paoloquercia

In motorino a palazzo Serlupi Crescenzi. (Note personali a proposito di politica, politica estera e think tanks in Italia)

In Senza categoria on novembre 15, 2012 at 5:00 pm

 

Deve essere stata una mattina di primavera del 1998 quando l’amico Federico Eichberg – in sella ad un malconcio motorino – mi portò a visitare la sede della neonata fondazione politica dell’Osservatorio Parlamentare, di cui mi aveva decantato lodi e prospettato futuri gloriosi. Salita la scalinata nobile di Palazzo Serlupi Crescenzi, ci infiliamo in una serie di uffici per irrompere poi in una piccola stanza ove l’onorevole Adolfo Urso era in fervido lavoro, preso nelle sue idee e quasi sepolto dalle carte che straripavano dal tavolo. Con la consueta gentilezza e raffinatezza Federico ci introduce. Non devo avergli fatto una grande impressione, visto che Urso a mala pena si stacca dal proprio lavoro e abbozza un saluto assente e distante.

Solo con gli anni, conoscendolo meglio, imparai ad interpretare i suoi malinconici silenzi e a capire che dietro alla sua apparente timidezza nascondeva una fervida intelligenza politica e, soprattutto, una capacità di instancabile organizzatore ed innovatore culturale. Il nome di “Osservatorio parlamentare” mi sembrava piuttosto banale ed incolore; ma la possibilità prospettatami da Federico di collaborare con questa promettente fucina culturale posta nel cuore di Roma appariva una buona opportunità per un venticinquenne giunto, quasi per sbaglio, dalla provincia nella capitale solo con l’iniziale prospettiva di restarvi per il tempo necessario a svolgere il servizio militare. Occorre ricordare che la metà degli anni novanta erano gli anni del grande risveglio, che oggi forse possiamo dire della grande illusione; anni in cui, dopo le elezioni del 1994, vi era nel paese un grande attivismo e fermento culturale attorno all’area della destra. Un attivismo dovuto al fatto che, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, era ritornato agibile lo spazio politico di un’alternativa liberal-conservatrice che per cinque decenni era stata sottratta – per il combinato disposto dell’egemonismo centrista democristiano ed il reducismo antistorico missino – dalle schede elettorali che quasi annualmente venivano messe in mano agli italiani. Politicamente mi ritenevo un montanelliano, una strana bestia senza alcuna rappresentanza politica, ossia un fedele seguace de “Il Giornale nuovo” di Indro Montanelli, al punto che negli anni dell’università avevo dato il mio piccolo contributo a costituire e radicare nel Friuli – Venezia Giulia l’associazione dei lettori de Il Giornale “Controcorrente”, fondata dal compianto Umberto Moscato. Non avendo particolare sintonia con nessuno dei partiti nati dopo tangentopoli e avendo all’attivo un’esperienza culturale di cui ero particolarmente orgoglioso (che oggi si direbbe di “società civile”) ritenni che la nuova cornice romana del duo Eichberg-Urso potesse essere un buon contesto di relazioni e di riferimento. Fu così che iniziai a frequentare via del Seminario. Dal 1998 al 2001 fu tutto un proliferare di iniziative, (giornali, riviste, convegni, tavole rotonde, network internazionali con i partiti di centro destra dell’Europa occidentale ed orientale, le scuole di politica estive a Vallombrosa e Farfa), a cui diedi il mio contributo con i primi articoli e soprattutto i primi convegni (ricordo in particolare quello sugli “italiani dimenticati” dedicato alle minoranze italiane all’estero). Mi accorsi presto che l’ “Osservatorio” – come per semplicità veniva chiamato dai suoi frequentatori – era in realtà un punto d’incontro della più varia umanità, ove passavano molti ex e post (democristiani, missini, socialisti) ma soprattutto tanti giovani (allora trentenni ed oggi quarantenni) che in realtà non mi sembravano affatto “di destra”, quanto più che altro desiderosi di partecipazione, delusi dai partiti della prima repubblica e consapevoli della necessità di elaborare una politica in cui la “polis” di riferimento non fosse più costituita dalle segreterie dei partiti ma dalla nazione intera, di cui si ambiva, con parecchia spavalderia, ingenuità e povertà di mezzi, a rappresentarne i bisogni. Dopo l’avvio scoppiettante, che coincideva con l’opposizione parlamentare, vennero gli anni dell’ambito governo e con essi un certo decadimento nel numero e nella qualità delle iniziative dell’Osservatorio parlamentare, a conferma che in Italia le fondazioni danno il meglio di sé dall’opposizione, quando non sottendono compagini governative.

