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La Turchia nella guerra civile siriana. Implicazioni regionali

In Senza categoria on ottobre 27, 2012 at 7:58 pm

di Paolo Quercia

Pubblicato come Paper sul sito del Centro Militare di Studi Strategici, reperibile all’indirizzo :

http://www.difesa.it/SMD/CASD/Istituti_militari/CeMISS/Documents/Contributi/Quercia/turchia%20siria.pdf

La Turchia nella guerra civile siriana. Nei circa 19 mesi della guerra civile siriana la Turchia è stato uno degli attori esterni più attivi e coinvolti dall’evoluzione del conflitto, finendo per diventare quasi una parte integrante dello stesso. Turche sono state le prime vittime militari straniere del conflitto (i due piloti dell’F-4 abbattuto), colpi di mortaio sono caduti in territorio turco mentre gli scontri avvengono oramai a poche centinaia di metri dal confine tra i due paesi. Oltre ad aver accolto più di 100.000 profughi la Turchia ha favorito la costituzione dell’opposizione siriana organizzata, il Syrian National Council, così come la costituzione sul proprio territorio del comando del Free Syrian Army. Il coinvolgimento turco nella guerra civile siriana è in parte conseguenza del fatto che Ankara si è trovata costretta a colmare un vacuum geopolitico, agendo come proxi di un occidente che per vari motivi, non ha voluto o potuto intervenire per isolare il conflitto o per risolverlo; la leadership turca segna una decisa differenza rispetto a quanto avvenne nei Balcani (Bosnia e Kosovo) – dove l’interventismo è stato principalmente espressione della politica americana mentre l’Europa si accodava – e della Libia  – dove buona parte dell’interventismo ha avuto una matrice europea e gli USA hanno agito di supporto, seppur decisivo.

Nel caso della Siria, USA e UE sono rimaste decisamente disimpegnate, dimostrando chiaramente di aver alzato, e di parecchio, l’asticella della soglia del dolore per poter parlare di un nuovo intervento militare umanitario. La Turchia ha percepito in questi 19 mesi l’esistenza di un vuoto politico nel fronte occidentale, identificando con esso l’opportunità di mettersi a capo del movimento anti-Assad, nella convinzione che la rivolta avrebbe portato in pochi mesi il regime baathista siriano a cedere il potere. L’approccio alla crisi siriana sicuramente è stato influenzato dalle lessons learned dalla guerra libica, ove Ankara si è a lungo attardata nella difesa del regime di Gheddafi, per poi muoversi, in ritardo verso la metà del conflitto, per assumere una posizione di neutralità tentando una intermediazione tra il governo e i ribelli quando ormai il destino del regime di Gheddafi era segnato. Questa volta, il caso della Siria offriva ad Ankara la possibilità di giocare come proxi dell’Occidente, recuperando una antico ruolo geopolitico, e di colmare il vuoto d’iniziativa Occidentale sulla Siria, in parziale accordo con gli USA e in parte di concerto con Arabia Saudita e Qatar, ancorché con una sotterranea  competizione per la leadership politico – religiosa del regime change in Siria. Per giocare questo ruolo Ankara ha accettato di sacrificare i positivi risultati che aveva conseguito con la Siria negli anni passati, sia in termini di sicurezza che di cooperazione economica con la Siria, reputando probabilmente che tali guadagni sarebbero stati comunque perduti in seguito ad una caduta del regime di Assad, che si giudicava prossima.

