidentali, né i politicamente distanti “vicini” mostrano avere una reale comunanza di interessi. In tale scenario Ankara deve prendere anche in dovuta considerazione il progressivo ritorno geopolitico dell’Egitto sulla scena internazionale, paese che – specialmente dopo l’ascesa al potere del movimento islamista dei Fratelli Mussulmani – potrebbe puntare a sottrarre ad Ankara quel ruolo di pivot medio-orientale che la Turchia sembra oggi in difficoltà ad esercitare. Se Davutoglu ha deciso di rifiutare l’invito di Ahmadinejad di partecipare come ospite al vertice del Movimento dei non Allineati (NAM) tenutosi a Teheran, il nuovo presidente egiziano Ersi non ha perso invece l’occasione di attendere il consesso dei 120 paesi membri o osservatori di tale organizzazione, rappresentandone l’ospite principale. Ha duramente attaccato il regime di Assad, paese membro della stessa NAM, e proposto un gruppo di contatto per tentare di affrontare politicamente la crisi siriana composto da Egitto, Turchia, Arabia Saudita ed Iran e che dovrebbe riunirsi prossimamente al Cairo su convocazione egiziana. Non è ancora nota la valutazione di Ankara di tale iniziativa, ma la ripresa della iniziativa in politica estera dell’Egitto – ad iniziare proprio dalla crisi siriana – è un segnale che la Turchia non dovrà trascurare nella delicata fase di ristrutturazione della sua postura internazionale.

 

 

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