Dall’Osservatorio d’opposizione a quello di governo passando per il Mincomes

Nel 2001 Urso divenne Vice Ministro per il Commercio Estero, Federico Capo della sua Segreteria tecnica. Mi trascinarono in qualche modo in questa nuova avventura istituzionale (che iniziò con una scopa in mano, con cui dovetti liberare dalle foglie entrate da una finestra rimasta aperta per anni, la stanza spoglia e inutilizzata a me assegnata a Viale Boston). Pulizie ministeriali a parte, il meccanismo artigianale messo su da Urso, almeno nel mio caso, aveva funzionato. Il soldatino neo-laureato raccolto dal “rabdomante” Federico si era raffinato all’Osservatorio, mosso i primi passi ed era cresciuto sufficientemente da poter essere portato temporaneamente come consulente al Ministero del Commercio con l’Estero con l’altisonante titolo di “Consigliere del Vice Ministro”. Altro non era che lo spoil system americano, forse leggermente corretto in salsa ‘matriciana, che rappresenta la forza delle grandi fondazioni statunitensi (snodo chiave di quel vaso comunicante che mette assieme mondo della ricerca e mondo delle istituzioni governative al fine tanto di “efficientare” il processo di decisione politica quanto di rendere “applicato” quello della ricerca). Gli anni “ministeriali” furono estremamente gratificanti, aprendomi a prospettive inattese (le missioni internazionali, la diplomazia economica, il convegno di Villa Madama per la firma degli ultimi accordi mancanti per la costruzione dell’area di libero scambio dei Balcani, la creazione del Club dei Diplomatici Commerciali etc.) ma avvertivo che ben poco di quello che si era elaborato a livello culturale e politico negli anni dell’ “Osservatorio da opposizione” era presente nelle attività giorno per giorno. Verso il 2003 iniziarono anche i mal-di-pancia politici e l’insofferenza per la coalizione governativa, per molti dei suoi esponenti e soprattutto per un modo vecchio di fare politica, che il centrodestra aveva in toto ereditato dalla prima repubblica cooptandone la gran parte dei propri rappresentanti. A parte la vecchia e costante critica pregiudiziale proveniente “dalla sinistra” politica, giornalistica e culturale contro il governo (che almeno lasciava di tanto in tanto qualche soddisfazione di non essere del tutto fuoriluogo), trovavo in realtà affatto di destra il governo per il quale, in qualche modo, lavoravo. Anche i raduni estivi all’Abbazia di Vallombrosa mi sembravano sempre più stanchi, poco più di una comparsata di sottosegretari, sempre di corsa nelle auto blu che li portavano nella rossa Toscana a parlare di una destra di governo che nessuno sapeva né cosa fosse né dove era. Cercai di far emergere il mio malcontento ad Urso e Federico, ma inutilmente. Quando uscì il bel libro di Alessandro Frigerio e Paolo Avanti “A cercar la bella destra. I ragazzi di Montanelli” che raccontava delle illusioni tradite dei “ragazzi di Controcorrente” trovai conforto al mio disappunto. Ne regalai una copia a Federico ed una ad Urso, sperando che ne traessero spunto per un rilancio delle attività della fondazione e per una sterzata culturale, politicamente critica, alla destra di governo. Ma invano. (Se forse mi avessero dato ascolto nel 2005, ci sarebbe stato il tempo sufficiente per costruire, su più solide basi, un diverso progetto politico sicuramente migliore a quello abbozzato tre anni dopo in parallelo alla nascita di Farefuturo e che invece a mio avviso è risultato effimero, equivoco e strumentalizzabile). Paradossalmente, il termine dell’esperienza governativa nel 2006 non coincise con una svolta nelle attività culturali della fondazione politica dei miei amici Federico e Adolfo (mi ero ormai rassegnato allo stile di Federico di chiamare tutti per nome) che anzi né portavano il logorio post-governativo. Decisi di proseguire per la mia strada, ponendomi, questa volta io, in una situazione di “osservatore” a distanza.