Tale posizione di Ankara si è mantenuta stabile nonostante l’andamento oscillante delle vicende militari siriane e nonostante dalle altre potenze regionali giungessero segnali negativi sul coinvolgimento turco nel conflitto siriano e da parte dell’Occidente non arrivassero segnali indicanti un volontà di un attivo coinvolgimento militare. L’atteggiamento di Ankara si è mantenuto possibile fin quando la guerra civile siriana è rimasta sostanzialmente una crisi interna al paese ed il peso degli attori esterni rimaneva non determinate. Tuttavia, l’approccio sempre più interventista e muscolare di Ankara ha messo sul tavolo della guerra civile libica tutto il peso geopolitico della Turchia, saturando lo spazio lasciato vuoto dalla vacatio occidentale e spingendo le potenze regionali favorevoli al regime di Damasco (Russia, Iran, Iraq) ad adottare contromisure. Ciò ha portato al peggioramento degli ultimi mesi dei rapporti con i tre paesi in questione, giungendo fino alle schermaglie di confine con la Siria e al rischio della conflagrazione di un conflitto dalla portata internazionale.  A molti sembra che Ankara abbia finito per giocare tutte le sue carte, ad eccezione di un intervento militare, e si trova ormai ad aver esaurito l’ampio spazio di manovra di cui godeva mesi fa. La questione siriana ha intanto prodotto l’effetto di aumentare le tensioni lungo tutto il confine orientale del paese: Siria, Iraq e Iran. Anche la crisi lampo con la Russia – che ha portato alla cancellazione della visita di Putin ad Ankara dopo l’incidente dell’atterraggio forzoso del volo commerciale da Mosca a Damasco – rischia di ripercuotersi direttamente sui confini della Turchia su cui Mosca “insiste” attraverso l’Armenia e, dopo il cambio di governo alle elezioni del settembre scorso, anche con la Georgia. Le tensioni lungo il confine mediorientale-caucasico della Turchia sono un fatto nuovo per Ankara, che fino al 2010 aveva conosciuto proprio grazie all’azione in politica estera di Davutoglu e dell’AKP, una stagione di ampia collaborazione a 360° con tutti i vicini.

La domanda che molti si fanno in questi giorni in cui l’escalation militare lungo il confine turco – siriano sembra aumentare progressivamente è la seguente: Fin dove può spingersi e quale prezzo la Turchia di Erdogan è disposta a pagare per favorire o affrettare la caduta del governo siriano di Assad? Tale prezzo include anche il rischio di un conflitto regionale? È chiaro difatti che il normale corso degli eventi interni difficilmente porterà alla caduta del regime a breve termine. Il sostegno che – sotto varie forme più o meno clandestine – proviene dall’esterno ai diversi gruppi di ribelli del Free Syrian Army non appare essere sufficiente a ribaltare i rapporti di forza e portare ad una caduta del regime. La linea di politica estera turca di supporto umanitario, politico/diplomatico e logistico alla resistenza siriana, fortemente sostenuta dal ministro degli esteri turco Davutoglu – che su questa partita si gioca anche la possibilità di divenire primo ministro nel 2014 – rischia oramai di non essere più adatta alla evoluzione della situazione militare (che dopo 19 mesi di guerra civile vede i governativi ancora controllare le principali città del paese, anche se al Nord i ribelli hanno preso controllo del confine con la Turchia, di buona parte delle campagne e di alcuni centri abitati). L’aggiornamento della posizione turca non è però un’operazione facile, visto che numerosi sono i vincoli che condizionano le possibilità d’azione della Turchia e l’attivismo degli altri stakeholder regionali ha sostanzialmente esaurito lo spazio di manovra turco.

Ankara è consapevole che il conflitto siriano non è affatto isolabile dagli scenari regionali e che esso è sotterraneamente collegato con gli interessi diretti ed indiretti di almeno tre potenze regionali con cui la Turchia condivide delicate relazioni bilaterali: Iran, Iraq e Russia. Sostanzialmente il conflitto siriano è de facto un conflitto regionale congelato, ed è proprio la Turchia l’attore che in questo momento detiene le chiavi per mantenerlo tale o per portare verso una sua internazionalizzazione.  Lo scambio di colpi lungo il confine turco – siriano, l’autorizzazione del parlamento di Ankara per condurre operazioni militari all’estero per un anno e l’episodio del volo di linea Mosca – Damasco intercettato da Ankara rappresentano dei chiari segnali che la Turchia non si trova più a suo agio con la linea d’interventismo soft scelta un anno e mezzo fa, che la sottopone ad impegni gravosi ma che non risulta essere determinante a cambiare l’esito del conflitto.

A questo punto della crisi Ankara si trova a dover affrontare una decisione strategica di non poco conto, densa di importanti conseguenze per la propria sicurezza interna e per la stabilità regionale. O prende atto di aver raggiunto il punto massimo del proprio coinvolgimento e si mantiene su posizioni attendiste, mantenendo alta la pressione politico – diplomatica (e mediatica) contro Assad; oppure, passa il Rubicone e getta il suo peso nella partita, costringendo il regime siriano ed i suoi alleati ad alzare il livello del confronto. In questa delicata partita, tuttavia, la NATO rappresenta per la Turchia tanto una risorsa quanto un vincolo. Avendo invocato l’articolo 4  del Trattato, Ankara ha ammesso di trovarsi in una situazione di minaccia potenziale ed è ora ulteriormente spinta dai propri alleati ad agire responsabilmente, potendo invocare l’articolo 5 del Trattato Atlantico per la difesa collettiva solo in seguito ad un’aggressione effettiva e continuativa da parte della Siria al territorio turco. Difatti, non ritenendo i membri dell’Alleanza la situazione umanitaria del paese compatibile con un intervento di ingerenza umanitaria, un eventuale difesa collettiva da parte della NATO della Turchia potrebbe essere attuata contro il regime di Assad solo in presenza della possibilità che la Siria compia un vero e proprio atto d’aggressione al territorio turco, non bastando una semplice schermaglia di confine o la caduta di colpi di mortaio in territorio turco. È necessario dunque che l’atto militare sia configurabile come un attacco armato, che consente l’invocazione dell’articolo 5 e non solamente la presenza di una minaccia al confine (che è già stata invocata a norma dell’articolo 4). Ed in questo caso, l’eventuale intervento militare dovrebbe essere volto al respingimento dell’aggressione e non trasformarsi in un conflitto per il cambio di regime. Dunque, fatta salva la fattispecie dell’intervento d’ingerenza umanitaria, la NATO consente agli Stati membri di invocare la legittima difesa collettiva solo in presenza di un’esplicita aggressione armata ai danni di un paese membro, situazione che la Siria non ha ovviamente nessuna intenzione – né capacità – di causare. Questo non esclude i tentativi da parte di Damasco di attivare una varietà di provocazioni contro la Turchia, attivando il proprio eterogeneo sistema di alleanze contro una potenziale reazione turca. Il fatto che i combattimenti tra esercito siriano e forze insurrezionali avvengono praticamente a cavallo del confine con la Turchia o a poche centinaia di metri da esso non è rappresentativo di una volontà siriana di aggressione al territorio turco, quanto piuttosto della particolare orografia del territorio e del fatto che il confine turco – siriano è stato tracciato in maniera piuttosto arbitraria nel 1938, dividendo villaggi e abitati, come nel caso di Akcakale (il paese turco raggiunto da colpi di mortaio siriani il 3 ottobre) e Tal Abyad (il villaggio siriano in mano al FSA sotto attacco da parte delle forze lealiste) che distano meno di cinquecento metri l’uno dall’altro. La Turchia, da parte sua, al di là dell’autorizzazione votata dal parlamento (valida per un anno e che non fa riferimento al territorio siriano ma parla di invio dell’esercito turco in territorio straniero con obiettivi e tempi non determinati) ha già attivato, dopo l’abbattimento dell’F-4, regole d’ingaggio che consentono alle forze armate turche di attaccare forze militari siriane in territorio siriano in prossimità del confine e ritenute una minaccia militare.

In questa fase del conflitto il regime siriano ha ancora molto da perdere da un allargamento del conflitto e solo in una situazione disperata potrebbe essere tentato dal provocare militarmente la Turchia. Allo stesso tempo, se da un lato l’Alleanza Atlantica risulta essere una garanzia di sicurezza per la Turchia in un vicinato geopolitico così instabile e conflittuale, dall’altro lato, nello scenario siriano, essa rappresenta anche un vincolo alla libertà di azione turca riducendone il potere d’iniziativa in presenza di una potenziale minaccia di guerra e di un escalation che coinvolga altre importanti potenze regionali contro la NATO. Paradossalmente, in questo contesto strategico, la NATO rappresenta un “fattore di protezione” tanto per la Turchia quanto per la Siria. Apparentemente è proprio la Turchia l’unico vero attore capace di trasformare, con sue azioni militari, la natura del conflitto siriano da un conflitto interno ad un conflitto internazionale.