Verso il futuro tra luci ed ombre. Nasce Farefuturo, malgrado i neo-futuristi

Con Federico eravamo in un container dell’esercito italiano a Pec/Peja, in Kosovo, nella base di Villaggio Italia. Era il 2007 e stavamo compiendo una ricerca sul campo sull’indipendenza del Kosovo, quando arrivò la telefonata di Urso che chiedeva un parere sul nome della nuova Fondazione che l’infaticabile parlamentare si apprestava a lanciare e che avrebbe preso il posto dell’Osservatorio parlamentare. Proponemmo una rosa di una dozzina di nomi, dal suono più o meno patriottico e movimentista. Via sms arrivò invece la scelta di Urso: farefuturo. Non potendo prevedere il successo mediatico che quel nome dalla doppia f (a cui presto si sarebbe aggiunta la terza, quella di Fini) avrebbe conquistato su giornali e tv, rimasi un po’ deluso. Sempre meglio di “Osservatorio parlamentare”, certo. Ma l’importante era ripartire di slancio dopo il tempo perso, con un nuovo progetto politico-culturale. Mi offrii da subito disponibile a curare l’area di ricerca internazionale, restando in disparte rispetto al disegno politico principale – che invero mi sembrava poco chiaro – che Federico ed Adolfo stavano tessendo, e che poi nei mesi seguenti emerse in tutta la sua rilevanza. Contrariamente alle mie scettiche aspettative si parte subito a tambur battente. Una sede rinnovata, molte nuove energie, uno o due eventi a settimana, un nuovo entusiasmo sia dal mondo dei delusi del centrodestra che da altri ambienti che guardavano con interesse a questo nuovo esperimento che – in una fase di crisi dei partiti e della rappresentanza politica – si poneva a metà tra un centro studi ed una fondazione politica. Malgrado la piccola struttura operativa, a cui il segretario organizzativo Mario Ciampi cerca di sopperire come può, gli eventi si susseguono freneticamente, spaziando a 360°. Mi ritaglio un mio spazietto nell’area politica estera e sicurezza, che ha bisogno di tempi di elaborazione più lunghi rispetto ai ritmi politico-giornalistici della fondazione e di una maggiore “distanza” dalle questioni politiche interne. Ancora una volta l’idea di Urso è stata buona. In un paese sempre più votato al pessimismo e alla rassegnazione riesce a creare un laboratorio di riflessione, dibattito ed analisi probabilmente unico in Italia. Mettiamo su un bel team di ricerca internazionale, con un misto di ricercatori senior e giovani, che sforna “Fare Italia nel Mondo” un rapporto di 500 pagine sulla politica estera e le sfide internazionali dell’Italia che lascia spiazzati i principali istituti italiani che si occupano di affari internazionali, l’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma e l’Istituto di Studi Politici Internazionali di Milano (ISPI). Il taglio dato all’analisi di politica estera è realista e gollista, senza paura mettere al centro dell’analisi la nazione ed i suoi interessi né di dare un approccio critico e nazionale al fenomeno della globalizzazione, che erode quote sempre maggiori di sovranità e rilevanza all’Italia nel mondo. Il Corriere della Sera ci dedica una intera pagina. La cosa più gratificante è che l’anno successivo l’approccio “nazionale” scelto da Farefuturo per “Fare Italia nel mondo” sarà adottato anche dal classico rapporto congiunto sulla politica estera italiana che IAI e ISPI producono da molti anni e che era solitamente una rassegna degli scenari globali. Un piccolo contributo al dibattito nazionale sul tema, l’abbiamo dunque dato. Il successo di Fare Italia nel Mondo sarà seguito da altri prodotti di ricerca più specialistici, come il rapporto sulle nuove potenze emergenti (Brasile, Russia, India e Cina) dal titolo i BRICs e noi, che sarà presentato nella Sala delle conferenze internazionali del Ministero degli Affari Esteri ed un rapporto sulla Difesa in Italia, Quale Difesa per la Repubblica?, che verrà dibattuto il 2 giugno tra i massimi esperti del settore in occasione della festa della Repubblica. Sul piano politico, che osservo a distanza, la Fondazione si caratterizza da una linea liberal di stampo anglosassone, che in Italia definiremo liberale di sinistra, per distinguerla dalla destra liberale, liberal-conservatrice e liberal-nazionale. Non mi entusiasma né mi sembra una grande scelta, visto il momento storico di riflusso di questo pensiero politico che è stato egemone negli anni novanta ma che ora segna il passo sotto gli squilibri causati dalla globalizzazione. La interpreto come una fase tattica di passaggio, legata al processo di destrutturazione del Pdl e alla riconfigurazione di un nuovo centro destra. Ma più che la linea politica della fondazione mi causa un certo disturbo l’emergere di improbabili personaggi, ribattezzatisi futuristi, che sfruttando il propizio momento politico (ed il fatto che in Italia la visibilità mediatica è spesso inversamente proporzionale alla accuratezza delle elaborazioni intellettuali) passano le giornate impegnati in quotidiane polemiche con l’intero centrodestra italiano, in particolare i berlusconiani e gli ex colonnelli di AN, oltre che ad annunciare il futurismo prossimo venturo. La sovraesposizione mediatica fa il resto, relativizzando e marginalizzando quanto di buono e di serio la fondazione stava pur costruendo in vari ambiti. È il momento più difficile di convivenza tra chi vede nella fondazione un progetto di lungo periodo con cui costruire, secondo i canoni tradizionali dei think tank europei ed anglosassoni, un ampio retroterra culturale a supporto dell’evoluzione del pensiero politico della destra italiana e del processo decisionale pubblico, e chi la intende solo come un grimaldello sfasciatutto, utile per un po’ e poi da abbandonare.