La politica siriana della Turchia ed il possibile effetto nelle relazioni con l’Iran. L’Iran sta tentando di sfruttare il conflitto in Siria a beneficio del suo più grande conflitto con l’Occidente che ruota attorno al programma nucleare iraniano e – in buona parte – attorno alla natura stessa del regime di Teheran. Le divergenze tra Iran e Turchia sulla questione siriana si inseriscono in un recente trend di peggioramento delle relazioni tra i due paesi (vedi i tentativi di Teheran di non volere Istanbul come sede per gli incontri del 5 + 1 sul nucleare tenutisi nel luglio scorso – proponendo Damasco o Baghdad come sedi alternative – in protesta per il meeting dei “Friends of Syria” tenutosi proprio ad Istanbul nel mese di aprile; lo scambio di pesanti accuse tra i funzionari dei due paesi, aumentate anche in seguito alle decisioni turche di ospitare sul proprio suolo il sistema radar NATO di early warning; le decisioni della TÜPRAŞ turca di tagliare in maniera significativa le importazioni di greggio dall’Iran in attuazione dell’embargo occidentale). Anche riconoscendo il progressivo deterioramento delle relazioni con Teheran, non si può non ricordare come in tempi ancora recenti la Turchia ha dato un importante sostegno politico ad Ahmadinejad durante il periodo delle contestazioni della cosiddetta onda verde e soprattutto ha aderito al blocco anti-Occidentale in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contrarie ad un inasprimento delle sanzioni e offrendo a Teheran una possibile ipotesi per un “nuclear fuel exchange agreement” che poteva evitare nuove sanzioni contro l’Iran. Mai come negli ultimi anni, tuttavia, le relazioni con l’Iran hanno subito oscillazioni repentine, causate anche dal progressivo esaurimento della spinta del cosiddetto neo-ottomanesimo – arenatosi con l’avvio delle primavere arabe – e dal rafforzamento dell’influenza sciita in Iraq e Siria. Oltre a scambi di accuse su reciproche ostili operazioni di intelligence e misteriosi attentati lungo il gasdotto che porta il gas iraniano in Turchia, Ankara teme la rinnovata intesa che si sta sviluppando lungo l’asse Damasco – Baghdad – Teheran – Mosca, con l’Iran sciita che ne rappresenterebbe l’elemento portante mentre il riavvicinamento Iran – Iraq ne sarebbe la principale conseguenza geopolitica. Oltre all’elemento politico – confessionale sciita, Teheran e Baghdad troverebbero ulteriori motivi di collaborazione proprio in reazione all’incauta politica siriana di Ankara e alle relazioni autonome (economiche, energetiche e di sicurezza) che Ankara ha costruito con il Kurdistan Regional Government.

Tra le altre cose, l’Iran punta ad aumentare la propria retorica per diminuire il consenso interno, già piuttosto debole, della popolazione turca alla politica governativa sulla Siria, appellandosi alla piccola ma influente lobby filo-iraniana che esiste in Turchia. Per contro la stampa turca da vari mesi ha puntato, come non aveva mai fatto in passato, il dito contro Teheran accusando apertamente l’Iran di essere responsabile della riprese delle attività del terrorismo dei movimenti armati curdi. L’inaspettato incontro Erdogan – Ahmadinejad a Baku del 17 ottobre ha in parte contribuito ad arrestare il potenziale aumento della tensione dei due paesi, ed ha reso possibile l’apertura di uno spiraglio di negoziato politico per giungere ad un breve cessate il fuoco tra le parti (26 ottobre?) o quantomeno ad aprire un tavolo regionale di colloqui per trovare una via di uscita dalla crisi siriana, tavolo di cui sicuramente Iran e Turchia faranno parte.