Purtroppo il futurismo con l’elmetto da guerra rischia di estromettere dalla fondazione attività di ricerca ed analisi di più alto respiro e, a mio avviso, di maggiore utilità. Attività che necessitano – anche nelle fondazioni di estrazione politica – della creazione di un terreno moderato e neutrale di confronto politico/strategico su cui portare attori pubblici e privati, maggioranza ed opposizione con l’obiettivo di costruire, nel corso di una condivisa visione di interesse nazionale, un percorso di ricerca/analisi/proposta strategica per affrontare le principali sfide che attendono il sistema Italia. Protesto come posso contro questa inopportuna commistione, ma i fatti sono più veloci. Il tempo sarà galantuomo. A volta basta non fare nulla e le cose si aggiustano da sole.  Fortunatamente, difatti, la stagione della rissosità politica costruita su effimere vicende di costume e società è di breve durata, spegnendosi dopo qualche mese e dando la possibilità alla fondazione – rancori personali a parte – di rientrare verso un suo più naturale ruolo di think tank politico a servizio non solo dell’area di centro destra ma dell’intero paese. Forse la rassegna stampa degli ultimi mesi sarà stata un po’ più magra, come d’altronde s’addice a centri studi e fondazioni che solitamente preferiscono che il proprio nome corra nelle menti dei decision makers piuttosto che sulla bocca dell’uomo della strada. Non è un’invocazione all’élitarismo ma un semplice richiamo alla necessaria divisione dei ruoli tra il mondo della politica (e della raccolta del consenso, o della distruzione di quello altrui…) ed il mondo dell’analisi strategica (e della razionalizzazione delle decisioni prese nel nome e nell’interesse collettivo).

In questi anni l’Osservatorio Parlamentare prima e la Fondazione Farefuturo poi hanno dimostrato che quando lavorano sui temi della ricerca e dell’analisi a supporto della decisione pubblica sono in grado di primeggiare nel panorama nazionale dei think tank e dei centri studi e con qualche ulteriore sforzo riuscirebbe a posizionarsi bene anche tra quelli internazionali (ambito in cui l’Italia è terribilmente indietro). Questo deve restare, a mio avviso, il livello di impegno per il futuro: gettare ponti culturali e strategici tra mondi politici diversi in nome dell’interesse nazionale e non costruire steccati in nome delle micro-identità politiche. Nella speranza che questo anniversario serva a rilanciare la fondazione verso nuovi obiettivi, in un momento in cui la mancanza di un governo “politico” rende ancora più prezioso il lavoro delle fondazioni e dei centri studi politici in Italia, mi sento di esprimere un ringraziamento sincero ed un affettuoso in bocca al lupo agli amici Adolfo e Federico per quanto da loro fatto in questi anni.

Paolo Quercia

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