       La guerra civile siriana ed i rischi di una “primavera curda”. La questione curda resta una delle variabili più aperte e controverse nello scenario di crisi siriano. I curdi siriani sono stati storicamente oppositori del regime Baathista, da questo privati di ogni diritto e spesso in molti casi della stessa cittadinanza siriana. La stesso scintilla che ha portato all’avvio della rivolta contro il regime di Assad si è originata nei territori curdi prima di estendersi anche alla popolazione araba. Tuttavia, ben presto le posizioni dei curdi e quelle dell’opposizione siriana al regime di Assad hanno iniziato a divergere. Due sono le principali diversità. La prima è che per molti curdi l’obiettivo della rivolta è più limitato ed è rappresentato dal raggiungimento di una piena autonomia territoriale o di una vera e propria secessione, dei territori del Nord Est ove vive la maggioranza dei curdi siriani. Sicuramente condividono la lotta al regime di Assad ma la sua caduta non è necessariamente il fine ultimo della loro rivolta, che resta la presa di controllo dei territori abitati dai curdi e da loro chiamati kurdistan siriano. I tentativi di inglobare i curdi siriani nel Syrian National Council (SNC) sono sostanzialmente falliti, proprio a causa dell’attivismo della Turchia dietro la creazione del SNC, che viene percepito essere una creatura di Ankara egemonizzata dai fratelli mussulmani. Le componenti curde nel SNC hanno difatti abbandonato il principale organo di opposizione politica al regime di Assad dopo che le proprie richieste di un impegno a riconoscere la nazione curda e una regione autonoma del Kurdistan non è stato inserito nei documenti strategici del SNC, che chiede ai curdi di concentrare gli sforzi per provocare la caduta di Assad e di rimandare al dopo Assad ogni negoziato per il futuro assetto della Repubblica Araba Siriana. Molti curdi accusano tuttavia l’opposizione siriana di essere egemonizzata da movimenti islamisti arabi e dai fratelli mussulmani controllati da Ankara. Ma soprattutto non desiderano che in seguito al conflitto con Assad la Turchia possa giungere ad una occupazione della Siria settentrionale, magari mascherata dalla creazione di una no-fly zone.

La divisione del fronte curdo tra un’ala (quella del KNC) legata al Governo Regionale Kurdo Iracheno di Barzani (KRG) ed un’altra, quella del PYD,  vicino al PKK e dunque più favorevole a trasformare la causa dei curdi di Siria in quella per la creazione di un Kurdistan siriano indipendente rappresenta un fattore su cui sia Ankara che Damasco insistono. In tale complessa partita si è inserita la Turchia, puntando da un lato a “costruire” l’opposizione politica al regime di Assad favorendone logisticamente le operazioni militari, dall’altro rafforzando ulteriormente le relazioni strategiche con le istituzioni curde irachene tentando di usarle tatticamente per controllare i curdi siriani. In questa situazione la Turchia è interessata alla caduta del regime di Assad, ma preoccupata dal fatto che i curdi siriani non beneficino dopo la caduta del governo di una eccessiva libertà e spazi di manovra. Per Ankara si ripetono i dilemmi iracheni post 2003, con la differenza che questa volta la Turchia non subisce la strategia americana ma è apparentemente nella posizione di determinare lo sviluppo degli eventi. Tali strategie turche per gestire la questione curda dopo la caduta di Assad hanno ulteriormente antagonizzato il governo centrale iracheno, già in buona parte fuoriuscito dal cappello politico americano, avvicinandosi a Mosca e favorendo l’ulteriore l’influenza iraniana in Iraq. Nel breve termine la questione curda potrebbe crescere con il rischio – per Ankara – che la primavera araba sarà presto seguita da una primavera curda. La mossa di Assad di ritirare le proprie truppe dalle zone al confine con la Turchia abitate dai curdi e di consegnare de facto il controllo del territorio con la Turchia e con la Siria alle milizie del PYD potrà avere conseguenze difficilmente reversibili e prevedibili.

Entra in campo la Russia. Il rapporto tra Ankara e Mosca sarà determinate. Il rapporto tra Turchia e Russia sulla Siria è precipitato dopo l’atterraggio forzato dell’aereo Mosca – Damasco e in seguito alle accuse, mosse dalla stampa araba ed in parte riprese dalla stampa turca (ma smentite ufficialmente dal governo turco e dal Ministro della Difesa) di un possibile coinvolgimento russo nell’abbattimento dell’F-4 di Ankara. Prima dell’escalation del coinvolgimento della Turchia nel conflitto siriano, Mosca ed Ankara avevano concordato una linea sulla Siria soprannominata “agree to disagree”, in cui si ammettevano le diverse posizioni sul futuro della Siria ma si concordava di mantenerle ad un livello tale che non interferissero con il rapporto bilaterale, che vede Mosca essere il principale partner commerciale turco e soprattutto – assieme all’Iran – un importante partner energetico. Il rapporto energetico tra i due paesi è difatti estremamente significativo e vede, oltre al gasdotto che unisce i due paesi, due importanti progetti come la costruzione del South Stream via Turchia e il progetto di realizzazione di una centrale nucleare da 25 miliardi di dollari in territorio turco. Se la Turchia deciderà di entrare in maniera più assertiva nello scenario siriano il cosiddetto “decoupling” della questione siriana dal rapporto bilaterale potrebbe non essere più sostenibile. O, almeno, dovrebbe essere accuratamente ri-negoziato tra Ankara e Mosca. Un maggiore coinvolgimento della Turchia nello scenario siriano senza aver concordato con Mosca quantomeno la sua non ostilità alla nuova strategia di Ankara rischia di attivare pericolosi effetti domino regionali, rafforzando i legami della Russia con Iraq e Iran (vedi visita di Al-Maliki a Mosca e annunciata visita di Ahmadinejad a Bagdad al rientro di questi da Mosca). Allo svolgimento di queste verifiche va sicuramente ricollegata la decisione di Putin di cancellare la visita ad Ankara prevista per il 14 Ottobre e di rimandarla a dopo le elezioni americane il 3 dicembre. La Turchia dovrebbe tenere ben in conto che la partita siriana è già de facto internazionalizzata e che la Russia è pronta a cogliere il momento per rafforzare la propria presenza in Medio Oriente, approfittando della debolezza americana e delle difficoltà che Ankara ha incontrato a far passare la sua strategia di regime change. La politica siriana della Turchia ha, inavvertitamente, favorito tale strategia russa che, se si dovesse saldare con il cosiddetto asse sciita dello “shia revival”, lascerebbe la Turchia nel bel mezzo di una nuova guerra fredda alle porte di casa e che si dispiegherebbe pericolosamente lungo le divisioni settarie all’interno dell’Islam. Le pressioni di Mosca dopo la crisi con Ankara sono state però prudenti, confermando che questi ultimi mesi del 2012 non sono tempi adatti per i colpi di testa di nessuno. È un segnale importante che il governo turco dovrebbe aver colto, dando il suo sostegno all’ipotesi del mediatore UN/Lega Araba Brahimi per un breve cessate il fuoco che si sta cercando di mettere in atto dal 25 al 29 ottobre. Su tale cessate il fuoco la Turchia vorrebbe costruire un tavolo politico con Russia ed Iran ed una potenza regionale araba sunnita, che difficilmente potrà essere l’Arabia Saudita ma che potrebbe essere l’Egitto. Appare tuttavia molto difficile che un tale tavolo negoziale, qualora sia realmente possibile costruirlo, possa portare agli scenari di regime change auspicati da Ankara in Siria, mentre potrebbe essere la sede più adatta per la Turchia per ricalibrare le relazioni con i propri vicini, Mosca in primo luogo, messe in crisi da 20 mesi di guerra civile siriana.

Conclusioni

Nell’autunno del 2012 l’escalation del conflitto siriano e la sua de facto internazionalizzazione ha portato ad un nuovo cambio nella politica estera turca, costretta a rivedere la sua  strategia di ingerenza nella guerra civile siriana, ora subordinandola alla ridefinizione dei propri equilibri bilaterali e regionali con Russia, Iraq e Iran. Tre potenze regionali la cui possibile convergenza di interessi nello scenario siriano – attivata proprio dalla politica di regime change spinta dalla Turchia – porterebbe Ankara ad un isolamento geopolitico regionale pressoché totale, oltre che ad avere profondi effetti sugli equilibri strategici globali. La Turchia si è trovata al centro di una partita estremamente più complessa di quanto avesse potuto immaginare solo qualche mese fa, che la costringe a ritornare a trattare con gli stakeholder regionali prima di intraprendere nuove iniziative unilaterali. Intense saranno nei prossimi mesi le relazioni intergovernative tra i quattro paesi. Al di là delle conseguenze che tale processo potrà produrre nello scenario siriano, esso apre una fase estremamente delicata ed importante del lungo percorso di ristrutturazione della politica estera turca avviato nel 2010, e da cui Ankara corre il serio rischio di uscire con un forte ridimensionato delle proprie ambizioni e della propria influenza nel quadrante geopolitico mediorientale.

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